Gheddafi, non solo un capo di stato

Una conversazione con Angelo Del Boca

Conversazione e fotografie estratte da Libya: Inch by Inch, House by House, Alley by Alley di Giovanna Silva, Mousse Publishing

 

 


 

Poiché gli americani stanno facendo la conoscenza dello spazio, sarei molto lieto se ci cercassero un pianeta in cui noi, arabi, iraniani e latino americani potessimo andare a vivere. Trovateci un altro pianeta, poiché questo lo volete tutto per voi.

Gheddafi 22 gennaio 1986

 

GS. Ad oggi la Libia è un paese uscito da una guerra civile e internazionale, un paese che per quarant’anni ha vissuto un regime, il regime di un leader, Gheddafi, che ha portato agli onori della cronaca questo paese, nel bene e nel male. Sto lavorando ad un libro sulla Libia come parte di una serie di pubblicazioni sui paesi in guerra, o in situazioni di crisi. Sto costruendo una narrazione, dei racconti su questi paesi, attraverso le fotografie dei loro paesaggi.

 

Nel caso della Libia quello che ho cercato di tracciare è un ritratto delle architetture del regime - il regime di Gheddafi - distrutte dalla recente rivoluzione. Sono partita da ovest, da Benghazi, città da sempre ‘nemica’ al colonnello, dove è iniziata la rivoluzione, per poi arrivare a Tripoli, dentro alla caserma-bunker di Gheddafi, dentro alla sua casa. Ho cercato anche di creare un parallelismo con le immagini d’archivio da me collezionate negli anni, che ritraggono un Gheddafi giovane e sorridente, un Gheddafi circondato da quei politici con cui per anni ha fatto affari e che poi gli hanno voltato le spalle, fino ad arrivare alle immagini della sua morte, sanguinante e ridotto a pezzi come le architetture che lo rappresentavano.

 

Ho cercato di essere obbiettiva in questo processo di costruzione e ricostruzione della sua figura, ma quando si crea una narrazione si è sempre in qualche modo soggettivi. Lo scopo di questa intervista è anche quello di raccontare, attraverso un dialogo con chi lo ha conosciuto ed è stato il suo biografo, chi era veramente Gheddafi

 

 

AdB Ho scritto diversi libri sulla Libia, sulla storia degli italiani in Libia e ho dedicato un libro a Gheddafi, (Gheddafi, una sfida dal deserto, Laterza). L’ho conosciuto quando era giovane, come era nelle foto degli inizi che lei ha raccolto, e poi l’ho visto altre due o tre volte fino alla fine, fino al 1996. Nel 1996 era un uomo tutt’altro che finito. Guardi, io potrei essere accusato di darne una mia visione soggettiva, come accusano lei. Nel senso che io ho un buon ricordo.  Non era soltanto il capo di un paese ricco, di un paese che lui ha trasformato perché non esisteva. Quando mai si parlava della Libia? Mai. All’epoca italiana era una colonia qualsiasi.

 

Lui non era soltanto un capo di stato. Lui era anche un’artista. Il libro che ha scritto è un libro bellissimo. E’ un libro di novelle e saggi, è stato anche pubblicato in francese a Losanna. E’ intitolato The Village..the Village… The earth,…the earth and suicide of the Astronaut, with other stories. Ne ha vendute in due settimane centomila copie. E’ un libro consacrato anche in occidente, quando l’editore Favre di Losanna pubblica nel 1996 in un solo volume i 12 racconti e i 4 saggi con il titolo Escapade en enfer et autres nouvelles. Sono dei racconti indirizzati al suo popolo, attraverso i quali cerca di individuare le cose da non fare. Ad esempio esortava il popolo libico a non abbandonare il deserto e la pianura. Gheddafi odiava la città infatti viveva, o fingeva di vivere, nella tenda. Oppure viveva a Sirte, dove comunque aveva le tende, e Sirte poi era a due passi da Gars Bu Hadi, il suo villaggio natale.
Non posso rappresentare questo personaggio soltanto come l’uomo che è stato un dittatore. I suoi crimini li ho denunciati. Tanto è vero che quando è uscita l’edizione araba del mio secondo libro Gheddafi si è fatto dare dal traduttore ogni capitolo e ha cancellato quello che non gli andava, presumibilmente le parti in cui veniva accusato.

 

Avevamo un buon rapporto. Quando è finita l’ultima intervista, che è durata due ore e un quarto - cose mai viste - è uscito con me dalla tenda per ringraziarmi. E ha aggiunto ‘se tutti gli italiani fossero come lei sarei disposto a qualsiasi trattato’. Insomma aveva stima di me, mi conosceva, avevamo un buon rapporto. Quando hanno ucciso in un bombardamento uno dei suoi figli, Seif al Arab, del tutto estraneo al conflitto, e tre nipoti di rispettivamente 1, 3 e 4 anni, attraverso il vescovo cattolico Giovanni Innocenzo Martinelli di Tripoli gli ho mandato le Condoglianze.

 

 

Gs Però è sempre stato visto come un folle, un dittatore incontrollabile, il Mad Dog di reaganiana memoria

 

AdB  È anche  una persona che ha creato uno stato: la Libia, ripeto, non esisteva. Dacché c’è stato lui la Libia era sempre su tutti i giornali, un po’, diciamolo, anche per i crimini commessi, quando faceva uccidere i suoi avversari mandando ‘giustizieri’ a Roma, ne ha fatte dappertutto negli anni '80. E questo non glielo nascondo. Gheddafi nell’edizione araba l’avrà fatto cancellare ma nelle edizioni italiana e inglese c’è. Sono stato estremamente obbiettivo. Però quello che c’è da dire di buono lo devo dire. Hanno sempre insistito sul fatto che prendesse tranquillanti e psicofarmaci. Io l’ho sempre visto lucido. Il personaggio indubbiamente non si limitava, però era uno sempre molto lucido, lucidissimo. Quando si vuole distruggere una persona, basta inventare.

 

Gs mi ha molto colpito la disamina psicologica – che si legge nel suo libro Gheddafi, una sfida dal deserto -  che fece fare Reagan, incaricando il dottor Jerrold Post, capo della Political Psychological Division della Cia, di tracciargli un profilo psicologico, nel quale si legge
‘nonostante si creda comunemente il contrario, Gheddafi non è uno psicotico ed è in contatto con la realtà. In caso di estrema tensione, è soggetto a crisi comportamentali bizzarre, nel qual caso la sua capacità di giudizio può essere carente.’

 

AdB aveva un senso di sé importante, ma direi che non sfiorasse la megalomania. Quando ho fatto questa intervista nel 1996 mi ero cautelato, avevamo avuto spese notevoli, avevo venduto l’intervista al Corriere della Sera e per molti giorni sono rimasto in attesa, avevo ormai perso le speranze di poter incontrare Gheddafi. L’intervista non è stata poi pubblicata integralmente perché è durata due ore e un quarto, avrebbe preso tre o quattro pagine, ma hanno titolato sulla cosa più importante, sulla rivelazione che secondo me è stata la cosa più eccezionale, cioè questa onestà del personaggio. Quando gli ho chiesto: il Libro Verde che successo ha avuto? Lui mi ha detto 'nessun successo, un fallimento!' Un megalomane avrebbe risposto: 'un successo enorme!' e non era vero.

 

 

GS. È stato un fallimento editoriale?

 

AdB: No, assolutamente, viene tradotto in 53 lingue e stampato in milioni di esemplari.
Gheddafi sperava che il Libro Verde avesse successo nel suo paese. È un libro diviso in tre parti, rese pubbliche tra il 1973 e il 1979, affronta il discorso politico della sua ‘Terza teoria universale’ differente dal comunismo e dal capitalismo. Ovvero la Jamahiriyya. Era destinato al suo popolo, conteneva indicazioni politiche e non solo. E invece quando gli chiesi se fosse stato un successo rispose 'no è stato un fallimento, la Libia è ancora un Paese Nero.'

 

GS: Tornando a Gheddafi, mi interessa anche il suo aspetto fisico, perché in qualche modo è forse uno dei pochi dittatori ad aver fatto del suo corpo e dell'abbigliamento un modo per veicolare la politica.

 

AdB. Prima dell’intervista del '96 ho avuto modo di osservarlo: era vestito benissimo, in capo aveva una sorta di foulard beige, che gli fasciava parte della fronte e cadeva dietro, come nelle foto che ha raccolto anche lei. Indossava un burnus nero con ricami in rilievo. Ai piedi aveva stivaletti di pelle nera, morbidi e lucidissimi. Il guardaroba di Gheddafi è esemplare per la stravaganza e la civetteria, ed è un prodotto della sua inesauribile fantasia. A lui piacevano le divise, Igor Man racconta addirittura che ne avesse 700, ma quando si vestiva alla libica, all’araba, aveva un grande gusto.

 

Inoltre non era soltanto un militare. Aveva una laurea in letteratura inglese conseguita a Benghazi, aveva fatto dei corsi di telecomunicazione in Inghilterra. Aveva creato un sistema di raccolta dati che era perfetto. Al mattino gli presentavano tutto quello che era accaduto nel mondo, aveva una cognizione della politica estera che era fenomenale. E questo lo riconosce anche Berlusconi – che ogni tanto qualche verità la dice: Berlusconi era ossessionato dall’importanza del personaggio Gheddafi, e si rendeva conto che non era uno stupido. Infatti l’accordo del 2008 è un accordo che è tutto a favore della Libia, non dell’Italia. Ripeto, era estremamente lucido. Nel '96, quindi 15 anni prima della sua morte, mi ha detto cose che anticipavano la lotta contro gli estremismi islamici, quello che sta accadendo adesso.

 

 

GS. Si riferisce alla svolta estremista di tutto il Nord Africa, conseguente alle diverse primavere arabe?

 

AdB Non solo, mi riferisco a quello che sta accadendo adesso. Cioè che non sono più capaci di frenare le milizie che hanno fatto la rivoluzione, né le forze islamiche che Gheddafi aveva messo a tacere.

 

GS Ma secondo lei Gheddafi nel 2011 non ha fatto nessuno tipo di errore strategico considerando che la Nato non sarebbe intervenuta?

 

AdB  Inizialmente, prima della rivoluzione intendo, era convinto che attraverso il passaggio di potere al figlio Seif el Islam, nominato nel 2009 ‘Coordinatore generale dei comandi popolari e sociali’, ovvero numero due nella nomenclatura libica, fatta una costituzione, data una certa libertà democratica al paese, si sarebbe messo a posto qualsiasi malumore. Probabilmente non pensava neanche ad una guerra civile quando sono iniziate le manifestazioni in Nord Africa. Ad un certo punto non ha potuto fare diversamente, era tutto prestabilito. Quando la Nato è intervenuta con la no fly zone e la risoluzione 1973, era tutto prestabilito, anche perché da un punto di vista giuridico illegale la Nato può intervenire solo se quello che accade in un paese può determinare conseguenze gravi per altri paesi in senso internazionale, e non era il caso. Quindi l’operazione era illegittima e lui lo sapeva. Quando ha fatto il famoso discorso sulle mura di Tripoli, dalla Piazza Verde, ha detto: 'dove è il mio amico Berlusconi, che ha scritto con me l’accordo? Dov’è? Dov’è finito il trattato di amicizia?'

 

Anche Sarkozy, che poi potrebbe essere, secondo alcune versioni, il mandante dell’uccisione, poiché Gheddafi aveva ampiamente finanziato la sua campagna elettorale, si è scagliato esplicitamente contro il colonnello dicendo 'un uomo deve morire.' Proprio lui, che aveva preso i soldi. È una storia davvero deprimente. Gheddafi aveva immense responsabilità, soprattutto nei riguardi del suo popolo, nella misura in cui aveva negato il rispetto dei diritti umani e redistribuito ingiustamente i ricavi del petrolio, ma quando si è scagliato contro l’Italia, tacciandola di tradimento, è stato difficile dargli torto.
Gli obbiettivi di quella guerra poco hanno a che fare con il passaggio alla democrazia o con la tutela dei diritti umani, quanto piuttosto con la spartizione delle risorse petrolifere e l’acquisizione dei fondi libici.

 

 

Gs. Qual è, anche alla luce di quello che è successo o che forse succederà in Egitto, la sua previsione sulla Libia?

 

AdB Io sono dell’idea che siamo all’origine del caos, una nuova guerra civile. Non sono riusciti a mobilitare le forze armate che hanno fatto la rivoluzione. C’è un contrasto tra chi ha fatto la guerra e il governo. Hanno fatto una legge per espellere chi ha avuto contatti con il regime di Gheddafi, ma ovviamente in 40 anni tutti hanno avuto contatti con Gheddafi! Anche il nuovo presidente della repubblica, Mohammed Megharief, è stato ministro di Gheddafi. (NdR Mohammed Megharief, che è anche a capo del Parlamento, ha deciso di lasciare per non essere costretto a farlo dopo l'entrata in vigore, il 5 giugno, della legge sull'impedimento che vieta a tutti coloro che abbiano avuto a che fare con il regime di Gheddafi di ricoprire incarichi nell'apparato dello Stato)

 

Gs. Quando sono stata a Sirte mi ha colpito la sensazione di radicamento sul territorio della rivoluzione. La strada è piena di check-point, come a dire 'la rivoluzione l’abbiamo fatta noi il territorio è nostro.'

 

AdB Infatti questo dà molto fastidio al governo che tenta inutilmente di costituire un esercito, un esercito vero. Non riuscendo a smobilitare queste forze, come quelle concentrate a Misurata, che sono le più forti, finiscono praticamente per essere catturati dalle bande armate dei ribelli - i Tuwwar - che, dopo la fine delle ostilità e la disgregazione delle forze militari del regime di Gheddafi, hanno occupato il territorio libico, costituendosi come micro gruppi di potere con un controllo territoriale circoscritto. Si arrogano il diritto di mantenimento dell’ordine nelle città. Speriamo non ne esca una nuova guerra civile.

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