Tutto quello che so del grano

In questi tempi di pornografia psico-filosofica, di stanca fame di realtà e di fuffe linguistiche, il Teatro delle Ariette sembra una zona franca in cui deporre incartamenti e livore.

Inchiodati sul confine tra la resa e la voglia di trovare uno slancio, indecisi su cosa fare delle nostre vite e della nostra fiducia, su cosa pensare e sentire – se sia meglio vivere liberi o in coppia, se la carne faccia male o no, se convenga crescere i figli in campagna o in città, se sia bene leggergli solo favole gender friendly, se il biologico sia poco meno di una truffa, se l'arte e la storia siano morte col romanticismo o meno, se abbia ragione Heidegger o Bloch, se sia meglio il manicheismo o il relativismo, se il teatro sia parola, gesto, o tutte e due, o nessuna delle due... – guardiamo Stefano, Paola e Maurizio che in scena impastano, cuociono, tagliano, servono, mentre raccontano la loro biografia di uomini donne e artisti, dandoci la sensazione che sappiano esattamente cosa stanno facendo con le mani, e che qualsiasi cosa uscirà dal forno o dai pentoloni sarà sicuramente, incontrovertibilmente, straordinariamente squisito e sano. E noi li guardiamo, appunto, come profeti di una vita e di un teatro pieni di altissima dignità: per il pubblico sanno di buono, di naturale, di salutare, di emozionante, di santo, di verissimo, per gli addetti ai lavori di un aggiornato teatro popolare di ricerca.

 

 

Non a caso con il Teatro delle Ariette, ultimamente, si “danno segnali”. Il Teatro di Roma dava un segnale inaugurando la stagione, lo scorso autunno, collocando sul palco del teatro Argentina la tavola imbandita del primo e ormai storico spettacolo Teatro da mangiare? concepito durante una conversazione con Armando Punzo nella cucina delle Ariette (lo spettacolo, che dal debutto al Festival Volterra Teatro nel 2000 a oggi conta circa 900 repliche in giro per il mondo, è raccontato anche in un libro omonimo, uscito nel 2003, a cura di Massimo Marino); Emilia Romagna Teatro Fondazione pure dà certamente un segnale, in questa primavera, ospitandoli per un mese al teatro delle Moline con un articolato progetto fatto di incontri con altri teatranti “eticamente” affini, proiezioni dei film di Stefano Massari, prove aperte e la presentazione di un nuovo lavoro intitolato Tutto quello che so del grano. Di quale sia la direzione in cui è scagliata la freccia che conduce questo segnale, di preciso, non sappiamo ancora dirlo, ma va bene comunque.

 

Le Ariette, dal canto loro, avanti anni luce rispetto al nostro immaginario da mulino bianco e alle nostre strategie da spettatori o da impresari – ma sempre gentili come i veri saggi con i nostri limiti – mentre impastano e raccontano e profondono fascino in tutte quelle cose di cui qualcuno si è preso personalmente cura e che saranno destinate a durare, ad avere una storia (così, senza neanche sfiorare l'argomento, ci fanno venire voglia di indossare un cappotto di lana invece che un piumino in poliestere, e di mangiare nei piatti di ceramica invece che in quelli di plastica), ci conducono ben lontano dal mulino che vorrei, dritti nel loro e nel nostro soffrire, a colloquio con le ombre, la tristezza nera e la nostalgia di felicità che ci portiamo nel cuore nel dubbio atroce che sia tutto inutile: il teatro, il corredo ricamato a mano, la vita.

 

 

Paola Berselli e Stefano Pasquini si sono sposati poco meno di trent'anni fa. Nel 1989 il teatro lo avevano abbandonato per autoesiliarsi in campagna, a Castelletto di Serravalle, dove lo hanno ritrovato solo qualche anno dopo quando hanno deciso di costruire, con Maurizio Ferraresi, mattone su mattone il “Deposito degli Attrezzi”; un teatro tutto loro, un festival, A teatro nelle case, in cui ospitare artisti con cui avesse senso avere un dialogo e degli spettacoli intimi, per poche persone, che finiscono sempre intorno a del cibo preparato in scena e a un bicchiere di vino.

 

È insistendo su questa biografia, sui dettagli di una casa, una convivenza, una pratica contadina e una geometria delle abitudini e delle insicurezze, dei dubbi e delle illuminazioni, che in ogni spettacolo costruiscono un rito che possa rendere visibile, teatrale, quanta sensibilità, acutezza, stupore, stanchezza, solitudine, sofferenza, felicità, – arte, soprattutto – possano nascere dal fare e disfare, dall'esercitarsi nella compassione e nella distanza con la stessa persona, in un unico luogo, senza via di fuga, come ci si esercita per secoli sullo stesso verso classico che non si può più cancellare: con la consapevolezza del per sempre.

 

 

Per sempre vuol dire senza esami, senza negoziazioni, senza amori da coltivare come piante: scegliersi una volta sola, con la certezza che nella gioia o nel dolore – le formule dei matrimoni non sono a caso – l'altro rimarrà la tua famiglia, il tuo ritorno, la tua origine. Senza inseguimenti, passioni, mancanze, nostalgie da romanzetti meschini in cui ci rifugiamo per quella paura di non esistere abbastanza o di esistere troppo che ci dà in pasto proprio alla banalità che tanto ci ripugna.

 

Il grano, al quale è intitolato il nuovo lavoro presentato alle Moline, è l'infanzia di Paola, la sua origine, il suo primo per sempre. Negli anni Pasquini è diventato un gran maestro del grano, un fine conoscitore di farine, di focacce, di pane, un esperto delle origini di sua moglie: è diventato la sua altra origine, fino a desiderare d'averla incontrata da bambina, per crescere con lei, per essere davvero sempre stato la sua famiglia, il suo ritorno.

 

 

È lui infatti a dare inizio al racconto della vita di Paola intorno al quale si sviluppa lo spettacolo, a partire dagli anni in cui non c'era, l'infanzia a Crespellano, la famiglia contadina, la vita nei campi, le Feste dell'Unità, il trasloco nell'appartamento di Anzola, la sofferenza del nonno abituato a vivere all'aria aperta, le lenzuola di canapa trasformate in asciugamani con il pizzo, i capelli cotonati della mamma, l'amore, il matrimonio e le giornate al mulino a macinare il grano, il teatro lasciato e ritrovato. Paola riguadagna il suo monologo, e come in un rebus in carne e ossa, un'immaginetta sacra, i piedi affondati nel grano, vestita con una tovaglia bianca ricamata di cui si vede il dettaglio di rifiniture e orli, incorniciata dalle lucine come nella nicchia di una madonna, racconta di sua madre, della sua voce, del cucito, degli anni in appartamento. La drammaturgia di questo primo studio, ancora evidentemente incompiuta, è tutto un susseguirsi di monologhi, divertenti clownerie di coppia, raffinate pantomime di Maurizio Ferraresi e silenzi scanditi con grande, naturale precisione dal tempo di cottura delle pietanze che preparano in scena.

 

 

Ben oltre il senso di buono, di commovente, in cui ci piace tanto crogiolarci, scopriamo che Tutto quello che “sa” del grano, Pasquini, non è solo che a Paola piacciono le focacce morbide, ma che fare una focaccia per lei, dopo una lite, vuol dire poter avere tempo per pensare – durante l'attesa della cottura – e scrivere delle lettere che saranno “il testamento della stupidità, il testamento dell'incapacità di essere felici”; lettere sul dolore del non capirci nulla, del sentirsi segretarie della vita, dell'aspettarsi sempre qualcosa, dell'essere felici, disperati e di nuovo felici. Rubarsi del tempo da perdere per riflettere su quanto il teatro sia così disgraziatamente più importante della vita che si finisce per essere entrambi contenti di avere litigato, perché dallo scarto può nascere quel monologo sul non senso della vita che Paola avrebbe sempre voluto recitare. “Tanto, se non è spunto per fare dell’arte, la vita non ha senso, e neanche l’amore, l’amicizia, niente. Perché solo un monologo può cambiarci la vita, oggi. La vita oggi, non si cambia vivendo, ma scrivendo”. E si esce pensando che gli amori antichi, lunghi per sempre, in fondo stanno a guardia di solitudini straordinarie.

 

Tutte le foto sono state scattate dal fotografo Stefano Vaja.

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