Vichy, quella pagina nera che la Francia ha rimosso

 

 

Non un museo, non una targa, non un’indicazione. Se si volevano rimuovere i segni di un vergognoso passato il lavoro è stato fatto bene. Vichy è tornata ad essere una bellissima stazione termale, il regime collaborazionista del maresciallo Pétain, che dal ’40 al ’44 occupava mezza città con il governo, i ministeri e le altre istituzioni, è come se non fosse mai esistito. Le sette palazzine di boulevard des Etats Unis, dove aveva i suoi uffici la Gestapo, sono state ristrutturate, ma le facciate sono rimaste tali e quali, lo stesso colore, i medesimi balconi, gli infissi. Vi abitano tranquilli inquilini che evidentemente non giudicano un problema vivere dove operava (e interrogava, sappiamo come) la polizia nazista. Possibile che siano all’oscuro di quanto avvenuto tra quelle mura? Al numero civico 121, oggi semplici appartamenti, scopro – grazie a un libriccino con foto d’epoca – che qualcosa è stato mantenuto: la scritta “Portugal” sulla tettoia azzurra, emblema originale dell’Hôtel du Portugal, sequestrato durante il regime di Vichy dapprima per farne la sede del ministero delle Finanze della “Francia libera”, poi appunto – dal novembre 1942 – il quartier generale della Gestapo, guidata da Hugo Gessler.

 

Il libretto fotografico di Thierry Wirth, intitolato “Vichy capitale 1940 -1944”, è uno dei pochi volumi presenti nelle librerie della città sull’esperienza petainista, ma è particolarmente prezioso perché racconta, via per via, come un baedeker dell’orrore, la memoria che la città ha cancellato, conducendo per mano il lettore nei luoghi “dimenticati”. Apprendo, dunque, che il luminosissimo Centre culturel Valéry Larbaud, un grande scrittore del Novecento nato e morto a Vichy, che tra l’altro tradusse in francese l’Ulisse di Joyce, occupa il palazzo del Petit Casino, dove nel 1943 aveva sede la Milice française, una polizia di stampo fascista che utilizzava gli stessi metodi della Gestapo, rastrellamenti, esecuzioni sommarie, tortura. Negli scantinati del Petit Casino gli aguzzini torturavano i prigionieri politici, negli ascensori li eliminavano. Ma di queste abominevoli pratiche, di ciò che forse permea ancora quei muri, i responsabili del Centro culturale, anch’essi, non sanno niente.

 

“Ma è chiaro che qui vogliono nascondere il passato, la metà degli abitanti di Vichy stava coi nazisti”, mi dice un anziano avventore di un bar situato poco più avanti su rue du marechal Foch, il Bazar café. E probabilmente oggi, un po’ meno della metà, sta con Marine Le Pen, immagino. È un parigino in vacanza, che conosce bene la città e condivide la mia incredulità nel sapere di gente che, come se nulla fosse, abita nelle villette della Gestapo. “Ma era la Milice che torturava, non la Gestapo”, aggiunge, consigliandomi di procurarmi il libro dello storico americano Robert Paxton: “È il saggio più serio, più equilibrato, i nostri storici si sono premurati soprattutto di salvaguardare la figura di Pétain, l’eroe della Prima guerra mondiale, attribuendo tutte le responsabilità degli orrori al Primo ministro Laval. Ma non è così, chi decideva era Pétain”.

 

Artefice della firma dell’armistizio e della creazione del nuovo governo filonazista, Philippe Pétain aveva il suo quartier generale all’Hôtel du Parc, che oggi è diventato un residence, ma che è individuabile dalla scritta “Le Parc” applicata alla ringhiera del balcone centrale al primo piano (Pétain, la sua famiglia e il suo entourage vivevano al terzo, Laval al secondo). Ed è proprio qui davanti, per l’esattezza lungo il viale che circoscrive il bellissimo parco centrale della città, che finalmente trovo una stele commemorativa, non segnalata nel libretto, che dice: “Le 26 août 1943 le gouvernement de l’Etat français, installé dans cette immeuble à Vichy, a déclenché sur tout le territoire de la zone libre une gigantesque rafle des juifs étrangers. Plus de 6.500 entre d’eux, dont des centaines d’enfants, ont été arrêtés ce jour là et livrés au Nazis en zone occupée, d’où ont été aussitôt deportés sans retour vers le camp d’extermination de Auschwitz. Au total ce fut la sort tragique de plus de 10.000 vivants en zone libre. N’oublions jamais”. Firmato: “Le fils et les filles des déportées juifs de France. Association Culturelle Israelite de Vichy”. È la sola testimonianza materiale in città delle nefandezze del regime francese tra il ’40 e il ’44. Juifs étrangers, dice. Non francesi, come i 13mila deportati dalla Francia occupata con il grande rastrellamento del Vélodrôme d’Hiver a Parigi, operato dalla polizia francese, ripeto la polizia francese, non le Ss, il 16 e 17 luglio 1942. Gran parte degli ebrei stranieri che vivevano sotto Vichy erano ebrei che i tedeschi avevano deportato in Francia dalla Germania (oltre seimila soltanto il 23 e 24 ottobre 1940). “Eccoci giunti alla più grande vergogna del regime di Vichy: l’antisemitismo”, scrive Paxton a pagina 171 del suo libro. Quando furono processati dall’Alta Corte francese per tradimento, nel novembre del 1944, Petain e Laval si difesero dicendo di aver consegnato ai tedeschi per la maggior parte ebrei non francesi e di non aver obbligato gli ebrei a portare la stella gialla. Sono puntualizzazioni ridicole, che non rendono meno gravi la loro piena adesione alla “soluzione finale”, l’enorme numero di lavoratori francesi deportati in Germania ad alimentare le file dei cosiddetti “schavi di Hitler”, i rastrellamenti, le feroci rappresaglie, i massacri di partigiani. “La responsabilità di Pétain ci sembra immensa”, scrisse su Combat, nei giorni del processo, Albert Camus. Il quale – al contrario di buona parte dei francesi – non aveva dubbi: il regime di Vichy è stato un regime autoritario e antidemocratico, “Pétain un traditore della Francia”.

 

Nel grande parco con la stele in marmo decine di bambini schiamazzano sulla giostra-carillon, la gente si attarda ai banchi di una comunissima fiera di prodotti locali, un gruppo di anziani gioca alla pétanque. Di qui parte un trenino turistico che, due giorni la settimana, nei mesi estivi, fa il giro della città, accompagnando i viaggiatori ad ammirare i palazzi dei tempi in cui Vichy era la capitale dello Stato francese. Non a caso, il capolinea è situato davanti al Grand Casino, che nei giorni dell’insediamento del governo fu riaperto per trasformare la sala spettacoli in Camera dei deputati. Ma il primo spettacolo, nella sostanza anche l’ultimo, non fu divertente. Il 10 luglio 1940 le Camere riunite assegnarono a Pétain pieni poteri, compresa la delega per una nuova Costituzione che contenesse tre parole d’ordine nell’ambito di una “rivoluzione nazionale” – così la chiamarono – di impronta conservatrice, decisamente diretta contro il precedente governo del Fronte popolare: Lavoro, Patria, Famiglia. Senza naturalmente dimenticare – tra i valori da difendere – la Chiesa. Il nuovo governo ottenne 570 voti a favore (votò sì, credendo nel vecchio maresciallo, addirittura il 77 per cento dei parlamentari di sinistra presenti), 80 i voti contro, 21 gli astenuti. Ora la metà della Francia intorno a Parigi era governata dall’occupante nazista, l’altra metà faceva capo a una dittatura “carismatica”, guidata da un anziano signore, che nel messaggio ai francesi del Natale del ’43 si definì “un uomo che vi ama come un padre”. Quasi totalmente succube alla Germania, convinto che il Terzo Reich avrebbe vinto la guerra seza problemi, il Maresciallo non fu in grado di strappare una sola significativa condizione di favore nemmeno nell’incontro personale con Hitler, pochi mesi dopo la firma dell’umiliante armistizio. Con tutto ciò, nel 1942, dopo la débâcle delle colonie francesi in Africa, la Germania decise di prendere direttamente possesso anche dei territori non occupati.

 

L’area della città dove si insediò il governo di Vichy è sostanzialmente compresa tra il parco (Parc de Sources) e il fiume Allier, che alle spalle delle ex palazzine della Gestapo si allarga fino a sembrare quasi un lago (Lac d’Allier), garantendo ai villeggianti una piacevole passeggiata e un panorama aperto e luminoso che, sulla sponda opposta, si spinge fino ai campi da tennis, al golf da 18 buche e all’ippodromo. Il lungofiume è caratterizzato da un’architettura modernista con grande uso di vetro e di acciaio. Mi siedo a uno dei tavolini all’aperto di un ristorantino “omologato”, come se ne trovano anche a Berlino, a Buenos Aires, a Shanghai. Con la sola, ma non trascurabile, differenza che qui servono una steak tartare di prima qualità. Traccio dei segni sulla mappa, tento di leggere qualche appunto poco comprensibile, cerco altri palazzi del regime sulla piccola guida fotografica, sapendo che non ci sono altri modi per scoprirli, nemmeno rivolgendosi all’Ufficio del Turismo, prodigo viceversa di consigli sulle rinomatissime terme.

  

Al numero 1 di rue Hubert Colombier, poco distante dall’Allier, oggi abitano monsieur e madame Chavarorette, ma durante la guerra il piccolo castelletto si chiamava Hôtel Astrid, sequestrato anch’esso, come quasi tutti gli alberghi di Vichy, dal regime. Le sue stanze furono assegnate a vari servizi governativi, tra i quali la Segreteria di stato all’Informazione, il servizio di Propaganda e il Commissariato generale per i prigionieri di guerra rimpatriati. Ma la maggiore curiosità è che all’Hotel Astrid lavorava per il regime il futuro presidente della Repubblica francese, il socialista François Mitterrand, che a un certo punto, va detto, si dimise. Un centinaio di metri più avanti, sul medesimo lato di rue Colombier, c’è un’altra palazzina elegante, il numero 11. Due piani, il tetto è di ardesia, tre i lucernari. Mi avvicino e sfioro con la mano il portone in legno finemente intarsiato con un drappo sostenuto da un nastro. Non c’è dubbio che sia il portone originale della palazzina che durante Vichy ospitava il ministero dell’Interno, la polizia delle società segrete e la polizia anticomunista. Ossia, un reparto di polizia si dedicava esclusivamente ai comunisti. Mi allontano, terrorizzato da questo pensiero (nel marzo ’41 i detenuti politici erano già 18mila, la maggior parte proprio comunisti) e mentre viene buio mi dico che il “tour degli orrori”, per il momento, può terminare qui.

 

Philippe Pétain fu condannato a morte, ma la condanna venne commutata in ergastolo dal generale de Gaulle (Pétain morì in prigione nel ’51, a 96 anni, sull’isola di Yeu). Per Pierre Laval, invece, fu decisa la fucilazione, avvenuta il 15 ottobre 1945 nella prigione di Fresnes. Altri grossi esponenti del regime collaborazionista considerati responsabili di “crimini contro l’umanità” furono ricercati (e protetti) a lungo. Il primo a essere condannato con quest’accusa fu il “buon cattolico” Paul Touvier, tutelato per anni dalla Chiesa. Touvier fu finalmente giudicato da un tribunale francese nel ’93, senza che nella sentenza di rinvio alla Corte d’Assise i giudici di Versailles facessero riferimento a Vichy (presidente della Repubblica era Mitterrand). Un altro criminale ad essere portato alla sbarra fu Maurice Papon, morto ultranovantenne nel 2007 dopo una condanna a soli dieci anni. Il capo della polizia di Vichy, René Bousquet, 84enne, che era in attesa di giudizio, fu ucciso dentro casa sua con quattro colpi di pistola, sempre nel ’93, da un certo Christian Didier, probabilmente un sicario assoldato per farlo tacere. Furono sempre processi tardivi a persone che avevano già un piede nella fossa. Tutta la Francia voleva dimenticare e Vichy, a modo suo, ha dimenticato.

 

Questo pezzo è uscito sul nuovo numero di Reportage, il 25, attualmente in libreria.

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