Santiago, la coppa nello stadio di Pinochet

 

Intervistato dalla emittente radiofonica Adn subito dopo la vittoria del Cile nella finale di Coppa America del 4 luglio, il trentunenne centrocampista Jean Beausejour ha dichiarato di sentirsi felice. Era felice, ha detto, non solo perché la Nazionale aveva vinto ma anche perché per una volta lo Stadio Nazionale di Santiago aveva rallegrato il Cile. " È un posto dove ci sono stati tanta tristezza e tanto dolore, oggi abbiamo dato allegria al Paese”. Data per scontata la sincerità del giocatore – un uomo sensibile a detta di tutti – né la sua buona fede né la funzione compensatoria che invoca riescono a giustificare una scelta che molti considerano facilona o spregiudicata anche se non ha mai smosso masse né attivato eccessive proteste: quella di utilizzare per eventi ludici (finora settanta partite di Coppa America e diversi concerti e riunioni politiche) il simbolo della repressione di Pinochet, teatro del primo sterminio e tortura dal 12 settembre al 9 novembre del 1973 e gesto inaugurale degli orrori a venire, non importa che una piccola zona di panchine in legno sia stata adibita, oggi, a omaggio alle vittime.

 

 

“È un po' come ballare sui cadaveri”, ci ha detto un noto intellettuale vicino a Michelle Bachelet, la presidente che ha assistito alle partite in cui ha giocato il Cile nonostante sia passata per le prigioni della dittatura. “E non fa niente se non sei stato tu a ucciderli”. Se vale la metafora, la pista sono il campo d'erba e i quattro piani di gradinate e tribune per 48.000 spettatori mentre i cadaveri, o il loro spirito, si troverebbero più sotto: in quei budelli stretti e cupi dalle pareti scrostate e i pavimenti grigi invisibili all'esterno o negli spogliatoi davanti alla piscina, illuminati da lugubri luci al neon in cui le donne vennero torturate e spesso uccise, e nel Velodromo “dedicato” agli uomini. Dai tempi di quei fatti, tutto in quei luoghi è rimasto intatto, e l'Estadio riflette la contraddizione dei governi cileni post-Pinochet nei confronti della dittatura e le cautele nell'affrontare una ferita che per molto tempo non si è voluta riconoscere, figuriamoci curare: da un lato si lascia tutto com'era per ricordare, dall'altro non si è abbastanza risoluti da trasformare quel luogo in un monumento alla memoria. Una scelta che può suonare cacofonica in un Paese che ha convertito i teatri più cruenti in memoriali e musei dei diritti umani o in parchi tematici come nel caso del Villa Grimaldi, l'ex campo di concentramento più tristemente noto (229 morti e desaparecidos su circa cinquemila detenuti) che oggi è il Parque por la Paz, luogo tristissimo e poetico coperto di alberi e fiori che ospita concerti e opere teatrali e in cui alla parte originaria è stato aggiunto un carico di simboli come i roseti gialli, rossi e rosa: ogni roseto corrisponde a una donna uccisa, o sparita.

D'altronde, quei fiori erano una delle caratteristiche del luogo anche quand'era un campo di concentramento, come racconta il sopravvissuto mirista Hernán Plaza che, incarcerato nella Torre, un monumento rosso da cui si usciva di solito per essere giustiziati, ricorda di allora un unico dettaglio gradevole: l'odore delle rose, appunto, che gli arrivava alle narici quando lo accompagnavano dalla sua cella al bagno.

 

Anche l'attuale Museo de la Solidaridad Salvador Allende poggia su un seminterrato che, ai tempi della Dina, era un centro di intelligence e ufficio di spionaggio del Cni, Centro Nacional de Información in funzione tra il 1977 e il 1990 e in cui si conserva una picana finita lì chissà come. Se il locale è rimasto inalterato, le sale dei piani superiori sono diventate un magnifico museo d'arte moderna che espone in mostre separate le più di tremila opere che artisti estimatori di Allende tra cui Juan Mirò regalarono al governo di Unidad Popular in segno di solidarietà e che, razziati in parte dagli sgherri di Pinochet, sono state recuperate dopo anni (molte altre continuano ad arrivare, peraltro). Un altro luogo alla memoria è lo struggente Londres 38, casa d'epoca nella strada omonima nel centro di Santiago, primo laboratorio di desaparición sistematica in cui sparirono 96 persone ed è oggi, dopo un complesso iter durato anni, un centro di cultura vitalissimo, con contributi dell'arte e della politica. Nella strada su cui si affaccia è stato realizzato un singolare memoriale: un sentiero di piastrelle bianche e nere che sbucano tra i ciottoli e corrispondono ai prigionieri uccisi.

Reportage n. 23

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