Minusio (Bellinzona, Lugano). Frammenti d’arcadia

La teleferica nella vetrina di Franz Carl Weber e «L’Innovazione», Scacciapensieri e le patatine Zweifel paprika: il Canton Ticino, per noi che abitiamo negli immediati dintorni, è sempre stato un’arcadia. Eppure non è, come forse vorremmo, un luogo fuori dalla storia. Anzi, le cronache degli ultimi tempi sollevano preoccupazione e un po’ di stupore. Area povera, di civiltà contadina fino a una generazione fa, è diventata in cinquant’anni una delle zone più ricche del mondo occidentale. Forse la “mutazione antropologica” è avvenuta in maniera dolce, ma l’innocenza, semmai sia esistita, si è persa per strada. Per capire come è successo mi sono rivolto a tre personalità del Cantone che hanno vissuto la trasformazione da punti di vista differenti. Comincio la mia ricognizione con un linguista. Lo spunto me lo offre, alla dogana di Ponte Chiasso, la parola “vignetta” che in Italia ha un significato diverso.

 

 

Minusio-Locarno

 

L’amico ritrovato Bruno Segre mi mette sulle tracce di Sandro Bianconi, raccontandomi degli anni della Contestazione vissuti insieme a Locarno come insegnanti di scuola superiore. Scrivo a Bianconi, divenuto poi docente universitario di sociolinguistica, chiedendogli un incontro per parlare dei rapporti tra Italia e Ticino. Mi risponde che «dopo più di un mezzo secolo di frequentazione inutile del tema, già solo per una questione di buon gusto e di pudore, il solo sentirne accennare mi provoca acute reazioni allergiche e di rigetto».

 

Dopo aver presentato tutte le mie commendatizie, dimostrato la conoscenza di Albero genealogico, storia di una comunità attraverso gli avi di Piero Bianconi (zio di Sandro) e grande libro sull’identità regionale ticinese, busso alla porta della sua casa di Minusio. Lo trovo in giardino che lavora al computer in shorts e maglietta. Ha il fascino di uno scrittore inglese espatriato (John Berger) e mi esorta a dargli subito del tu, anche se resterà un po’ cauto. Ma non mi sono pentito di averlo incalzato. Si comincia dal ’68 ticinese, anzi dal ’67, vissuto in una scuola magistrale di Locarno, quando la voglia di cambiamento confliggeva con un preside che era anche sindaco della città. Una piccola parte dei docenti (Bianconi, Segre) si unisce agli allievi. Seguono occupazioni, proteste, qualcosa di mai visto. Vincono gli studenti e il preside se ne va. Sono gli anni in cui i figli della borghesia frequentano il liceo, mentre gli studenti dell’istituto magistrale conquistano sui ban­chi di scuola il proprio avvenire. La protesta è anche il segno di un trapasso d’epoca: i figli degli agricoltori, degli artigiani, che spesso vengono dalle valli, immaginano un futuro diverso da quello dei padri.

 

In quegli anni Bianconi è anche direttore del Festival di Locarno, manifestazione allora molto più cinéphile di oggi e tollerata come un oggetto estraneo dall’establishment locale, che ne immaginava una declinazione turistica e non un crogiuolo delle nouvelles vagues europee. Nel fatidico ’68, nei giorni in cui i carri armati entrano a Praga, il regista ceco Jiri Menzel vorrebbe che i film del blocco sovietico non venissero proiettati, ma il resto della giuria si dissocia. Sul sito della Rai si trova un filmato d’epoca dove si vede un giovane Bianconi (è nato nel 1933) spiegare che sarà la giuria dei giovani ad assegnare i premi. La tensione è evidente, ma il direttore se la cava, anche se il suo progetto di rendere il festival uno strumento di crescita culturale del territorio, portando i film nelle scuole e usandoli come strumento di discussione, spostando quindi il festival a ottobre (figuriamoci!), viene bruscamente interrotto nel 1970.

 

 

Comincia la carriera di un “maestro scomodo” della cultura ticinese. Capisco ora perché è stufo, dopo oltre quarant’anni, di rispondere a domande sui destini del Cantone. In ogni caso non si sottrae e in­sieme ripercorriamo la storia dei rapporti tra Italia e Ticino, in particolare sub specie linguae. Il Ticino diviene Cantone nel 1803 e per buona parte dell’Ottocento i rapporti di vicinato con l’Italia del Risorgimento restano ottimi: l’unità linguistica e di religione (il Cantone fu sotto le diocesi di Milano e Como fino al 1885) sfumava la percezione dei confini territoriali. Le cose cominciano a cambiare quan­do Berna, nel 1874, centralizza frontiere e dogane. Si aggiunga che la galleria del Gottardo (1882) unisce il Ticino alla Svizzera interna e alla Germania e favorisce il flusso di una popolazione che elegge il Ticino a proprio meridione, geografico e mentale, diffondendo espressioni di lingua tedesca nel Cantone, da allora identificata nella lingua del progresso. Attorno al lago di Lugano sorgono ville e alberghi che ne ridisegnano il paesaggio in una declinazione tardo-romantica (quello che, seppur alterato, vive tuttora). Chi arrivava dal nord si immaginava il Mediterraneo, e così, per aderire allo stereotipo, nacque un’umanità ticinese in cui si accentuarono caratteristiche “meridionali”. Gli oggetti simbolo di questi antenati di Clay Regazzoni sono chitarre, zoccoletti e boccalini.

 

È allora, al passaggio del secolo, che il grande linguista Carlo Salvioni ammonisce sui pericoli di una germanizzazione e promuove la nascita, come presidio di difesa linguistica, della rivista «L’Adula», dapprima irredentista, poi decisamente fascista, tanto che viene chiusa dalle autorità federali nel 1935, epoca in cui Mussolini proclamava che il Ticino dovesse essere italiano. All’epoca sono due le principali correnti culturali ticinesi, divise dalla questione linguistica. La prima aveva come esponente più autorevole il romanziere Francesco Chiesa, per il quale la lingua era «l’anima di una nazione» e la cultura ticinese si legittimava solo con l’adesione a quella italiana. Lo fronteggiava Brenno Bertoni, peraltro suo cognato, che era per il plurilinguismo costitutivo el­vetico, in funzione quindi antifascista. Una terza via fu esaltare il “genio” ticinese, risalire a grandi figure come Borromini, Fontana e creare un’idea autarchica di cultura che, nel concreto, si spostò su battaglie territoriali come la richiesta che le insegne dei negozi fossero solo in italiano. Negli anni tra le due guerre vengono chiuse scuole di lingua tedesca – l’Italia fascista si faceva sentire – ma ci furono oasi di civiltà come Radio Monte Ceneri ai cui microfoni intervennero Benedetto Croce e Delio Tessa.

 

Gli accadimenti della Seconda guerra mondiale si ripercuotono sul Cantone: arrivano centinaia di rifugiati dall’Italia che entrano in contatto con gli esponenti più aperti della cultura ticinese, mentre, qualche anno più tardi, i mitici seminari di Friburgo di Gianfranco Contini saranno frequentati da tre giovani che faranno parte del rinnovamento culturale ticinese del dopoguerra: Romano Broggini, Giorgio Orelli, padre Giovanni Pozzi. Se in Ticino c’è maggiore apertura dopo la guerra, è anche il momento in cui parte la corsa al denaro. Un residente di lungo corso come Hermann Hesse – secondo il quale «qui il sole è più intenso e caldo e le montagne ancora più rosse, qui crescono castagni, la vite, mandorli e fichi e la gente è buona educata e gentile» – si accorge, negli ultimi anni di vita (muore nel 1962), che il turismo di massa sta modificando la natura del Cantone. Si vendono i terreni migliori a tedeschi e svizzeri tedeschi, così nella lingua corrente aumentano le espressioni di origine germanica.

 

Attorno agli anni sessanta il boom economico e la febbre del cemento creano nuove esigenze e necessità come la costruzione dell’autostrada, che comporta un nuovo arrivo di manodopera, specie dall’Italia meridionale. Pur di lingua italiana, si dice che «non parlano come noi» e divengono capri espiatori per una comunità in rapida trasformazione, che per la prima volta ha raggiunto il benessere materiale. A quel punto il dialetto diventa un rassicurante codice del passato e un rifugio per la salvaguardia dell’identità ticinese. Anche la rsi, da sempre la più importante agenzia di cultura in lingua italiana, si apre alla commedia dialettale. Cresce la tendenza a equiparare il dialetto allo Schwyzertütsch. È un dialetto di koinè, una lingua regionale, quella che si parla in Ticino a partire dagli anni ottanta e che prepara, inavvertitamente, rigurgiti localistici i cui effetti sono oggi sotto gli occhi di tutti.

Bianconi mi congeda malinconico e preoccupato. Mi pare di capire che la sua amarezza sia legata alla scissione tra progresso e sviluppo che, come altrove, ha affievolito le speranze di un miglioramento dell’intera società.

 

 

Bellinzona

 

Chiedo a Lio Galfetti quale sia il primo edificio “moderno” del Ticino. Mi risponde, dopo qualche esitazione, la Biblioteca cantonale di Lugano, costruita durante l’ultima guerra nel Parco Ciani. Il progetto è firmato da Rino Tami e vince, tra gli altri, l’opposizione del tradizionalista Francesco Chiesa. Dopo la guerra è il settore pubblico, una buona classe di amministratori, ad aprire la strada all’architettura moderna. Così Galfetti, studente controvoglia, dopo una laurea al Politecnico di Zurigo, si trova alla fine degli anni cinquanta a costruire secondo i dettami del Movimento moderno. Chi sono i committenti? «Persone con qualche anno più di me. C’era una grande fiducia in noi: in me, Snozzi, Vacchini, Gianola. Botta arriva più tardi». Dalle sue parole si capisce che è un momento decisivo per la società ticinese: «La nostra allora era una provincia aperta». E il rapporto con l’Italia? «Per noi architetti bastava arrivare a Como dove c’era Terragni e la lezione del razionalismo».

 

Galfetti torna più volte sul fatto che la sua generazione è stata fortunata – c’era la volontà di rinascita del dopoguerra, un mondo nuovo a cui si contribuiva a dar forma – a confronto con chi svolge la professione attualmente: «Oggi, anche quando costruisci, fai delle cose inutili, qualcosa che potrebbe anche non esserci». Negli anni cinquanta-sessanta c’era un senso di necessità, stava cambiando tutto, il Ticino diventava ricco: «Dalle valli non è più partito nessuno. Con uno slogan si diceva: vendi la mucca e compra la Fiat». Per tradizione, architetti e ingegneri studiavano al Politecnico di Milano, gli avvocati e i pochi letterati a Pavia. «Con il fascismo noi ticinesi siamo andati a studiare a Zurigo. Un’impostazione diversa. In Italia l’architetto è più un intellettuale, in Svizzera è un progettista». Il primo a tornare a studiare in Italia è stato Mario Botta, allievo di Carlo Scarpa a Venezia: «È Mario che ci ha detto: dobbiamo mirare alla dimensione internazionale. Poi sono stati gli altri a dirci che eravamo bravi».

 

Galfetti, classe 1936, è un autodidatta. È cresciuto a Biasca: «Già andare a Lugano era un bel salto». Allevato dalla madre, mentre il padre era in Africa a guadagnarsi da vivere, Aurelio (l’“Aure” cade quasi subito e per tutti diventa “Lio”), primo della sua famiglia, si laurea al Politecnico di Zurigo, ma «era la vita che apriva la testa, non la scuola di architettura». Al ritorno comincia subito la professione. Scorrendo insieme i suoi primi progetti, per committenti privati, stupisce il grado di innovazione che immette in un paesaggio ancora molto tradizionale, ma soprattutto la fiducia verso un giovane che allora aveva meno di trent’anni. Galfetti ricorda anche una vita politica locale più libera e qualche amministratore illuminato, che leggeva le cronache di architettura di Bruno Zevi su «L’Espresso». Questo mondo felice comincia a cambiare con gli anni ottanta, quando la politica si professionalizza e aumenta la burocrazia.

 

 

Sono almeno tre le “grandi opere” ticinesi che hanno coinvolto Galfetti. La prima è l’autostrada del Gottardo, la più grande opera infrastrutturale del Cantone, una case history di successo citata in tutto il mondo, ma anche un intervento che ha avuto un impatto fortissimo su un territorio allora ai margini dei grandi flussi di comunicazione. Secondo Galfetti la riuscita è dovuta alla collaborazione, voluta da Rino Tami, tra ingegneri e architetti, al “controllo delle forme”, con la scelta di un disegno che si ripete, l’uso di un certo tipo di cemento armato, la dolcezza con cui il percorso asseconda il paesaggio. Oggi l’autostrada è una sorta di tangenziale interna che collega tutto il Ticino con l’esclusione di Locarno ed è uno dei grandi progetti collettivi che hanno modernizzato il Cantone. La seconda è l’Accademia di Mendrisio, la prima vera facoltà universitaria della Svizzera italiana. I successi hanno tanti padri, ma non si sbaglia dicendo che Botta e Galfetti ne sono stati gli artefici. Dopo decenni di dibattiti in cui da una parte si insisteva su come fosse “sprovincializzante” che i ticinesi prendessero un po’ d’aria fuori dai confini e dall’altra si rivendicava un’autonomia, anche culturale, dalla Svizzera interna, l’occasione fu un progetto di studio per una sede distaccata del Politecnico di Zurigo. L’idea restò a lungo nel cassetto, ma fu “un golpe” di Botta e la collaborazione di un politico locale, Giuseppe Buffi, che contribuirono a far realizzare in pochi mesi, nel 1995, l’Accademia di architettura di Mendrisio. «L’aula magna è ancora provvisoria». Galfetti è orgoglioso del risultato raggiunto: «Qui si insegna una professione»; e alle obiezioni al fatto che il localismo non aiuti gli studenti ticinesi risponde: «Loro, è meglio che vadan via» e d’altra parte solo il 10% degli iscritti vengono dal Ticino. L’Accademia è stata concepita per aprire il Ticino verso il mondo, che è quello che han fatto Galfetti e le sue sorelle una o due generazioni prima. A tavola mi racconta della sua famiglia, ancora immersa nel Ticino bigotto degli anni quaranta e cinquanta – «solo a 40 anni mi sono liberato di quell’educazione cattolica» –, ma anche del fatto che il padre gli mette a disposizione i soldi per studiare e che le due sorelle lasciano prestissimo la famiglia per vivere a Barcellona: una sposa un membro della famiglia Gili, dinastia di editori specializzati in architettura, l’altra un artista e dal matrimonio nasce Manuel Valls, l’attuale primo ministro francese.

 

Quando torniamo in studio scorriamo insieme i suoi progetti di oltre cinquant’anni di professione. Evidente e dichiarata la discendenza da Le Corbusier, che per lui è un maestro di architettura e di libertà intellettuale, oltre che un ispiratore di quella che per Galfetti è l’Architettura: «Il progetto per la costruzione dello spazio per l’uomo». Sfogliando il catalogo delle sue opere, colpiscono immediatamente le case dei primi anni sessanta in un contesto ancora tradizionale, con i committenti che vivono all’inizio di un’epoca di prosperità che appare senza fine. Poi scuole e asili, dove costante è il rapporto con il territorio circostante e le sue caratteristiche naturali. Ci soffermiamo sul suo capolavoro (in collaborazione): i Bagni pubblici di Bellinzona (1967), una lunga promenade che racconta anche delle condizioni sociali del Cantone, con la grande vasca per i non nuotatori che si immagina scendessero dalle valli nelle calde giornate estive.

 

L’altro intervento civile che mi colpisce è il Manicomio di Mendrisio (1969) dove Galfetti, memore della lezione di Basaglia (che ha conosciuto e frequentato), restituisce uno spazio individuale agli allora 1200 degenti (oggi 120).

 

La terza grande storia locale, prima che gli architetti ticinesi, dalla metà degli anni ottanta, fossero chiamati a costruire in giro per il mondo, è il recupero del Castelgrande di Bellinzona, ora patrimonio dell’Unesco. Gli confesso che non mi è mai sembrato un granché, anche se trenini di turisti felici rendono minoritaria la mia posizione. Mi spiega che il problema era far entrare il castello, allora poco più che un deposito, in relazione con la città e che era lecito, anzi necessario, essere molto liberi nella reinvenzione degli spazi.  Anche se non sono più gli anni ruggenti, Galfetti appare immerso nella professione, alle prese con la sperimentazione di nuove tecniche e riluttante a fare il padre nobile dell’architettura ticinese.

 

 

Lugano

 

A Paolo Bernasconi l’indignazione civile è montata quando la Lega dei ticinesi si è opposta alla titolazione a Eugenio Montale di una strada di Lugano con la motivazione: «No a un altro italiano». Suo padre, Pino Bernasconi, avvocato liberale gobettiano e poeta dialettale, pubblicò una raccolta di Montale in tempo di guerra. «Veniva a casa nostra, come Saba, Malaparte, Contini». La risposta di Bernasconi è aver fondato una delegazione del Fai Swiss come ponte di cultura tra le due nazioni. È solo una delle mille battaglie che l’avvocato, molto conosciuto in Canton Ticino perché procuratore cantonale dal 1969 al 1985, ha combattuto in mezzo ai principali scandali italiani dell’epoca (Sindona, Calvi, P2).

 

Impegnato per molti mesi all’anno fuori dal Cantone (è nel board di Croce Rossa Internazionale, ha insegnato e insegna in diverse università svizzere e italiane), ha visto crescere da lontano il fenome­no della Lega dei ticinesi. «Padroni in casa nostra», come recita il sottotitolo del suo principale organo di stampa, il settimanale gratuito «Il Mattino della Domenica».  Non c’è bisogno di spiegare al lettore ticinese l’ascesa della Lega, nata al principio degli anni novanta, cresciuta attorno alla figura trasgressiva e antipartitica di Giuliano “Nano” Bignasca, e proseguita dopo la sua morte fino a diventare oggi un partito che rappresenta quasi il 30% degli elettori del Cantone e che governa parecchie amministrazioni locali, Lugano compresa. Molti i legami con la Lega Nord di Bossi e Maroni. Più difficile spiegare che gli oltre 60.000 frontalieri quotidiani – primo bersaglio della Lega dei ticinesi – provengano da aree dove la Lega italiana è molto forte. Anche dopo la morte di Bignasca, leader carismatico, non ha perduto forza.

 

L’impressione è che il fenomeno, trattato tra imbarazzo e folclore, sia stato sottovalutato dalle élites locali. Bernasconi è molto deciso: «La Lega ha avvelenato il clima politico, ha sfasciato, attraverso le insinuazioni a mezzo stampa, famiglie e persone. A me il “Mattino della Domenica” fa paura e fa tornare in mente il clima della Repubblica di Weimar. Chiamare l’Italia “Fallitalia”, scrivere cultura con la “k”, se lo si continua a ripetere, entra nel lessico comune». Bernasconi difende gratuitamente chi è aggredito dai giornali leghisti. La Lega, mi dice, non avendo una classe dirigente, alla prova di governo di solito fallisce, impelagandosi nel clientelismo. Come è successo, soprattutto a fronte di un benessere diffuso e di una disoccupazione al 3%? Il Ticino è dominato da decenni da famiglie politiche in cui i figli prendono il posto dei padri. Bernasconi ricorda che la Lega è un partito interclassista, che non c’è una rivolta sociale, piuttosto si rinfocolano antiche paure: l’isolamento della Svizzera dalla UE, l’italiano che porta via il lavoro, le banche che cominciano a chiudere, il livello di benessere (tre auto, due case) che ha raggiunto standard difficili da superare.

 

 

Bernasconi si batte in prima persona, inventa un giornaletto tabloid che fa il verso a quello della Lega. Forse tra gli elettori della Lega c’è chi ha vissuto un po’ parassitariamente la raggiunta prosperità: i 1000 fiduciari, i 2300 dipendenti del Comune di Lugano. Si dice che negli anni sessanta-settanta le banche aprivano 200 conti correnti al giorno, adesso quando se ne apre uno è un avvenimento. Non ci sono più i 25 aprile con il lungolago di Lugano stracolmo di italiani in visita al proprio fiduciario. Oggi i capitali rientrano o si spostano. Circola la battuta che sul volo Malpensa-Dubai si parli dialetto ticinese. Gli chiedo se il Ticino (e la Svizzera) possano sopravvivere alla fine del segreto bancario. La risposta è positiva e mi mette in mano il libro Avvocato, dove vado?, scritto per rispondere alle angosce dei clienti, aggiunge un po’ scherzando.

 

Bernasconi è tra i promotori del Centro Studi Bancari di Vezia, luogo di formazione permanente di una cultura bancaria, dove ogni anno passano 6000 persone. Resta un ottimista: «Swiss Bank è un ottimo brand internazionale e il nostro paese ha un’amministrazione non corrotta e una giustizia che funziona». Lo incontro mentre sta preparando il primo Festival dei diritti umani, un’ulteriore iniziativa per tener desta l’opinione pubblica ticinese.  Gli chiedo se non ha paura di disperdersi tra mille battaglie. Mi racconta che negli anni ottanta, quando con Falcone e con altri organizzò il primo Convegno internazionale sull’antiriciclaggio all’Istituto di studi filosofici di Napoli, in un giorno di pausa prese un battello per Capri dove incontrò una contadina, che portava i suoi prodotti in città una volta alla settimana. Gli domandò se non le pesasse tutta quella fatica. Ha fatto sua la risposta: «Dove c’è godenza non c’è perdenza». C’è bisogno di tradurre?

 

 

Fotografie di Giovanna Silva

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