Edwy Plenel: contro il Front National

Edwy Plenel, classe 1952, giornalista politico francese, un passato alla testa della redazione di Le Monde, oggi direttore di Mediapart, testata indipendente e impegnata on-line, spiega perché l’avanzata del Front National è il risultato di una crisi democratica della politica francese. E perché oggi la Francia è in attesa di un nuovo Secolo dei Lumi.

 


 

Come spiega il fenomeno Front National?

 

Il Front National nasce come gruppuscolo ideologico, erede della tradizione dell’estrema destra francese, dal collaborazionismo alle guerre coloniali, annoverato tra i vincitori della storia solo per un’astuzia del generale De Gaulle. Tale famiglia intellettuale esisterà per sempre e si manifesta attraverso un essenzialismo della nazione e dell’identità e una teorizzazione dell’ineguaglianza.

 

Ora, questo gruppuscolo d’intellettuali è al cuore della vita pubblica da 30 anni. Dal 1983, anno delle prime vittorie locali, cui è seguita una prima avanzata con Jean-Marie Le Pen alle europee del 1984, fino alle presidenze di Mitterand, Chirac e Sarkozy. Non si tratta di una novità, né l’arrivo di Marine Le Pen giustificherebbe da solo una tale curiosità. Mi rifiuto di porre il FN al centro del dibattito mediatico.

 

La stessa vittoria di Brignoles è stata sopravvalutata: non si tratta di un evento nazionale, Brignoles è un cantone con qualche migliaio di elettori, non di più. Il peso smisurato del FN oggi è legato alla crisi delle élite governative. Non è il popolo che diventa fascista, razzista, estremista ma una progressiva perdita di fiducia nella politica. Il primo partito di Francia resta l’astensionismo, il rifiuto di votare, legato alla delusione della sinistra, che scoraggia le classi sociali, e al parossismo della destra, che si allontana dai fondamenti repubblicani. L’avanzata del FN nasce proprio da questa alchimia: una sinistra che rinuncia e una destra alla deriva.

 

Edwy Plenel

 

Il successo attuale del FN riflette un cambiamento della società francese?

 

Il Front National è lo specchio di una crisi democratica specificamente francese. In Italia, l’estrema destra ha subito un’evoluzione e si è fusa con la destra tradizionale. Il FN è cresciuto da solo, al suo interno ci sono solo estremisti e le sue alleanze europee sono con partiti marcatamente fascisti, nostalgici, reazionari. Si tratta di una formazione politica camaleontica, che ha raccolto i gruppuscoli più disparati, non ha alcuna coerenza o unità. Una piccola impresa familiare a carico dei Le Pen, ma senza alcuna esperienza gestionale. Senza nessun conto da rendere, perché mai messo alla prova, non a caso Marine Le Pen rivendica la sua fedina immacolata.

 

 

Il suo stesso discorso è confuso, raccatta tutte le problematiche e le fa proprie, in un’impennata di populismo, dalla critica all’Europa all’arresto del flusso migratorio, creando un immaginario del declino, del ripiegamento, della paura. Gli elettori del FN sono perduti, vittime ancora una volta della politica del capro espiatorio: non ci s’immagina razzisti, ma si entra in una logica della scorciatoia, della strada più facile, per evitare di pensare a soluzioni complesse. Inoltre, il programma economico del FN è ultra-liberale.

 

L’estrema destra è quindi il ricorso ultimo, a volte turandosi il naso, delle classi dominanti in un periodo di impotenza come questo, con la crisi del capitalismo. E purtroppo in Francia abbiamo un dispositivo democratico fragile, istituzioni squilibrate, pericolose. Se Marine Le Pen dovesse ritrovarsi al secondo turno delle presidenziali e vincere, le istituzioni attuali le permetterebbero di instaurare facilmente un regime autoritario.

 

Esiste una responsabilità politica per tale situazione?



La prima responsabilità è quella della destra. Nicolas Sarkozy ha spianato la strada al FN, legittimandone l’ideologia. Fino a Chirac, malgrado determinati eccessi verbali, c’era ancora una barriera tra destra repubblicana ed estrema destra. Sarkozy ha autorizzato la stigmatizzazione dei rom, dei musulmani, l’esistenza di un’identità nazionale al singolare, di civiltà superiori alle altre, diffondendo un’attitudine che ha banalizzato tali eccessi, tramite l’uso della paura. La crisi stessa è stata banalizzata con l’abuso del concetto di capro espiatorio, identificato nel diverso, nell’immigrato.

 

 

La presidenza di Sarkozy ha facilitato la fusione degli elettorati. La sua attitudine ha sdoganato la vergogna. Ormai si vota estrema destra senza imbarazzo. La sinistra è invece colpevole della delusione che ha generato con la sua virata a destra. Manuel Valls [ministro dell’Interno del governo Hollande, ndr], con la sua politica di chiusura verso i rom e i musulmani, è responsabile del successo del Front National. Se anche i socialisti iniziano a parlare di identità, tanto vale votare direttamente il FN, preferire l’originale alla copia. La sinistra di oggi non è all’altezza della Francia.

 

François Hollande, Jean-Marc Ayrault, Manuel Valls

 

I socialisti dovrebbero distaccarsi da questo linguaggio della diffidenza e proporre nuove prospettive per i francesi. Probabilmente avere un presidente della Repubblica che bilanci l’onnipotenza del primo ministro, come in Italia, potrebbe aiutare la Francia, per non rischiare di scivolare in quella che La Boétie ha chiamato “servitù volontaria”, dove tutto il potere è nelle mani di una sola persona.



Il dibattito sull’identità coinvolge ampi strati della popolazione in Francia…



Nel 2009, Mediapart ha lanciato un appello “Nous ne débattrons pas” [“Noi non dibatteremo”, ndr], contro il grande dibattito sull’identità nazionale, pilotato dal potere, una petizione firmata da più di 200 personalità politiche, preludio alla vittoria di Hollande. Il nostro appello ha voluto ricordare il nostro passato da grande potenza coloniale, e il ruolo che i nuovi francesi hanno avuto nella costruzione del nostro paese.

 

 

La Francia è stata l’America dell’Europa, ma oggi sembra aver rinnegato la sua storia e appare come la democrazia più debole. Accettare che la risposta politica alla crisi sia “eliminare l’altro”, che si parli di una “questione rom”, come un tempo si è parlato di una “questione ebrea”, equivale a rifiutare una pedagogia dell’elevazione e preparare il fallimento del nostro paese, sfigurandone il volto. Ci vuole un immaginario forte, concreto, in grado di annullare la demagogia dell’estrema destra.

 

Quali sono adesso gli scenari politici possibili?

 

Io sono stato tra i primi a screditare questa “iper-presidenza” tutta francese. A condannarla perché inefficiente. Dalle pagine del mio giornale ho incitato il paese a cambiare pagina. Ma mi ero sbagliato. L’alternanza ha paralizzato il paese e oggi siamo davanti a un’estremizzazione del paesaggio politico, a destra e a sinistra. Oggi, la mia scommessa è sulla società civile. Tuttavia, non mi piace l’idea del discredito della politica.

 

 

La politica è un bene comune ma la democrazia è un ideale difficile da raggiungere e da mettere in pratica: è sempre incompleto, è un regime senza privilegi di nessuno, dove tutti hanno il diritto di immischiarsi, esprimersi, votare, essere eletti, un regime sempre soggetto alla tentazione dell’oligarchia.

 

La Francia, ultima monarchia elettiva d’Europa, è forse ancora a uno stadio preistorico della democrazia. Dovremmo aspirare a una democrazia più articolata, più completa, con una stampa libera e una maggiore partecipazione. Siamo davanti a un momento di transizione, che assomiglia al Rinascimento: un periodo di grandi scoperte, ma anche di guerre di religione, della cacciata degli Ebrei dalla Spagna, dell’Inquisizione. Quello che possiamo fare è augurarci, quanto prima, l’avvento di un nuovo Illuminismo.

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