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I Greci e l’arte di fare i conti

L’ossessione dell’uomo per la registrazione delle relazioni economiche è antichissima. In Mesopotamia, più o meno tra il 3.000 e il 2.500 avanti Cristo, è nata la scrittura cuneiforme. I caratteri cuneiformi venivano incisi su tavolette d’argilla, arrivate a noi in centinaia di migliaia di esemplari. Le tavolette sono spesso documenti economici; registrano pagamenti di tasse, certificazioni di proprietà, prestiti tra privati, interessi da pagare e divieti dell’usura, spedizioni e consegne di merci, vendita di terreni, di schiavi e di altre merci, affitti, salari. La finanza è nata in Mesopotamia, quando la moneta metallica non era ancora stata creata: l’argento e l’orzo, pesati, erano i mezzi principali di pagamento tra il Tigri e l’Eufrate. 

 

Giovanni Marginesu ci fornisce invece un’analisi dell’arte di fare i conti nella Grecia del V secolo avanti Cristo. I Greci dei tempi di Pericle (circa 495-429) “resero l’uso del denaro qualcosa di molto simile a un’arte, informandolo ad alcune leggi elementari e a una buona dose di etica e di estetica condivise”.

La gestione del denaro nell’amministrazione pubblica fu legata alla nascita della democrazia, la rivoluzione del V secolo. I cittadini potevano partecipare alle cariche pubbliche grazie all’adozione del sorteggio. La democrazia implicava la necessità di comunicare alla collettività la gestione delle risorse finanziarie della città, di rendere conto dell’operato delle istituzioni, in una sorta di anticipazione dell’accountability anglosassone. Si sviluppò un “corpus di documenti finanziari, testimoniato e preservato da iscrizioni su pietra e altri supporti durevoli, talora di dimensioni monumentali”. Atene si riempì di iscrizioni: sono rendiconti di “scambi, transazioni, consegne di tributi, spese e prestiti”.        

Al centro della rendicontazione c’era la moneta metallica, nata intorno al 620 avanti Cristo nella Lidia, oggi una regione della Turchia. Atene iniziò le emissioni verso il 550; circa 25 anni dopo iniziarono ad apparire le prime monete con l’immagine della civetta e di Atena, la protettrice della città. 

 

Marginesu ci racconta le forme della registrazione della moneta, i sistemi per controllarne produzione e circolazione. La contabilità greca è una rendicontazione delle finanze pubbliche. C’è prima di tutto la deposizione o la conservazione della moneta in un ambiente protetto, come un tesoro sacro o una cassa pubblica. Esistevano tesori sacri, come quello di Atena e degli altri dèi; e casse pubbliche (civili), per finanziare la partecipazione agli spettacoli, o il restauro delle mura, o dove finivano i proventi della vendita delle pelli degli animali sacrificati. Per tesori e casse si sviluppava un sistema di protezione del denaro, con misurazioni periodiche e l’apposizione di sigilli. Ad esempio, per la Lega delio-attica, fondata nel 477 avanti Cristo, furono affrontate sfide tecniche e burocratiche per la spedizione del denaro tra le città, specialmente nei periodi di guerra. C’era, come oggi, una fisiologia e una patologia della moneta, rappresentata da furti e contraffazioni.  

 

 

Ma la moneta tesaurizzata – oggi diremmo la moneta intesa come riserva di valore – deve prima o poi circolare. E in questa nuova forma – la moneta usata come mezzo di pagamento – ecco sorgere le rendicontazioni delle spese per la guerra, le più dispendiose per il bilancio pubblico, e poi delle spese per le operazioni finanziarie e fiscali, per le feste e per la cultura. Ne derivarono inevitabili polemiche: per il Partenone si spesero non più di 500 talenti, ma per la statua crisoelefantina di Atena se ne spesero circa 1.000, cifra che destò scandalo.

 

In Grecia la scienza contabile era distinta dallo studio teorico dei numeri. I Greci non conoscevano la partita doppia, il metodo contabile utilizzato dal Medioevo dai mercanti veneziani e magnificamente descritto e divulgato dal frate italiano Luca Pacioli (1445-1517): è il metodo che da secoli regola in tutti i paesi la redazione dei bilanci delle imprese e dello Stato. Marginesu descrive le regole contabili sviluppate dai Greci. La prima fu la regola del dare e del ricevere: in ogni scambio finanziario bisogna individuare i due attori, chi si libera della responsabilità di detenere del denaro, e chi invece si fa carico di detenerlo. La seconda è la regola della sussistenza: bisogna evitare di trovarsi “senza niente”, di finire il denaro disponibile nei tesori o nelle casse civili. Le uscite non devono superare le entrate. Questo principio consentì ad Atene, all’inizio della guerra contro Sparta, nel 431 avanti Cristo, di chiedere denaro in prestito agli dèi: destinatari di offerte ed entrate straordinarie negli anni precedenti, gli dèi avevano accumulato un grande tesoro e divennero creditori di Atene, in una sorta di prototipo primitivo del debito pubblico. La terza è la regola della relatività finanziaria: quando inizia a circolare, la moneta perde la sua connotazione specifica, “per acquistare quella che di volta in volta assume nell’àmbito del processo in cui è inserita”, cosicché esistono tante parole per indicare una stessa somma di denaro, a seconda della natura dell’operazione. La quarta è la regola della precisione: le operazioni finanziarie sono valide quando “una verifica dei conti mostra la precisione assoluta dei calcoli”.    

 

La contabilità fu centrale nella democrazia ateniese dell’età dell’oro di Pericle perché i cittadini ricoprenti le cariche pubbliche dovevano dimostrare di aver gestito gli affari della città in modo corretto, sventando così eventuali accuse. Nella cultura greca il cittadino privato può arricchirsi, ma nell’amministrazione del denaro pubblico l’obiettivo è “il rispetto delle regole e la difesa dei fondi ricevuti in gestione”. La precisione infinitesimale dei rendiconti trasportava nella contabilità l’etica della perfezione dell’Atene del V secolo. I capolavori artistici del periodo – si pensi alle sculture di Policleto e Fidia – dimostrano una cura maniacale per il dettaglio. È lo stesso obiettivo che si poneva la contabilità. “La democrazia … impone un’etica della precisione messa in scena come un esercizio formale, estetico, del corretto risultato, e la contabilità è un campo in cui l’efficacia e l’utilità di quest’etica risultano di primaria importanza per la sopravvivenza della polis”. In sintesi, il difetto imputato a Pericle, l’avarizia, si era trasformato nella virtù dell’acribia.     

 

Nei romanzi dell’Ottocento abbondano descrizioni minute dei meccanismi economici. Un esempio lo fornisce Balzac, nel racconto “I piccoli borghesi”, del 1843: cambiali che passano di mano, debiti che si accumulano, compravendite di palazzi con speculazioni, resoconti notarili, note catastali, conti familiari con informazioni su attività possedute e debiti da rimborsare. L’economia, sembra dirci Balzac, è prima di tutto contabilità. Ma, come racconta bene Marginesu, la storia era iniziata molto prima. 

 

P.S. I Greci e l’arte di fare i conti inaugura la nuova versione della collana “Gli struzzi” di Einaudi. Non si può che augurare alla nuova collana lo stesso successo degli Struzzi con i quali siamo cresciuti.

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