Un concerto di Bauscia: Explicit

L’immagine dell’Albero della vita inghiottito dalla nebbia è stato il segnale che la festa era finita e che gli amici se ne stanno andando. Dopo 5 mesi, 21 milioni di visitatori dichiarati (uno in più rispetto agli obiettivi degli organizzatori, tre in meno di quelli necessari per far quadrare i conti) l’Expo chiude i battenti. Anche i più critici si sono adeguati alla narrazione che l’Expo è stato un successo, che ha celebrato la rinascita di Milano e che ha mostrato che anche in Italia si sanno organizzare i Grandi Eventi. Il Commissario Giuseppe Sala, italico more, è ora candidato a tutte le cariche possibili, la più plausibile quella di Sindaco di Milano. Certo lo stesso Sala ha messo le mani avanti dicendo che finché non si conoscerà il destino delle aree di Expo, le più infrastrutturate d’Italia, non si potrà davvero cantar vittoria. Aree costate moltissimo agli Enti coinvolti (Comune, Provincia e Regione) e che solo l’intervento dello Stato potrà sbloccare per assicurargli un futuro.

 

Partito con premesse nefaste e nello scetticismo generale, bisogna riconoscere che l’Expo ce l’ha fatta, soprattutto ha smentito sia le previsioni pessimistiche che quelle ottimistiche: è stato davvero qualcosa di nuovo, un’esperienza che ne ha ricordate tante altre (i parchi a tema, le vecchie fiere universali o, per i milanesi, la Fiera Campionaria) ma mescolata in modo diverso. Il sito di Expo è stato il trionfo dell’artificiale: architetture effimere, il fenomeno delle code gioiosamente affrontate (7 ore per visitare il padiglione del Giappone senza fare un plissé), i gusti sollecitati dalla mescidazione di nuovi sapori. Ci sono stato troppo poco tempo per tentare un’analisi, ho raccolto le testimonianze dei tanti (molti di più di quanti pensassero di andare all’inizio) che ci sono stati: ebbene direi che ha prevalso il clima di festa, l’idea che tutto il mondo è (stra)paese. D’altra parte non si visita imbronciati uno zoo. Molti hanno rilevato la mancanza di contenuti e che la maggior dei padiglioni offrissero ben poco, ma la critica ha in fondo riguardato una minoranza. Si affaccia un mondo nuovo, figlio di internet, della digitalizzazione, in cui la profezia di Orwell è accolta come una liberazione? Chissà. Certo, in un clima di festa, l’Expo qualche brivido lo lascia, come certe bicchierate nelle birrerie tedesche negli anni Venti del secolo scorso.

 

Diverso il discorso per la città di Milano, che ha vissuto l’Expo come satellite, e col quale una vera interazione è scattata solo negli ultimi due mesi. Bisogna riconoscere che le cose sono state fatte per bene: tante grandi mostre, la riapertura della Darsena, una pulizia generale anche degli angolini più polverosi (delle zone centrali). L’orgoglio meneghino è risorto: un concerto di bauscia (di vantoni per i non milanesi). Il periodo di Expo ha coinciso con la fine di sette anni di recessione che avevano fatto smarrire alla città il suo naturale (e un po’ ingenuo) ottimismo. Ha coinciso con l’ultima parte del lavoro di una giunta comunale che, per quanto criticabile per certi aspetti, è incomparabilmente migliore di quelle che l’hanno preceduta ed è presieduta con saggezza da Giuliano Pisapia, un galantuomo. Expo è stata un’occasione di city marketing, ha rinforzato la posizione di Milano (e dell’Italia) nel mondo. Molti problemi sono ancora lì: l’integrazione razziale, la crescente disparità sociale ovvero la forbice tra inclusi ed esclusi. È il momento di affrontarli con spirito costruttivo, come quei milanesi che hanno spazzato le macerie lasciate dai No Global. Le prossime elezioni comunali, la campagna elettorale che le precederà, saranno una nuova occasione per tastare il polso alla città e dichiararla, si spera, in buona salute.

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