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Il tempo ritrovato di Masha e Orso

C’erano una volta – e ci sono tuttora – Masha e Orso. Il nuovo tormentone di Rai YoYo che allieta le giornate di grandi e piccini, si ispira a una favola, e non a una qualunque. Si tratta, infatti, di materiale tratto dal folklore russo, di una di quelle favole archiviate dal grande Afanas’ev dalla cui miniera il celebre Vladimir Propp pescò per rivoluzionare, con la sua Morfologia della fiaba, la cultura umanistica e le scienze sociali. Pedigree di un certo rilievo, dunque. Anche se, una volta evocato cotanto riferimento (che nei paesi slavi tutti ovviamente riconoscono), il format della nuova serie se ne allontana. Vedremo in che termini.

 

La storia della fiaba è nota. Ci sono dei nonni che lasciano allontanare la loro nipotina, non prima di averle esplicitamente raccomandato di non addentrarsi nel più classico dei boschi da fiaba. La bambina, altrettanto classicamente, non dà ascolto alle raccomandazioni e vi si perde. Questo spazio ostile e pericoloso rivela, però, un’oasi di salvezza che si concretizza in una rassicurante casetta presso cui cercare riparo. Si scopre, nondimeno, che la casa è abitata da un temibile orso che ne approfitta per schiavizzare la piccola Masha, costringendola a vivere con lui e a occuparsi delle faccende domestiche, sotto minaccia di essere (ancora più classico!) da lui divorata qualora avesse provato a fuggire. La piccola accetta a malincuore di divenire la sua donna, finché un giorno non decide di chiedergli il permesso di portare da mangiare ai suoi nonni, da lei mai veramente dimenticati, ripercorrendo al contrario il suo passaggio attraverso il bosco. L’arcigno orso, nel frattempo trasformatosi in benevolo tutore, le nega il permesso, adducendo proprio la pericolosità e il rischio di perdersi nel tragitto come motivazione per il diniego. È a questo punto che egli si offre di portare al posto della piccola il cestino ai suoi cari, sacrificandosi per amore della bambina, a patto di non aprire il cestino e non mangiare durante il viaggio il cibo ivi conservato. Se mai gli fosse venuto in mente di farlo, come puntualmente accade in un intermezzo tanto spassoso quanto improbabile, la voce di Masha, arrampicata su un’alta quercia, sarebbe intervenuta a ricordargli di essere fedele alla sua promessa. Si capisce che Masha vuole prendersi gioco di lui. Ormai conclamata furbetta, riesce, infatti, a nascondersi proprio nel cestino per sbucare fuori una volta arrivata a destinazione, liberandosi dalla schiavitù. Fin qui la fiaba popolare. Che, come al solito, celebra l’astuzia del debole contro il potere cieco e stupido fondato sulla sopraffazione del forte.

 

 

Negli anni la storia subisce una quantità innumerevole di riscritture, fra cui vanno ricordate le versioni per la televisione del glorioso Soyuzmultfilm (qui il suo canale youtube!), studio di animazione fondato negli anni 30, destinato a segnare la cultura visiva sovietica soprattutto nel periodo del disgelo kruscioviano. Queste versioni riempiranno le lacune della fiaba, drammatizzando nel senso dell’amicizia la relazione dell’orso solitario con la tanto bramata “donna di casa”, al punto che, perfino dopo il ricongiungimento con i nonni la piccola manterrà una relazione con l’orso, andandolo a trovare di tanto in tanto. Saranno proprio questi cartoon il riferimento principale che ispirerà i ragazzi di Animaccord, studio moscovita nato nel 2008 e specializzato nel rendering 3d, a progettare la nuova serie che, dopo avere sbancato in madrepatria, sta conquistando i bambini di tutto il mondo.

 

Masha e Orso, come i loro amici della programmazione televisiva globale, si trasformano così in personaggi 3d, immersi in uno scenario davvero ben disegnato e fortemente peculiare, che pure continua a riservare, al mondo bidimensionale dei cartoni tradizionali ancora uno spazio: i due protagonisti, pur essendo immersi in una rappresentazione pienamente tridimensionale, pensano e immaginano, infatti, in 2d.

 

Dismesso il plot originale, “Masha e Orso” diventa così una simpatica sitcom, che capovolge i rapporti di forza: è Orso, al contrario del racconto popolare, a dover subire, con sicuro effetto comico, le angherie della pestifera Masha.

 

 

Masha e Orso, ora, si muovono nello scenario contemporaneo, utilizzano telefonini e televisione, frigorifero e cibo in scatola. Ma il loro presente è irrimediabilmente vintage. Gli oggetti che i due protagonisti utilizzano possono essere divisi in due grandi gruppi. Il primo ha a che fare con il mondo rurale della Russia zarista (vestitino tradizionale della piccola Masha, casa di legno, stufa e cucina a carbone, samovar etc.). Essi sono lindi e intatti, come nuovi, brillano e splendono di una luce positiva che non mostra i segni del tempo, sono oggetti che non vogliono saperne di andare in soffitta e vogliono essere ancora utilizzati nel presente. Essi rappresentano il segno di un Volk e di un’identità rurale ed etnica ritrovata, dopo l’ubriacatura comunista. Il vintage di questi oggetti non mostra usura. Ci sono poi tantissimi detriti e alcuni rottami alla cui ruggine (che viene benissimo nel rendering 3d) guardare con la giusta tenerezza e una sorta di altrettanto tenera indulgenza: telefonini simil Nokia anni 90, un cappello militare con la stella rossa, una vecchia ambulanza (si tratta di una UAZ-452а detta “tableta” ovvero “pillola”, progettata per raggiungere i luoghi più inaccessibili dell’Unione). Ciò che ne esce è una perfetta riconfigurazione temporale. In consonanza con il comune sentire della Russia postcomunista putiniana, è il Volk etnico a essere proposto come orizzonte desiderabile per il presente e il futuro: il passato tanto remoto quanto mitico prende, quindi, il posto del presente mentre quello prossimo (il periodo comunista) assume le sembianze di un languido e autoassolutorio come eravamo. Ci si potrebbe chiedere se in questa riarticolazione sia contemplato uno spazio per il presente di iPod e iPad, della rete e quant’altro. La serie propone una soluzione anche su questo versante. La forza delle tecnologie digitali è presupposta, sta dietro le quinte, utilizzata dalla generazione dei giovanotti autori della serie per mettere in scena il loro tempo perduto al massimo della sua resa estetica: si tratta del mondo dorato di Masha e l’Orso dove i loro aggeggi per la renderizzazione non sono contemplati e nessuno ne sente la mancanza. Quanto un atteggiamento di questo genere possa essere apprezzato fuori dalla Russia è fuori discussione: in tempi di deriva neoetnica e di scontro di civiltà come quelli che stiamo vivendo, il rimpianto di un’età dell’oro della purezza comunitaria diventa racconto mitico buono su un contesto molto più ampio di quello della slavità da cui pure, in questo caso, proviene. Insomma, ognuno di noi potrebbe opportunamente pensare al tasso di Putin che è in sé, prima di rivolgersi criticamente verso quello altrui. È ovvio che questo frame ideologico è solo uno dei livelli di lettura possibili della serie e che queste considerazioni nulla inficiano rispetto alla generalità degli “esperimenti di pensiero” portati avanti nel corso delle puntate. Non è un caso, infatti, che, a margine del successo riscosso, Walt Disney abbia già annunciato Goldie and Bear, clone americano della serie. Ciò che più ci interessa è, piuttosto, riflettere, come facciamo da un po’ di tempo (Fenomenologia di Peppa Pig, Nostalgia di Barbapapà, La leggerezza della Pimpa, Peppa Pig post-cinema, Heidi vs Peppa Pig)su come la serie si posizioni all’interno del reticolo di soluzioni costruito nella relazione con gli altri cartoni trasmessi nel palinsesto di Rai YoYo.

 

Se il riferimento alla piccola Masha, nella fiaba originale, è legato a una sorta di inquadramento della bambina in un’identità futura di madre di famiglia devota al suo orso (non dimentichiamo che l’orso è ovviamente un riferimento al maschile e al marito ma è anche il simbolo della Russia), qui, come avevano già a cominciato a fare le riscritture del Soyuzmultfilm, si punta tutto sull’amicizia. Nessuna imposizione da parte di Orso e un cambio di plot fondamentale: non è l’animale a “rapire” la piccola ma, al contrario, è la stessa Masha a importunarlo con le sue incursioni nel suo spazio domestico. Per via delle sue fattezze rotonde e della sua attitudine amorevole di mammifero, l’orso è l’animale perfetto per una metamorfosi di questo genere. Egli è, infatti, portatore di un’identità sfuggente: guardando un orso non si riesce a capire se sia vecchio o giovane. Allo stesso tempo, l’orso può essere attore di una mascolinità violenta e aggressiva o latore di una muliebre goffaggine. Esso può essere contemporaneamente maschile e femminile, dotato com’è di un corpo poco modellato. Questa caratteristica dell’orso viene di regola sfruttata nei cartoni animati, basti pensare all’orso Little John e ai suoi travestimenti nel Robin Hood di Walt Disney, o anche all’indistinguibilità dall’orso cattivo che segna le sorti della mamma orsa in Brave della Pixar. Ecco, l’orso della serie di Masha e Orso è un po’ così: sa essere duro e maschile contro i lupi che di tanto in tanto insidiano la piccoletta quanto materno e amorevole come una mamma quando si prende cura, fra le mura domestiche, della sua protetta. C’è una caratteristica che però emerge con forza. L’orso, al contrario di quello della fiaba, è stanco. Attraversa la seconda fase della sua vita e vorrebbe riposarsi. Le passioni, per lui, sono chiaror di fiamma lontana. Tutto ciò che vorrebbe fare è allentare il ritmo, sprofondando nel divano o dedicandosi al suo giardino, dopo una vita passata in prima linea, come orso giocoliere in un circo. Da questo punto di vista, Orso assomiglia al nonnetto del cartone Pixar Up, che dopo la sua vita piena, vorrebbe solo stare tranquillo. E somiglia, ovviamente, ai tanti nonni che si ritrovano, più costretti dalle circostanze che desiderosi di farlo, a dover badare ai nipotini mentre i genitori lavorano.

 

 

Ma qual è l’effetto che la frequentazione di una piccola peste come Masha può fare all’abbacchiato Orso? Diciamo che c’è una certa processualità nel modo animalesco di interagire con la piccola. Orso vive in uno spazio separato da quello “civilizzato”, i binari della ferrovia segnano il limite fra questi due mondi: da una parte, la casa di campagna in cui vive Masha, spazio intimo e sicuro, e dall’altra il bosco, insidioso e ostile come da copione. Masha sceglie di attraversare questo confine, dimostrando tutta la sua impertinenza: lei è letteralmente fuori contesto nello spazio selvaggio del bosco. Ma, un po’ come la Pimpa, non ha paura. E guarda caso, come la simpatica cagnolina, si ritrova a prendere atto della relatività del bene e del male: il bosco che sembra così temibile e ostile da fuori, una volta guardato dall’interno si rivela per quel che è, un sistema fondato su relazioni strutturate e assolutamente paragonabili a quelle del suo mondo e, fondamentale, in cui è possibile integrarsi. Masha sconfina, quindi, senza paura. Non teme nemmeno i lupi che si ritrovano a subire la sua esuberanza esattamente come gli altri animali. E scommette su Orso, nonostante egli si premuri di ruggire nel modo più teatrale possibile.

 

Di fronte alla violazione del suo spazio, il mammifero prova invano a difendersi. Innanzitutto, tenta di preservare il suo programma di ridimensionata felicità: egli si barrica in casa per evitare che la piccola vi si intrufoli, impedendogli di vedere la partita, di provvedere agli alveari di cui si occupa per produrre miele, di bere la sua tazza di the bollente da un samovar ritrovato. Di fronte all’insistenza della piccola egli è disturbato, afflitto, sbuffa e impreca. Finché questa stessa insistenza (Masha, come ogni bambino che si rispetti, ripete all’infinito le sue richieste fino allo sfiancamento) non induce in Orso una sorta di piano b: accontentarla diventa l’unico modo per potersi liberare di lei. Egli, quindi, si ritrova a soccombere alle richieste della bimba, assecondandole senza alcun trasporto. Ma è qui che scatta la scintilla. Proprio nel momento di massimo sfinimento, egli, giocando con la sua piccola, ritrova il tempo della propria vita, riabilita la sua socialità, le sue straordinarie abilità di animale da circo, riscopre il suo umorismo perduto, si diverte, insomma, da matti. È per tramite della bimba che egli ritrova il se stesso più genuino, riesce a scrollarsi la polvere di dosso e a riscoprire il piacere di vivere, contro il quieto abbandono a cui si sarebbe lentamente arreso. Anche se ne subisce le angherie, stare con la piccola Masha lo fa ringiovanire: fa bene, insomma, a lui, innanzitutto. Questo riscoprirsi bambini nel gioco fonda una vera e propria amicizia fra i due, fatta di reciproco riconoscimento, possibile solo a patto di rompere il quieto vivere della vita quotidiana e di grattare oltre la sovrastrutture di una vita spenta. E si badi bene, si tratta di un’amicizia universale, del grande con il piccolo: Orso, grazie alla versatilità delle sue forme e della sua indole, può essere insieme papà, mamma, bambino, nonno e nonna allo stesso tempo. Il suo tempo è quello della felicità ritrovata. Ecco perché ogni puntata finisce a sfumare. Risolto il nodo centrale della storia, c’è quasi sempre un ultimo passaggio dedicato alla contemplazione, in cui i due protagonisti possono guardarsi per un attimo indietro e assaporare il dolce sapore della felicità, che è una condizione durativa dell’esistenza e ha molto a che fare con l’amicizia fra due persone così diverse come solo possono esserle una bimba e un orso, uniti dalla loro affinità profonda. Non dimenticate di rammentarlo ai nonni, la prossima volta che si lamenteranno quando gli chiederete la cortesia di occuparsi dei vostri figli, mentre voi sarete costretti ad assentarvi per far fronte alle improcrastinabili incombenze della vita quotidiana.

 

 

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