Expo: una serata anni Ottanta

Mentre in città ci si lamenta che ancora non sono arrivate le folle previste per EXPO, il sito è affollato dalle scolaresche e dalla più liquida categoria dei baby pensionati dell’Europa del welfare. Per me la prima occasione di visitare EXPO è un invito della Regione Basilicata, tramite Roberto Linzalone, il cantastorie di Matera, per parlare di Olivetti e il sud. È un pomeriggio che minaccia pioggia e in giro non c’è troppa gente. L’impatto col decumano, la lunga allée di oltre un chilometro, è di grande effetto, una promenade architecturale che non sempre tiene conto degli insegnamenti del movimento Moderno (e pensare che proprio qui Le Corbusier aveva progettato la grande fabbrica dell’elettronica Olivetti).

 

La prima cosa che mi colpisce è come i padiglioni abbiano tutti la stessa dignità: non si distingue tra Nutella e Turkmenistan, tra Coca Cola e Polonia. Mi abbandono a una fantasia in cui le milizie private di Samsung dichiarano guerra all’Uruguay che si allea con Ferrero e risponde annientando l’Irpinia. Si potrebbe ragionare a lungo sul senso di appartenenza che hanno costruito i brand, ma sono arrivato al simpatico stand della Basilicata che scopro poi essere temporaneo (due settimane), dati i costi altissimi di affitto delle aree. Dopo il mio breve speech mi resta un po’ di tempo per andare a zonzo per i padiglioni. Scelgo a caso lo stand dell’Austria, in cui è ricreato il microclima di una foresta alpina e si è invitati a respirare a pieni polmoni, poi mi addentro nei grandi spazi della Russia dove mi pare non ci sia nessuno. In realtà sono tutti assiepati a uno showcooking in cui è somministrata una tartina di pane nero di segale e salmone bianco. La bramo spasmodicamente, mentre un imbonitore (mi ricorda Ettore Andenna, per fare una citazione colta) spiega in un perfetto italiano l’importanza dell’abbinamento. Per i pochi stranieri è riservata qualche battuta in un inglese maccheronico. A fianco, come in molti stand, un ristorante con le specialità nazionali, in questo caso a foggia di wagon lit Mosca-San Pietroburgo (la citazione è: Edmund Wilson, Stazione Finlandia ?). Per riflesso condizionato, da figlio della guerra fredda, proseguo per il padiglione USA, dove tra molti filmati (un elemento comune), sono illustrate le caratteristiche del comparto agroalimentare americano. Il punto di forza mi pare una scala mobile che allevia dalla fatica di salire due piani a piedi per affacciarsi sul panorama più infrastrutturato d’Italia (autostrada, tangenziale, treni ad alta velocità ecc.). Gli altri padiglioni li annuso. Quelli di maggior successo (la Svizzera, il Brasile) si sono organizzati con ticket gratuiti per scaglionare le visite. Non ho tempo e pazienza per aspettare.

 

La sensazione, già dopo poco più di un’ora, è di ritornare a quelle serate televisive degli anni Ottanta, quando la novità delle tv commerciali aveva creato la nevrosi dello zapping (da cui il neologismo “zappare”, di cui si è ora riappropriato Carlin Petrini). Si andava a dormire in uno stato di leggera eccitazione, un’euforia buona per gli apprendisti stregoni. Così mi pare EXPO.

 

È tempo di tornare allo stand lucano dove abbiamo appuntamento per cenare insieme alla allegra e simpatica brigata di giovani funzionari della Regione. Da buoni meridionali sono degli inguaribili tiratardi e la scelta del ristorante nazionale, uno dei divertimenti, forse il maggiore, di EXPO, si rivela complicata. Sono le 22.30 e tutte le cucine sono in via di chiusura. Non ci resta che ripiegare sui ristoranti regionali di Eataly, agghindati da Vittorio Sgarbi, ma abbiamo troppa fame e mastichiamo (amaro) del buon cibo calabrese per badare alle opere d’arte. In giro c’è un gran buon umore: gli italiani si festeggiano tra italiani e sono gentili e curiosi con i visitatori stranieri. Per ora mi pare la nota saliente. “La festa siete voi”, per citare Guido Angeli.

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