Claudio Magris ... e anche la logica non si sente troppo bene

Livelli di guardia (Garzanti) in uscita in questi giorni raccoglie una serie di riflessioni pubblicate sul Corriere della Sera da Claudio Magris tra il 2006 e il 2011. Sono pezzi dedicati alla Costituzione italiana e alla sua messa in discussione, alla laicità e al rapporto con la Chiesa cattolica, fino ai grandi fatti di cronaca che hanno diviso il paese come il caso Englaro e la vicenda di Welby. Un libro ricco e indignato che libera dagli stretti confini dell’attualità e aiuta a riflettere sul cambiamento di un mondo che oggi più che mai ha bisogno di profondità e di memoria per non perdere l’equilibrio.

Claudio Magris prende così spunto dall’attualità per darle il respiro del tempo storico: una distanza necessaria per degli scritti che sono sì figli dell’indignazione, ma che non tradiscono il bisogno di una riflessione che vada oltre l’angusto terreno della contingenza. Obliquo ad un mondo spesso incomprensibile, il professore di Trieste ci racconta con lucidità le contradizioni di una società e di un tempo che con la memoria sembra aver smarrito anche l’ironia. Lo abbiamo incontrato al Caffé San Marco a Trieste.

 

 

Kafka diceva che un libro o ci colpisce con un pugno o non è niente. Come può ancora colpirci la letteratura, senza sovrapporsi al sistema di comunicazione aggressivo e strutturato che oggi ci circonda?

 

Ognuno ha le proprie forme predilette di genere letterario e di genere narrativo, a me interessa più la letteratura di tipo epico faulkneriano che non la grande letteratura sull’industria, ad esempio, o altre. Però lo shock può venire da ogni parte. Ad esempio per me la letteratura conta più della pittura, senza che per questo io creda che la pittura valga di meno, ovviamente. Credo che ci sia una difficoltà enorme data dalla tirannia dell’offerta sulla domanda. Però anche qui bisogna dire che esiste una varietà incredibile, il mercato editoriale pubblica interessantissimi autori dei Caraibi: io ho letto nelle Edizioni Lavoro Le Quatrième Siècle di Glissant, che mi ha veramente colpito come un fulmine straordinario. Certamente si è molto accresciuta la difficoltà di arrivare a certi testi, di scoprirli sepolti nellʼalluvione di quelli imposti dal mercato librario. È evidente che quello che si è creato di tremendo è la dittatura dell’ordine del giorno, che non è la dittatura del best-seller, che non c’entra niente, perché Defoe ha scritto un best-seller, ma anche un capolavoro. Quando io ho pubblicato il mio primo libro, non mi sognavo che il Corriere della Sera ne parlasse e, pur essendo totalmente sconosciuto e quindi pur avendone più bisogno di adesso, non me lo aspettavo. C’erano sì le riviste letterarie, ma i grandi mezzi di comunicazione non avevano ancora le pagine letterarie, e quando Tecchi ha scritto del mio libro sul Corriere ne fui molto molto contento, fu per me motivo di gioia e grande sorpresa, ma non sarei rimasto male se non lʼavesse scritta.

Adesso, se io pubblico un libro e il Corriere della Sera o La Repubblica non ne parlano, è un siluro, pur avendone io meno bisogno. Allora che cosa è avvenuto: è avvenuto il fatto che una volta si parlava di pochi libri, adesso si parla di molti di più, e questo è un grande progresso, però una volta si sapeva che esistevano libri di cui non si parlava e che erano importanti, come sappiamo che esistono libri di letteratura ceca che né io né lei abbiamo letto. Adesso al libro che per mille ragioni resta fuori si nega il predicato di esistenza. Anche Il piccolo alpino di Salvatore Gotta vendeva infinitamente di più delle poesie di Clemente Rebora o anche di Saba, ma nessuno si sognava di ritenere per questo che Il piccolo alpino rappresentasse il paese, la cultura, la storia, più di Clemente Rebora.

Adesso invece c’è questa parodia del pensiero hegeliano (secondo cui la verità è il proprio tempo compreso col pensiero), non cʼè la ricerca della verità ma la constatazione di quello che succede come l’unica cosa che può esistere. Tutto ciò non è che unʼenorme falsificazione. Infatti, la domanda che sovente mi si fa e che mi fa molto arrabbiare è: Perché non ho letto lʼautore x (vincitore del premio y). Perché non si può leggere tutto...

Ad esempio, pur amandolo, non ho letto tutto Dostoevskij (non ho letto, spero di leggerla un giorno, La mite), ma nessuno mi domanda perché non l’ho letto, mentre invece se non leggo un libro pubblicato oggi sembra che io abbia fatto apposta a non leggerlo e che sia un dovere. Sarebbe come chiedermi perché non sono adesso alla Galleria degli Uffizi, come se io disprezzassi Botticelli. Questo crea una grande difficoltà che non è la mancanza di conoscenza, ma quello che i tedeschi chiamano Halbkultur, ossia la mezza cultura, la mancanza sostanziale di unità tra quello che si è, quello che si sa e quello che si crede. Questa è la cultura, indipendentemente da quello che si conosce. E in questo senso la società tende a essere non-cultura. Non voglio deprecare i tempi, può essere che questo sia il prezzo da pagare provvisoriamente per un enorme allargamento culturale esteso a milioni e milioni di individui. Certo, bisogna resistere a tutte le manifestazioni negative, ma senza alcun atteggiamento apocalittico e di rifiuto, anche perché si vede che non c’è atteggiamento più premiato. Siamo tutti su un’autostrada intasata e non solo gli altri.

Quello che ho cercato di spiegare con un articolo sul Corriere è che, come una volta Marx parlava di “Lumpenproletariat”, adesso c’è veramente un “Lumpenbürgertum”: una borghesia intellettualmente pezzente anche quando non lo è economicamente. E questo è certamente un problema. Guardi, ci sono delle oasi inaspettate: sono appena andato a cercare un libro in libreria ed è incredibile le cose che si possono trovare. È vero, sono nascoste, ma si pubblicano anche cose strane, curiose, c’è una creatività incredibile.

Insomma, da questo punto di vista non sono preoccupato, certo sono combattivo, mi scoccio, però non mi sento come gli ultimi pagani della civiltà antica.

Proprio per questo, proprio perché uno si sente inserito, partecipa e prende posizione. Se no, è come in una storia di qualche anno fa. In una piccola facoltà dove insegnavo c’era un preside bravissimo, ma molto pavido, che votava sempre per ultimo, così si accodava ad una maggioranza già fatta e nessuno poteva arrabbiarsi. Una volta però ha avuto sfortuna perché eravamo in undici ed eravamo divisi in cinque e cinque e lui con terrore ha scoperto che non solo non c’era la maggioranza a cui accodarsi, ma che lui era diventato il soggetto determinante. Ora il mondo ha regole più grandi di noi e tendenze dominanti, però non dobbiamo pensare che le tendenze dominanti siano là e noi da un’altra parte.

 

 

La letteratura contemporanea sembra aver sostituito la figura del giovane con quella dell’anziano quale interprete inedito nel rapporto tra vita e morte. La fragilità dell’anziano è in grado di raccontare meglio la contemporaneità rispetto alla forza un po’ apatica dei giovani?

 

Innanzitutto direi che la condizione dell’anziano è ambivalente. Il primo che ha raccontato tutto questo è stato Svevo. È Svevo che scopre la senilità - soprattutto nella Coscienza di Zeno e negli ultimi racconti - come modello di avventura. Nel senso che se l’uomo è inetto a vivere, se è escluso dalla vita vera, ecco che la vecchiaia, inetta e debole per eccellenza, diventa unʼinettitudine autorizzata e perciò meno dolorosa. Ed è proprio perché escluso dal gioco (come il kiebizʼ, così si dice in dialetto triestino, e anche in jiddisch, quello che guarda gli altri giocare e capisce il gioco meglio degli altri), che il vecchio ha questa vertiginosa libertà avventurosa che manca agli altri, sempre desiderosi e bisognosi solo di vincere e terrorizzati all’idea di perdere. Come in quella bellissima commedia, La rigenerazione, in cui il vecchio ringiovanisce e si accorge che ha ancora il dovere di essere vitale, felice e non ha più l’autorizzazione a essere escluso. Svevo fa uno scambio tra vecchiaia e scrittura perché anche nella scrittura uno scrive la vita e così, dice il vecchione di Svevo, si passa metà del proprio tempo a scriverla e l’altra metà a rileggerla sottraendosi alla orrida vita vera. Ora questa società votata al culto del consumo sembrava aver reso la vecchiaia ancora più umiliata e offesa, ancora più emarginata - perché il vecchio è quello che consuma meno, quello che produce meno.

Improvvisamente qualcosa è cambiato. Oggi la vecchiaia diventa (non solo perché i vecchi sono tanti e si produce per loro) un nuovo problema. E così anche questa vertiginosa avventura sui limiti della vita: prolungarla o meno, difenderla fino all’ultimo, quando è il termine? In questo senso la vecchiaia diventa il territorio in cui si giocano le grandi domande di oggi. E poi la vecchiaia di certe società, in coincidenza con l’aumento della popolazione del mondo, crea dei problemi anche pratici che forse causeranno anche una sorta di nuova lotta di classe.

 

 

Le nuove tecnologie aprono nuove possibilità non solo per la scrittura, ma anche per la lettura. Come vede questi cambiamenti?

 

Da questo punto di vista sono, nella pratica, assolutamente tradizionale. Scrivo a mano, ma senza nessunissima civetteria e non mi piacciono certi atteggiamenti come quelli di chi pensa che una penna sia più autentica, più vicina a Dio di un computer. Credo però che ognuno di noi identifichi la naturalezza con quel livello di tecnica che ha trovato nell’infanzia e che è cresciuto insieme a lui. Per me già la radio in qualche modo è più naturale della televisione perché faceva parte del mondo che ho trovato: i rumori della radio, la musica e le voci dei radiodrammi che ascoltavo erano come il canto degli uccelli. La televisione, chiaro, fa parte del mio mondo, ma è già un’innovazione che è venuta quando ero molto giovane, che non ho “trovato”. Quindi è legittimo avere le proprie manie. Si scrivono frasi e digitando io so scrivere solo parole; la frase, il ritmo, io li ho nella mano. Per la lettura vedo che anche persone completamente e giustamente inserite nel mondo digitale leggono ancora sul libro stampato: anche questo può darsi che cambierà essendo un atteggiamento legato al nostro sistema nervoso e la specie cambia, oggi più rapidamente, ma certamente non così rapidamente come credono tanti che pensano che diventeremo subito dei cyborg. Ho quindi l’impressione che per un tempo abbastanza lungo, almeno la carta (parlo come libro) coesisterà con il digitale.

Penso, con dispiacere, che prima si estingueranno i giornali. Ecco, non so se ciò arricchirà la cultura. È come ogni possibilità tecnica: è chiaro che la macchina arricchisce perché uno può andare a trovare lo zio moribondo ed è quindi un vantaggio umanistico poterlo raggiungere in un’ora anziché in otto. Ma è anche vero che talvolta in macchina si è bloccati.

 

 

Cambierà il modo di concentrarsi?

 

Tra paranoidi e schizoidi, io sono più del tipo paranoide: quando mi concentro su qualche cosa sono però abbastanza aperto nel ricevere le suggestioni del mondo, anche se la mia concentrazione si carica di ritualità maniacali.

Anche i miei figli che padroneggiano perfettamente queste tecnologie come formazione culturale sono simili a me. In Alla cieca ho appunto inserito l’uso del computer e delle email e ho provato a immaginare questa sorta di Omero digitale, ma certamente il mio tipo di fruizione rimane di tipo classico.

 

 

Il Novecento è il primo secolo la cui formazione si basa sui classici moderni, sostituendo quelli che erano i classici greci e latini. La crisi della letteratura non nasce perché in fondo siamo, in questo modo, autoreferenziali?

 

Sì, il Novecento è il primo secolo che si è formato sugli autori moderni, poi se mai i classici sono stati riciclati, rifunzionalizzati, e sono stati fondamentali, perché anzi mai come nel Novecento e ancora adesso si riscrivono i miti antichi, l’Iliade, l’Odissea, gli Argonauti, Euridice, come ho fatto anche io. Però, certo, è ben diverso da un rapporto esplicito e diretto. Sì, credo che ci sia questa autoreferenzialità e che non potrà durare in eterno. Non so a che punto l’incontro con nuove culture e nuove tradizioni possa in questo senso correggere questa autoreferenzialità. In modo negativo, con il bazar dove tutto viene ridotto ad usa e getta, dove uno prende due etti di cattolicesimo e un etto e mezzo di buddismo, e così anche in letteratura, con tanti ingredienti disparati che ci arrivano con la globalizzazione. Detto questo c’è veramente una civiltà che viene arricchita da altre culture. Per me lʼincontro con Glissant, con questa tradizione caraibico-africana “francese” è stato un confronto che mi ha aiutato ad essere un po’ meno autoreferenziale.

Certamente l’autoreferenzialità continuerà ad avere il sopravvento per il peso della tradizione e perché l’Occidente bene o male domina il mondo; però queste immissioni sono notevoli e positive.

 

 

Non trova che oggi la perdita del rigore abbia in qualche modo esaurito la forza della trasgressione e la capacità di scandalizzarsi?

 

Improvvisamente è successo qualche cosa di indecente. Alcune regole di comportamento che sembravano pacificamente acquisite erano espressione di una civiltà che si basava su una struttura classica. Ora non esiste più né la borghesia né il proletariato classico e la nostra colpa è stata di non esserci accorti in tempo di una trasformazione antropologica.

Ora si può dire, come disse il nostro Presidente del Consiglio, che si possono non pagare le tasse (che è come se un questore dicesse che si può rubare). È caduta perfino lʼipocrisia, detestabile, ma pur sempre, come è stata definita, “omaggio del vizio alla virtù” che presupponeva almeno la consapevolezza del lecito e dell’illecito. E che certe cose siano possibili spiazza le regole, ha avuto un pendant nella crisi della logica: nessuno quasi più ragiona con una logica che a noi sembrava elementare. Quando c’è stato l’incidente del Cermis, si è discusso per tre giorni non di chi era la colpa o se c’era stato un guasto o un problema con la torre di controllo, ma se l’aereo volava o meno ad una quota troppo bassa. Ora, se un aereo colpisce il caffè San Marco, o il caffè San Marco ha fatto un balzo per aria oppure l’aereo gli è andato addosso. Ogni ragionamento logico perde d’importanza; l’unica cosa che non si poteva dire è quello che ha detto il generale Van der Linden, ossia che l’aereo si trovava esattamente dove doveva trovarsi secondo la rotta. Il che vuol dire che o era una strage premeditata o che chi ha fatto la rotta era un pazzo o un incapace.

Quel giorno ho pubblicato un articolo sul Corriere, il Corriere l’ha messo in prima pagina, ho ricevuto complimenti e congratulazioni, poi mio figlio mi fa notare che a fianco c’era un articolo che diceva “È stato appurato che l’aereo volava a bassa quota”. Ora non ci si può non porre il problema di cosa è successo nella testa delle persone ed è spiazzante che ciò sia avvenuto, perché poi ogni ragionamento logico elementare non funziona, non fa presa, non ha alcun potere di convinzione.

 

 

Non è spaventato dalla crisi della logica?

 

Certamente, mi spaventa moltissimo, perché tutto diventa possibile. Il problema della sintassi del nominativo e dell’accusativo non è un problema di filologia e se uno uccide un altro, bisogna sapere chi è soggetto o oggetto per sapere quale è l’assassino da mettere in galera, se no mettiamo in galera la vittima. Oppure il fatto avvenuto qualche tempo fa: un mio collega ex brigatista rosso, dichiara che, avendo avuto una figlia, aveva capito che non si può uccidere un papà. Scrissi sul Corriere che allora uno zio sì, e che io potevo ritenermi tranquillo perché essendo padre mi ritenevo risparmiato. Ora, ho bisogno di avere figli per capire che la perdita di un figlio o di un padre può essere un dolore? Non sarebbe proprio una grande prova di capacità di fantasia.

 

(Questa intervista esce oggi in forma ridotta anche su La Stampa e lastampa.it)

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