Il Natale di Elvis

Mi chiamo Elvis. Sono un asino. Sì, un asino e allora? Veramente sul documento di nascita ero Ugo. E allora perché mi chiamano Elvis? Che ne so! Perché raglio forte e strampalato, tipo rockettaro? Che ne so!

Qui fa un freddo biscia. Sto in un recinto da solo. Perché? Perché sono Elvis, sono cattivo.

Hanno chiesto a me di raccontarvi una storia di Natale. Perché, voi lo sapete com’è il Natale di un asino? Il padrone viene più tardi, si dimentica di metterti l’acqua fresca, ti porta il fieno che magari è pomeriggio, dal sentiero non passa nessuno, manco un mezzo umano che ti venga a fare un saluto e ti porti un tozzo di panino secco. Si sentono campane, risate, battimani, si vedono fumare i comignoli. Qualche botto perfino. E io me ne sto qui a vagolare nel recinto, certe volte ficco la testa nei cespugli, dalla vergogna, mi nascondo al mondo. 

 

Beh, la storia è questa: qui da queste parti c’è una specie di bambina con le rughe e una faccetta un po’ strana, un po’arrabbiata e un po’ disperata, cammina sempre da sola per i boschi e prima, ogni volta che passava di qui, mi veniva a trovare. Entrava proprio nel recinto, e mi portava cime di rapa, gambi di cavolfiore, buccia di rapa bianca o in estate foglie di robinia, erba fresca e trifogli, insomma roba buona, ricercata. Poi mi accarezzava, ci si parlava, lei mi abbracciava perfino. Io mai! E beh, c’è un limite a tutto: sono Elvis, l’asino cattivo, quello isolato dal padrone che gli dà le bacchettate in testa e sulle orecchie. Sono Elvis il rockettaro, che raglia che lo sente mezza valle e i cinghiali scuotono la testa e i caprioli scappano con la coda che trema. 

 

Beh, questa bambina con le rughe, che poi si chiama Chandra e le ho sentito dire che vuol dire luna, che gusti hanno gli umani, dolciastri e anche un po’ vanitosi: luna … sarà alta un metro e mezzo e crede di starsene in cielo con le stelle!? Cretina … Vabbè, però io a questa qui le volevo quasi bene, perché comunque non aveva paura di me e mi portava cose buone e parlava tenero. 

Un giorno è arrivata, mi ha dato un po’ di foglie dure del cavolo, il cavolo verdura, non per dire foglie del cavolo di rabbia. Poi mi accarezza, mi parla e mi fa: “Elvis, ma sai che assomigli un po’anche a un lupo tu?!” Beh in effetti, io ho pelo grigio, occhi intelligentissimi, muso allungato e poi ho un cuore coraggioso da paura. Così quando ha detto: “Adesso vado,” mi è montato in testa di farle la recita del lupo.

 

Ritratto durante una pausa del viaggio, Riccardo Paracchini.

 

Ho tirato indietro le orecchie e sbattevo i denti, per farle una fifa blu. Niente, lei diceva: “Elvis, vieni fino al cancello, accompagnami che vado.” Non ci ho visto più! Le ho preso un braccio e l’ho tenuto nella morsa dei miei denti, ma forte eh!? Allora mi ha fatto paura: non mi ha pestato, non ha urlato, solo, tirava il braccio tutta meravigliata. “Ma questa bambina è veramente pazza!” ho pensato e ho mollato la presa. Solo che ho sentito dire che dopo aveva tutto il braccio blu e dei punti duri duri sottopelle. Mi fa ridere, mi fa proprio ridere. Aveva una giaccaventina rossa, si è salvata così.

 

Beh, per un po’ non si è vista più. Poi, non è rispuntata? In piedi, vicino alla rete, mi ha guardato e io da lontano guardavo lei, negli occhi, ma silenzio. Tutti e due silenzio. 

È tornata un altro giorno, un giorno chiaro. Mi ha guardato e mi ha detto: “Elvis, tu lo sai che mi hai fatto male.” Non me l’ha chiesto, l’ha detto. A me questa cosa di non mettere il punto di domanda, di sapere che io sapevo mi è piaciuta, mi ha anche fatto sentire che sono uno tosto ma che con lei … Allora mi sono chinato due volte, giù con il muso a terra e ragliavo strano, ragliavo per dirle delle cose che non voglio dire a nessun altro e con la zampa sinistra mi sono coperto un occhio. Lei ha detto: “Ti perdono Elvis.”

È ricomparsa il giorno dopo, con una ruga in più tra le sopracciglia, doveva aver pensato tantissimo e magari al freddo. Si è avvicinata alla rete senza entrare e mi sono avvicinato anch’io.

 

Perché adesso il mio padrone ha chiuso il cancello con uno spago che così lei capisce che non deve entrare più da me e le ha anche tenuto il muso il mio padrone, a lei, perché l’aveva avvertita che sono cattivo e adesso non vada mica in giro a fare la vittima. Beh, eravamo vicini alla rete e lei dice: “Elvis, ti ho perdonato, ma volevo chiederti scusa anch’io perché ho valicato un confine, mi hai insegnato la distanza. Scusami.”

Adesso la vedo ogni tanto, mi porta anche da mangiare, ma non entra più nel recinto, per lo spago certo, ma non solo, quella è un tipo che spaghi e padroni mica la fermano. Certe volte, sento anche che passa e non mi chiama. La distanza. Che cosa pungigliosa è la distanza. 

E la storia finisce così, mi farò il vostro Natale zuccheroso da solo, il Natale degli asini è così, dell’asino Elvis, poi è anche in isolamento. La distanza. Lei ha imparato la distanza, ma cosa ho imparato io?

Tenetevi il Natale che io mi tengo i miei pensieri e magari quella bambina con le rughe passa e mi saluta e mi porta una buccia di rapa o magari no. 

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Opera di Riccardo Paracchini.