Il Giro dei nonticapisco

Nell’estate del 1770 la HMS Endeavour del capitano Cook attraccò lungo le coste di Capo York, nei pressi della foce del fiume che, da quel momento, prese il nome dalla nave. Il vascello britannico si era danneggiato nell’attraversamento della barriera corallina e la riparazione prese parecchie settimane. Insieme al naturalista Joseph Banks, il capitano Cook approfittò di quella sosta forzata per esplorare l’entroterra del Nuovo Continente. Fu così che per la prima volta uomini dell’emisfero settentrionale si imbatterono nei canguri, quegli strani toponi ritti sulle zampe posteriori, appoggiati a una grossa e lunga coda e con una curiosa tasca sulla pancia.
Assai stupiti, gli emissari di Her Majesty chiesero agli indifferenti aborigeni come si chiamassero quelle strane creature: «What do you call those animals?» o qualcosa del genere. L’aborigeno rispose, alzando un sopracciglio: «Kangaroo». Il naturalista annotò sul taccuino, il capitano sparò all’aborigeno, che aveva fatto il suo dovere per Her Majesty e non serviva più. Anni dopo i glottologi che studiarono il Guugu Yimithirr, la lingua degli indigeni australiani, dissero che «Kangaroo» significava «Non ti capisco», versione eufemistica di un più probabile «Che cazzo vuoi da me?». Ma da quell’estate del 1770 in tutto il mondo il simpatico marsupiale australiano si chiama canguro.


Non so cosa penserebbero il dottor Banks e il capitano Cook di questo Giro d’Italia, probabilmente la stessa cosa di alcuni giornalisti al seguito che ripetono, come lo sfortunato aborigeno, «Non ti capisco» riferendosi a chi ha disegnato il percorso di gara. Sta di fatto che dopo la vittoria della Orica GreenEdge nella cronosquadre di Belfast, la maglia rosa e una vittoria di tappa di Michael Matthews, il primato in classifica dello stagionato Cadel Evans – e la sua credibilissima candidatura alla vittoria finale – e il successo di tappa Michael Rogers nella Collecchio-Savona, la Corsa Rosa pare una faccenda tra canguri australiani. Da vecchio navigato bucaniere, l’alfiere della Tinkoff-Saxo ha appeso all’albero di trinchetto della sua bicicletta il Jolly Roger ed è andato all’assalto giù dalla discesa del colle del Naso di Gatto – un nome da mappe del tesoro - , in picchiata verso Savona e il mare. Sul podio, mentre baciava le miss, c’è chi dice di averlo sentito canticchiare una vecchia canzone di mare: «Da Xena a Ventimiggia, passando pe’ Saùna, gh’è tanta mussa buna, gh’è tanta mussa buna…». Per la traduzione rivolgersi al naturalista Joseph Banks.

 

In collaborazione con Cycle Magazine

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22 Maggio 2014