Expo: vigilia d'arme

L’affare dell’Expo risale a tempi che sembrano remoti. Era il 2006, non c’era la crisi economica, il SUV sembrava il mezzo preferito per gli spostamenti urbani e Letizia Moratti, sindaco neoeletto, pensò che i destini della città dovessero legarsi a un grande avvenimento. Era una tentazione che era riaffiorata di tanto in tanto dal Dopoguerra a quel punto, ma in generale era stata schivata da varie contingenze. I “Moratti boys”, un gruppo di giovanotti di diversa estrazione, partirono alla ricerca di voti anche nei più piccoli paesi africani, con i metodi che potete immaginare. La concorrente principale era Smirne. Ora a Smirne io c’ero stato nel 1973, avevo 8 anni, e mi ricordavo soprattutto delle macchinone americane anni ’50 che fungevano da taxi e il tipico colore ‘orientale’, il suk e così via (forse salii anche su un cammello, ma potrei sbagliarmi). Che fosse diventata la principale concorrente della mia città non mi sembrava un buon segno, almeno per Milano. Nel 2008 il BIE (Bureau International d’Exposition) assegnò a Milano l’organizzazione della manifestazione. Una foto raffigura il sindaco Moratti e i suoi collaboratori esultanti. Alla maggior parte dei milanesi sembrò esagerato. Era come fare i caroselli dopo una vittoria del Milan sulla Solbiatese.

 

Cominciò allora un rapporto tra la città ed EXPO tra indifferenza, scetticismo e ignoranza che è durato fino a poche settimane fa. La maggior parte delle persone pensava che non si sarebbe realizzato o che comunque non li avrebbe riguardati o, se si fosse realizzato, sarebbe stato un intralcio nella svolgersi della vita quotidiana. L’EXPO ha finora una sola faccia, quella perbene di Giuseppe Sala. Attorno a lui sono emersi una serie di cannibali dai dentini affilati, personaggi che avevano occupato le cronache ai tempi di Tangentopoli e che non avevano smesso di tramare nell’ombra, nonostante tutte le garanzie che erano state date fin dall’inizio di rispetto dei tempi, trasparenza delle procedure, norme anti infiltrazioni mafiose. In realtà due sono state le cose importanti che erano successe dal 2008: il cambiamento del quadro politico con la vittoria di Pisapia sulla Moratti nelle elezioni comunali del 2011 insieme all’apparente tramonto del sistema di potere di Roberto Formigoni, sostituito alla testa della Regione Lombardia da Roberto Maroni.

 

L’altro fatto su cui si è andato avanti a discutere a lungo è stato il luogo dove avrebbe dovuto svolgersi la manifestazione: alla fine è stato scelto quello che tutti fin dall’inizio pensavano sarebbe stato il più logico, l’area tra Milano e Rho accanto alla nuova Fiera, dove un tempo Adriano Olivetti aveva chiesto a Le Corbusier di progettare un’avvenistirica fabbrica per la nascente elettronica. Questa indecisione sulle aree ingarbugliò la matassa già intricata dell’EXPO. Azzeccato apparve a tutti il tema: “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Ognuno poi lo declinò a suo modo: il bel progetto rappresentato da Stefano Boeri fu superato da impianti più tradizionali, altri cominciarono a fare scorte di salamelle. Dopo ricorrenti crisi e scandali – il governo Letta nominò Sala commissario unico e Raffaele Cantone divenne il tutore che le procedure si svolgessero correttamente – il primo segno che l’EXPO si sarebbe svolto veramente fu la costruzione dei due padiglioni davanti al Castello Sforzesco. Non sono piaciuti quasi a nessuno, ma il forte stomaco della città, che digerisce quasi tutto, li ha, direi, metabolizzati, anche se le attività che vi si svolgono meriteranno un approfondimento. I milanesi sono stati battezzati da Luca Doninelli “gli eroi del lunedì mattina”. Siamo entrati nella fase del lunedì mattina.

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