Qui, lì, là

Negli immediati dintorni dello scrivere

Gocciolano come grani di pioggia fitta i nomi e le parole che da una parte all’altra del confine italo-svizzero scandagliano la terra, e scendono per gorghi tra un alto e un basso orografico che le muta; o, sospese nell’etere celeste, si irradiano per l’aria oltrepassando le frontiere, rubate un po’ qui un po’ là alla potenza delle radiazioni radiofoniche – l’RSI della Svizzera italiana –, sfuggite al ristretto suolo delle trasmissioni elvetiche che raggiungono l’alta Milano nel DAB già circolante, ma ai più ancora sconosciuto.


È uno scendere di nomi verso valle – il nome di un cantone, Ticino, trascinato a sud nel letto di un fiume – è il mostrarsi bizzarro di una lingua che nella frontiera cambia forma secondo la mutevole realtà che ha luogo sul confine: la continuità docile del paesaggio che gradatamente trapassa in monti, di pendio in pendio, d’albero in albero; e il cambio di culture che si dissomigliano per divaricazioni, inversioni, aggiustamenti, interferenze. Di qui legge e di lì storpiatura: un maschile che diventa femminile, il suono di una esse che a nord scivola in zete sempre più taglienti.

 

Scrittori italiani e svizzeri hanno seguito il transito del TILO calcandone città, paesi e territori di passaggio, tutti luoghi di esperienze, di incontri e di memorie su cui si è andata tratteggiando la forma di un libro di racconti e di disegni, una guida geografico-letteraria (Negli immediati dintorni edito congiuntamente da Edizioni Casagrande e Doppiozero, 2015), destinata ad arricchirsi di foto e a infittirsi sempre più sulle pagine aperte del sito per accumulo attorno a una linea (matematica figura di approssimazioni, andamenti e provenienze), che va da qui a là, nel duplice verso orientato dal nostro stare. I dintorni (luoghi immediati di una prossimità non scontata e ancora tutta da capire) albergano, qui, nei pressi delle tratte ferroviarie, incastonati tra nord e sud, tra Ticino e Lombardia: salgono e ridiscendono perpendicolari al confine lungo la via che da Milano passa per Como e per Lugano tra i grigiori doganali di Chiasso; o che aderendo alle sponde orientali del lago Maggiore, muovono per Locarno e Bellinzona, fino all’ultima appendice per Airolo dove le linee si ricongiungono.

 

Mappa


È un invito a procedere, per accorgersi che qui – come sempre nel correre imperturbabile dei treni – si celebra l’ingresso al mutare sensibile dei luoghi. Qualcosa cambia avanzando tra pianura e montagna, persino nella luce: un taglio diverso del cielo, un colore che già vira, subito a nord di Milano, per entrare tra i pendii vaporosi di rami grigi, bruni e anche violetti. Piccoli viaggi, distanze brevissime da pendolari dello sguardo tra luoghi sottomano che persi nella consuetudine del vivere sono solo in apparenza conosciuti; e se abitati da bambini si son visti abbandonare alla dimenticanza delle età adulte come qualcosa di troppo risaputo che ora torna nell’intervallo impercettibile di un tempo già mutato: un’epoca differente che si riaffaccia alla vita e che nessuno aveva messo in conto. Come tutta quella realtà che si agita continuamente sotto gli occhi e che dagli occhi presto si ritrae nel fondo torbido di distrazioni, allontanamenti ed abbandoni: la monotonia stancante di un’ovvietà che si protrae fino all’intuizione improvvisa che l’ovvio si è fatto passato, costringendoci a un saltare a piedi doppi nel dominio del tempo: l’infanzia, la giovinezza, la vecchiaia; e poi la vita degli altri che arriva improvvisa allo sguardo e che, già in fuga, si congeda.

 

Mangiare un gelato, aspettare senza partire, guardare e riguardare chiedendo al curiosare veloce del turista cosa veda; inventarsi fantasie straordinarie e sogni provvisori per poter tornare ai posti conosciuti; rivivere un viaggio, un frammento di vita e domandarne il senso ai luoghi; farsi carico delle storie degli altri che girano di contrabbando di qui e di là della frontiera: tutto è raccolto nel piccolo, nel vicino, per assiepamenti di sguardi e narrazioni. Ché la linea di un treno è abbastanza astratta e semplice per farsi guida del narrare e la traccia del confine è così colma di contraddittorietà da poter diventare facilmente una regola motrice per l’invenzione di storie e per costellazioni di racconti.


Sono percorrenze che mostrano come sia possibile riconsegnare sotto forma di scrittura, fotografia e disegno l’esistenza dei luoghi. Ma che luoghi? E come si può tener traccia di un percorso, in spazi che si rinnovano di momento in momento – un po’ mete, un po’ sfondi, un po’ protagonisti – e fremono con tutte quelle vite che li attraversano continuamente. E come è possibile, d’altro canto, sostenere a ogni passo il silenzio che tracima dalle cose, il mutismo ora guardingo ora fascinosamente dischiuso di quanto ci si accosta dall’esterno.


Dove è il presente a muovere il racconto, è come un tempo lungo che accompagna lo sguardo: sono scritture che procedono con i passi del loro estensore e rinnovano un pensiero della durata attorno alle cose (tutto è lì davanti, in attesa), ma più ora come distanza, allontanamento, opera di un guardare incompleto che ci assale, quasi che si fosse in qualche misura estranei ai luoghi che si pretende di vivere, quasi assaliti dalla vertigine che le cose muovono alla vista con quel senso di estraneità e spaesamento che ad ogni istante ribolle chiuso nello scrigno dei nostri sguardi. E emerge la figura del turista, con quel suo muoversi e girare – modalità dell’epoca presente – che tutto guarda e tutto assaggia profondendo ovunque un sapore di reliquia, come se ogni cosa fosse lì solo per lo sguardo. Allora, com’è per la fotografia – con quella sua meravigliosa aderenza al sembiante e la sua fede devota alle parvenze – anche il guardare stesso non è più solo quel che si guarda, ma quanto possiamo ancora cercarvi a lato, in un pensiero e in un affetto: quanto possiamo sapere dell’atto di guardare, ma anche quanto non saremo mai in grado di capire. Del resto cosa vediamo in una basilica che ci ha come lasciati fuori casa, la religiosità della meta che ci ha abbandonati per sempre e che riemerge come terreno vuoto o parete bianca disposta a ricordarci qualcosa che doveva essere parte necessaria della vita, ma di cui ora non riusciamo a ritrovare il senso. Quasi che un imbarazzo ci cogliesse e un impaccio si frapponesse tra noi e le cose prima che lo sguardo arrivi a rivestirne il senso, come se di per sé bastasse.

 

ph. Aurelio Andrighetto

 

Forse nella varietà di queste narrazioni si può tornare a visitare anche la superficie della rappresentazione, il punto in cui lo sguardo trapassa in immagini e scrittura: quanto si può leggere sulla pelle sensibile di una natura morta o di un paesaggio, tra i contorni di una scena di vita quotidiana, dentro fatti banali. Ora è la volta di storie dai passi sentitamente narrativi innestati in racconti e memorie collettive; ora sono leggende personali e miti di sé a farsi raccontare; poi è la volta di scritture che si intrattengono col tempo: scrivere per ricordare, come testimonianza o testamento; oppure è l’invenzione a muovere la storia dove un “come se” trasmuta l’ovvio in posti immaginosi che consentono di ritornare a scrivere. Ogni volta che si legge un racconto, un breve testo, emerge il tentativo di quel guardare, descrivere, apparire che dispone in modalità diverse il sé scrittore e i luoghi nel tentativo di un pensiero che induce ancora una volta a interrogare cosa significhi guardare, quali modalità dello sguardo siano invitate a tornare in queste storie di nuovi esploratori. Ma ci si chiede anche dove siano scrittura e parola al cospetto delle cose: tra l’occhio e l’orecchio (“come che sia, ci cammini attraverso” scriveva Joyce, a far intendere che nel mezzo, inestricabile, c’era ancora la vita), a prendere posto tra il ritmo di quel mugugnamento interiore, a fior di coscienza, che ci accompagna ad ogni istante e la spalancatura che si apre di fronte ad ogni intuizione dello sguardo. È come se la coscienza tornasse a dar significato ad un guardare sempre interrogante e un po’ spostato, dimesso dai modi romantici della contemplazione e del paesaggio, ma anche distolto dall’esperienza del vivere perché sospeso alle parole che cercano di mettere in fila, nominare, riconoscere e circoscrivere qualcosa che non può essere conosciuto fino in fondo. O che si mostra solo per avvicinamenti, brevi intuizioni mosse dall’esterno, quando apparenze e sguardo rispondono per consonanza, per un sentire condiviso che anela a riportare ai luoghi una loro unicità. Un’unicità complessa che a dispetto di facili attribuzioni di costume, si rivelerà frammentaria, divisa, incontenibile, deflagrata e ribelle dentro i contorni scomposti di qualcosa che non si vuole lasciar definire e che si mischia nella costante di una moltiplicazione, in una fusione che torna a farsi evidente nella descrizione di genti, modi, luoghi – sempre più impastati – del confine (Pontechiasso).

 

Un gesto che si ripete, assembramenti, piccoli affollamenti di turisti in sosta ridente sino alla partenza sulle rive del lago di Lugano: è un ripetersi senza volti per chi resta a guardare con l’attenzione di chi si appresta a scrivere, di chi sosta paziente senza alcun obbligo d’andare. Sguardi che si confrontano con un’estraneità di fondo, un disorientamento e un’incertezza che nasce con il venire allo sguardo delle cose (chi sono quelle genti? a quale rito stanno ottemperando?): interrogativi che appaiono sulla pelle stessa del guardare. E poi quelle parole nuove di un inglese gracchiante e tecnologico che qualcuno prova a mettere in rima e musicare al ritmo di una cantilena per poter dargli forma di scrittura. Come se la parola scritta abbia sempre bisogno di tornare, anche nell’immediatezza degli incontri di un racconto di viaggio, ai serbatoi sonori della lingua, al fitto brusio che l’accompagna: ogni parola come ritrovata, antichissima e presente insieme, per non farci sentire completamente stranieri. Forse ciò a cui siamo esposti e che sembra inavvicinabile, è il guardare l’attualità del mondo (si può vedere il contemporaneo?), una questione di coincidenze dentro cui si è tratti e che indica sempre più acutamente le distanze che lo scrivere, il fotografare, il disegnare fanno necessarie; e che svela anche come il mondo non sia mai quello che è (nella pretesa di un’oggettività giornalistica), ma un modo lungo e paziente di osservarlo, pensarlo e immaginarlo – sfrangiato e baluginante – dentro l’immagine di sè e di altri: cose vissute e invissute, immaginate, viste, sentite, che fermentano nel tessuto vivo della scrittura.

 

Pontechiasso, ph. Giovanna Silva

 

Scrivere è atto in sé tra l’ozioso e l’incantato, come a voler cogliere e esporre un bel mazzo di fiori: chiede insieme una volontà di presenza e un gesto di sottrazione, di distanza: si espone al transitare delle cose, ma vive di una separazione che rifiuta la presa diretta sul mondo. È quella necessità di guardare attraverso un filtro (anche lo scherzoso filtro Derrick citato in un racconto a significare il grigiore della Svizzera), o di trovare stratagemmi per lo sguardo e la scrittura, come l’attenzione per quei nomi che, chiusi dentro le viscere dei luoghi e delle cose, ci riconsegnano nel tempo e nella distanza il legame tra due nazioni (è la Svizzera magicamente proiettata nell’alveo chiuso del planetario milanese nel nome elvetico delle sue lenti). Modi, frammezzi, filtri che usiamo, prima che ci colga alla sprovvista la vertigine del guardare, lo spaesante sapere che le cose sono mute e che per parlarne dobbiamo camminare tra le loro tracce, sull’orlo di abissi pongeani, fuori e dentro di noi: quanto abbiamo imparato a guardare (lo sapeva bene Saul Steinberg), e quanto siamo disposti a comprometterci col nostro sguardo, per far emergere una scrittura sempre più ricca capace di portare con sé un sentire delle cose: il sentimento per il loro apparire, che è insieme il sentimento per il loro mutare, per il loro svanire.

 

Le parole sembrano sempre un po’ fuori registro rispetto alla vita, disposte un po’ più in qui e un po’ più in là dell’esistenza. Nei suoi dintorni. Forse il Simon Tanner di Robert Walser avrebbe tentato di avvicinarle, parole e realtà, ma con un movimento continuo e disinvolto della vita, nello scivolìo protratto di una felicità informe, in un attraversamento che investe indistintamente ville, parchi, città e montagne proponendo allo sguardo quella sospensione tutta magistrale di un’esistenza senza confini, capace di percorrere e di assaporare i luoghi come un vagabondo appeso agli spazi ridenti (ma anche tristi, malinconici, annoiati, turbati, innamorati) del proprio sentire. Era l’insegnamento di lasciarsi andare ai luoghi e agli incontri, in una leggerezza capace di un cammino a testa alta come esercizio di sguardo che corre dietro gli incanti improvvisi.


Diceva il Celati di Verso la foce, un po’ padre e un po’ maestro del racconto di viaggio, di chiamare le cose “perché restino con te fino all’ultimo”. Era una dichiarazione amorosa nei confronti delle cose che incontriamo, per poterle trattenere, per non lasciarle andare: come fossimo, noi, continuamente soli, sempre sull’orlo della sparizione, e fossero, le parole, un mezzo leggero, unico, per poter arginare questa solitudine, e riportarci in compagnia delle nostre stesse visioni.


I racconti stanno lì tra le cose, a chiederci – ciascuno a suo modo – un modo narrativo, un salto dello sguardo e del vissuto nel confine letterario e immaginoso della lingua attraverso cui è possibile vivificare le cose, renderle presenti, cavarne un’anima per cavare in realtà, attraverso le cose, un’anima a noi stessi. Dentro quella difficoltà e vertigine (qui scrivere, qui fotografare, qui disegnare) che ci guida, sola, a raccontare il mondo.

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