Il piacere della conversazione

Ecologia della Parola. Il piacere della conversazione di Anna Lisa Tota, uscito questo inverno per Einaudi, è un libro impegnato, militante. Arriva come una vera e propria assunzione di responsabilità da parte di una rappresentante del mondo dell’accademia (Tota è professoressa ordinaria di Sociologia della Comunicazione a Roma III) di fronte al dilagare, nelle conversazioni faccia a faccia così come in quelle costantemente rilanciate dai media vecchi e nuovi, di una comunicazione patologica, fomentatrice di divisione e di odio. Prendere la parola, per Anna Lisa Tota, significa, allora, scegliere di mettere in gioco il proprio patrimonio di studi e di letture, per rivolgersi a un pubblico più ampio della nicchia dei lettori di libri scientifici, in vista di una missione civile superiore. Il libro, infatti, si presenta come un invito a riconoscere i segni della disfunzione nel modo di conversare di ognuno. È questo un modo peculiare di agire politicamente nella società, nella convinzione che promuovere un miglioramento della qualità della conversazione dei singoli contribuisca a migliorare la qualità della vita di tutti. Ma cosa significa conversare meglio? Già dalle prime pagine del libro, l’autrice tiene a precisare come non si tratti del solito manuale di comunicazione efficace fra il manageriale e la psicologia spicciola: niente regolette da applicare in maniera meccanica, in questo caso. I saperi che Anna Lisa Tota convoca sono, infatti, alti, articolati, multidisciplinari come intrinsecamente non possono che essere gli studi di comunicazione. Questo armamentario di strumenti filosofici finisce con il costituire una sorta di percorso che a tutti gli effetti si presenta come proposta di revisione filosofica. Ecologia della parola al lettore chiede, insomma, di mettere in discussione se stesso, attraverso una critica di concetti fondamentali come quello di soggettività, di corpo e spazio.

 

Dirigendosi verso l’idea di un mondo inteso come processualità ininterrotta e iper-significante, universo in cui, come dice una delle massime più celebri di Paul Watzlawick, ai cui insegnamenti si fa più volte riferimento, è impossibile non comunicare. E, allora, l’intero volume prende molto seriamente questa missione smontando uno a uno i cliché a cui ancoriamo la nostra sicumera di parlatori piccolo-borghesi. L’organizzazione retorica del testo progressivamente costruisce un sistema coerente, affidando a ogni capitolo la missione di mettere sotto esame uno di questi assoluti, rivelandone l'inadeguatezza. Si comincia dalla critica della concezione dell’io e della coscienza come istanza ontologicamente fondata e posizionata in un preciso orizzonte spazio-temporale. Sono molti gli esempi portati dall’autrice che mostrano come, a questa visione, sia possibile sostituire l’idea che l’identità stessa sia un effetto di senso, una configurazione discorsiva frutto delle tante conversazioni in cui siamo imbrigliati. È, infatti, nella conversazione che si gioca la partita dell’identità, che uno appare vittima o carnefice, vincitore o vinto. Ed è allora proprio la conversazione il luogo da presidiare per non lasciarsi risucchiare dal ruolo e dall’immagine che gli altri vorrebbero affibbiarci.

 

Quando una persona si rivolge seccata nei nostri confronti senza alcun motivo evidente, saremmo portati a rispondere a tono, posizionandoci nel ruolo retorico dalla conversazione apprestato per noi, in tal caso cedendo a una rappresentazione legata a sentimenti negativi. Potremmo piuttosto pensare come il mood emotivo di quella persona non abbia alcun titolo di risucchiarci, rifiutandoci di seguire questa persona nella sua arrabbiatura e di rovinarci in tal modo la giornata. Imparare a “danzare” nella conversazione, applicando con sempre maggiore leggiadria i precetti della pragmatica della comunicazione, è, quindi, fondamentale per non lasciarsi sopraffare dal malanimo. Ma, c’è di più, l’identità è soprattutto un processo in divenire in cui finiscono per convergere presente passato e futuro. È qui che l’autrice si riferisce alla nozione di “Io quantico” coniata da Dana Zohar e Ian Marshall. Piuttosto che come unicum, l’io, lo abbiamo visto, si costituisce come una proiezione discorsiva, un “condominio di istanze” sempre cangiante che incessantemente riformula, non soltanto il piano della propria realtà ma anche il passato e il futuro. Non esiste, quindi, una linea temporale coerente in cui l’io possa essere collocato. Presente, passato e futuro, camminano insieme, trasformandosi incessantemente nel flusso della coscienza, giorno dopo giorno, momento dopo momento. Sposare una visione di questo genere immediatamente riformula i termini stessi dell’esistenza. Lo sanno bene gli psicanalisti che non fanno altro che lavorare sulla memoria per reinterpretarne consapevolmente i contorni, in tal modo, riconfigurando il “passato” dei pazienti in modo che sia funzionale a una vita equilibrata e ben strutturata. 

 

Una tale iniezione di relatività vale anche per la nozione di realtà – siamo già al secondo capitolo – la famosa res extensa di cartesiana memoria. Anche qui, come per il concetto di soggettività, vale l’idea della costruzione discorsiva. Ogni conoscenza che possiamo acquisire sul mondo è sempre una conoscenza legata a una mappa che non potrà mai, per definizione, esaurire tutte le virtualità del territorio che è chiamata a illustrare. Come a dire che quello che noi chiamiamo realtà è ancora una volta una fittissima griglia, una rappresentazione, che organizza le esperienze condivise, facendole diventare patrimonio comune. È a questa griglia che di regola facciamo appello per interpretare il mondo. Fondamentale appare trarre da una tale constatazione fenomenologica i necessari insegnamenti pratici. Essi hanno a che fare con l’idea che non essendo la realtà un tutto ontologico e normativo, essa possa essere esplorata secondo diverse prospettive. Quando ci troviamo di fronte a un no che sembra impedirci ogni possibilità di realizzazione, piuttosto che intestardirci lottando strenuamente per trasformarlo in sì, possiamo correttamente riflettere su come il mondo si presenti come una giungla di alternative, di opportunità che di fronte a noi si dispiegano costantemente determinando ciò che saremo. È imparare a navigare, attraverso l’uso consapevole (vale a dire strategico) della mappa, in ciò che conta. Affrontando la vita in modo da riconoscere al caos (e al caso) il giusto ruolo nel prospettarci le sue insidie e le sue opportunità. Nel corso della navigazione della vita non è tanto importante tenere la rotta (chi potrebbe mai sapere in partenza la propria strada senza sperimentarsi?) ma errare sapendo di poter rimediare, ovvero provando per quanto possibile a non commettere sbagli irreparabili.

 

Piuttosto che pensarci come soggetti che hanno in mano “la realtà” vale, allora, la pena di cambiare punto di vista e cercare di rappresentarsi come nocchieri in grado di navigare a vista, mantenendo viva la presenza mentale che permette di realizzare tutte le possibilità dello scenario in cui si vive. È imparare, per dirla con Recalcati, ad “amare la pianta storta”, il cui percorso di crescita non nasconda la sua tortuosità, la vera scommessa. Una volta ritrovato un tale atteggiamento di vita si potrà prendere atto di come una tale tortuosità rappresenti la regola delle esistenze di ognuno, piuttosto che l’eccezione: in fondo, forse, una pianta completamente dritta non si è mai davvero vista. Ma è proprio la questione della definizione del piano di realtà a essere decisiva: postulare un dato stato delle cose è un modo per farlo diventare reale e far sì che esso produca delle conseguenze. Innumerevoli sono gli esperimenti che su questo versante possono essere annoverati, come quello della scuola di genî in cui, proprio per il solo fatto di esservi ammessi, anche alunni dal quoziente intellettivo più che normale avrebbero prodotto risultati migliori. O al contrario le tristi storie di vita di soggetti troppo velocemente etichettati come delinquenti che, proprio per il fatto di esser stati appellati come tali, avrebbero assunto su di sé questa definizione comportandosi da devianti. Uno dei problemi della nostra contemporaneità è proprio quello di prendere troppo sul serio la realtà, confondendo la mappa con il territorio. Viviamo in anni di forzato referenzialismo, di cieco scientismo, in cui il mondo non fa altro che fare appello a una razionalità indiscutibile che finisce per soffocare ogni capacità immaginativa. Eppure c’è spazio per Harry Potter, milioni di bambini e ragazzini insieme alle loro famiglie non si stancano di seguire le storie del famoso maghetto: egli riesce con la forza delle parole a piegare la razionalità del mondo alla forza della trascendenza e delle spiritualità… 

 

Date queste premesse è facile inquadrare il nodo cruciale della questione, ovvero che il linguaggio svolga un ruolo di costruttore di realtà. È proprio il modo attraverso cui, nelle nostre conversazioni, ci riferiamo agli altri a generare delle conseguenze più o meno positive. Essere consapevoli della forza (e quindi delle conseguenze) della conversazione è, pertanto, fondamentale per evitare le scorciatoie della comunicazione patologica: etichettare il prossimo, ridurlo a stereotipo, parlarne in terza persona nonostante sia presente, sono tutti modi di degradarne la dignità usati largamente nelle conversazioni, con catastrofici effetti, sulle persone coinvolte e sulla società in generale. 

 

Ma è quando si arriva al problema del linguaggio del corpo che la biografia intellettuale di Anna Lisa Tota mostra tutta la sua originalità. L’autrice affronta, infatti, l’argomento, facendo largamente appello alle sue esperienze di studio e di pratica delle danze sacre di Gurdjieff oltre che alle sue competenze di sociologa fortemente legata ai memory studies. Questo bagaglio di esperienze viene evocato per rendere conto del ruolo fondamentale svolto dal corpo nella comunicazione umana. Non dimentichiamo che nelle teorie della comunicazione più rudimentali (Shannon e Weaver) questo ruolo era totalmente ignorato e soltanto da qualche anno si sta provvedendo a recuperare il tempo perduto. D’altra parte, intraprendere sul serio questo cammino si rivela come una scelta rischiosa: superare il dualismo mente-corpo di cartesiana memoria in nome della fenomenologia di Merleau-Ponty somiglia a tutti gli effetti a un’esplorazione, a un processo di scoperta che l’autrice sperimenta in primis su se stessa, partecipando ai suddetti seminari di danza con lo specifico obiettivo di fare emergere le logiche affettive che governano il corpo, alla ricerca di una razionalità degli affetti per molti versi svincolata da quella cognitiva. Alcuni studi riportati nel capitolo, sarebbero considerati inconcepibili all’interno di un paradigma razionalista classico.

 

Come quello della memoria degli eventi traumatici che si tramanderebbe di generazione in generazione, in maniera imperscrutabile soltanto seguendo dinamiche affettive, fino a configurare una sorta di “sindrome degli antenati” (Schützenberger). C’è poi il problema della prossemica, del rapporto fisico tra corpi all’interno di un gruppo sociale. In tempi di Coronavirus, la questione delle distanze ma anche della variabilità culturale del rapporto fra corpi nello spazio è diventato di grande attualità ma essa non dovrebbe in nessun caso essere presa sottogamba. 

Consustanziale al problema del corpo è quello dello spazio. Che mai dovrebbe essere considerato soltanto come mero e innocente teatro dell’azione. Lo spazio agisce. Portandosi con sé la memoria del passaggio degli esseri umani, dei loro desideri e delle loro biografie. Tanti sono i ricordi personali dell’autrice legati a “stanze” domestiche e non che la dicono lunga sui loro abitatori. C’è la bisnonna cuciniera che negli anni della giovinezza dell’autrice si arrabattava fra due cucine per preparare i suoi manicaretti. C’è la scrivania della consulente finanziaria, resa unica da fotografie dei suoi gatti e altri ninnoli personali: questi oggetti riuscivano, quasi taumaturgicamente, a infondere fiducia nella relazione fra lei e i clienti, così facendo giocando un ruolo di primo piano nel suo successo di manager. 

Giunge infine una riflessione sull’intiero della persona e della sua biografia come effetto della conversazione, in cui si sottolinea il ruolo che possono avere la psicanalisi e le discipline della comunicazione nella ricostruzione di un “passato sostenibile”, agendo proprio attraverso la conversazione, la parola, per guarire i traumi.

E c’è poi il silenzio. Con cui si chiude il libro, che è dedicato proprio a coloro a cui almeno una volta nella vita è mancata la parola, agli afasici. Gli antichi consideravano questa stessa afasia una virtù. E noi, dopo una lettura così articolata e piena di spunti, ci uniamo, soddisfatti, a loro.  

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