I quaderni di don Rigoberto

- Dimmi che mi perdoni, matrigna, - implorò. - Dimmelo, dimmelo. La casa non è più la stessa da quando te ne sei andata. Sono venuto a spiarti un sacco di volte, all'uscita da scuola. Volevo suonare, ma non osavo. Potrai mai perdonarmi?
- Mai, - disse lei, con fermezza. - Non ti perdonerò mai per quello che hai fatto, cattivo.
Ma contraddicendo quelle parole, i suoi grandi occhi scuri riconoscevano con curiosità e con un certo compiacimento, forse addirittura con tenerezza, l'arricciolato disordine di quella capigliatura, le vene sottili e azzurre sul collo, i contorni delle orecchie che sporgevano in mezzo alle ciocche bionde e il corpicino leggiadro, ingoffato nella giacca blu e nei pantaloni grigi dell'uniforme. Le sue narici aspiravano quell'odore adolescente di partite di pallone, merendine e gelati D'Onofrio, e il suo udito riconosceva quei gridi acuti e i mutamenti nella voce, che risuonavano anche nella sua memoria. Le mani di doña Lucrecia si rassegnarono a essere inumidite dai baci da uccellino di quella boccuccia:
- Io ti voglio molto bene, matrigna, - prese a piagnucolare Fonchito. - E, anche se non ci credi, pure il mio papà.
A quel punto comparve Justiniana, agile figurina color cannella avvolta in un grembiule a fiori, con un fazzoletto in testa e un piumino in mano. Rimase impietrita nel corridoio che portava alla cucina.
- Il piccolo Alfonso! - sussurrò, incredula. - Fonchito! Non posso crederci!
- Figurati un po' tu! - esclamò doña Lucrecia, impegnata a mostrare più indignazione di quella che provava. - Osa venire in questa casa. Dopo che ha rovinato la mia vita, che ha dato quella pugnalata a Rigoberto. Osa chiedere che io lo perdoni, osa versare lacrime di coccodrillo. Hai mai visto una sfacciataggine simile, Justiniana?
Ma neppure allora sottrasse al ragazzino le dita affusolate che Fonchito, scosso dai singhiozzi, continuava a baciare.

Doña Lucrecia, Fonchito, Justiniana. Manca solo lui, don Rigoberto, solo dolorosamente evocato dalle parole della moglie perduta, la sensualissima doña Lucrecia. Ma don Rigoberto Uran i suoi quaderni li ha riempiti ieri solo di annotazioni sul percorso da Barbaresco a Barolo.
Altre ebbrezze, altri turbamenti, non meno eccitanti di quelle fantasie erotiche minuziosamente compilate sulle pagine dei quaderni. Mario Vargas Llosa e il suo don Rigoberto Uran corrono tra i nobili crus: Serralunga: Marenga, Rivette, Vigna Rionda, Lazzarito, Gabutti, Prapò, Parafada, Ornato che sfilano come le modelle nude, torbide e condiscendenti di Egon Schiele, in un’enociclistica orgia di sensualità. Vabbè, pioveva, faceva anche un po’ freddo. Ma riscaldava la fantasia magico-realistica del colombiano che corre verso la maglia rosa, effetto del sacrilego annacquamento del nobilissimo rosso.

Amo sobre una mesa,
cuando se habla,
la luz de una botella
de inteligente vino.

Così Pablo Neruda, nella sua celebre Ode al vino. Nessuna miglior didascalia di questa foto, con Neruda e un giovane Vargas Llosa: una foto che pare una finale di Copa Libertadores tra premi Nobel sudamericani.

 

In collaborazione con Cycle Magazine

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23 Maggio 2014