Ingrid e Lorenza oggi spose. Intervista a Maria Pecchioli

Lei disse sì

Ne è passato di tempo da quando nel 1974 Rainer Fassbinder con il suo film Il diritto del più forte raccontava l’omosessualità senza fare sconti a nessuno e si prendeva le critiche proprio dei gay perché ne raccontava l’animo come quello di ogni altro essere umano, buono e cattivo insieme, adottando uno sguardo sulla diversità senza giudizi né favorevoli né contrari. Oggi, nella nostra più tollerante società, pregna di quella tolleranza che disgustava Pasolini perché la riteneva una più raffinata ghettizzazione, il mondo gay lotta ancora per i suoi diritti minimi anche se qua e là gli sembrano riconosciuti. Ad esempio quello per un matrimonio, ancora negato in Italia ma possibile altrove, con cui suggellare un amore. Maria Pecchioli, artista e performer fiorentina ora al suo primo lungometraggio, ha realizzato su questo tema un film documentario Lei disse sì sulla storia di una coppia di due donne (e amiche della regista) dal momento i cui decidono di andare in Svezia per poter celebrare le proprie nozze fino allo svolgimento della cerimonia. L’anno è il 2013 e il viaggio è per i propri diritti negati. Lo sguardo nitido e sincero del film gli ha portato numerosi riconoscimenti e continue chiamate in Italia e in Europa prolungando oltre il viaggio di Ingrid e Lorenza oggi spose.
 

 

Maria, vieni da diversi approcci artistici, dal video alla fotografia. Come hanno influito sulla produzione del tuo primo documentario e quanto ti sei servita della tua ricerca precedente per realizzare questa diversa narrazione del reale?

Ambiti di ricerca e settori disciplinari differenti tra loro costituiscono il nodo costante e continuo della mia pratica artistica. Per me sono vere e proprie immersioni in linguaggi, molteplici e diversi, che mi permettono di generare punti di vista inattesi. Costituiscono delle fusioni fondamentali poiché arricchiscono l'esperienza del quotidiano e mi aiutano a sviluppare una sensibilità multipla nei confronti della materia su cui lavoro e delle persone con cui mi relaziono di volta in volta. È soprattutto questo il bagaglio che ho portato con me in questo viaggio, un bagaglio che eccede l'uso e il potere che attribuisco all'immagine, e che converge piuttosto sulla tonalità, sull’intonazione, che volevo dare al documentario.

 

Cosa ti ha spinto a scegliere un tema politico per il tuo primo lungometraggio?

Ho sempre cercato di esprimermi e di lavorare su argomenti di cui avverto un'urgenza non solo personale. Mi interessa mettere in luce le contraddizioni del nostro tempo, delle nostre vite, e offrire attraverso l'arte spunti di riflessione e approfondimento. Questo senso di responsabilità rappresenta per me l'aspetto politico del fare arte. Un aspetto che può assumere diverse forme e molte sfaccettature, non necessariamente legate all’attivismo. Il cinema è una di queste e la sua forza è nel fatto che permette di essere politici senza cadere nella didascalia, grazie alla tensione emotiva che è capace di generare e trasmettere. Non ritengo che fare “arte” implichi necessariamente una finalità politica, ma già la sola possibilità di esprimere punti di vista originali e non allineati può determinare il valore politico dell’opera. Oggi più che in passato – nel cinema e se vogliamo in tutto il mondo della cultura –, non conta solo cosa, ma principalmente come crei un’opera. Riuscire a fare cinema in modo indipendente è già di per sé un gesto politico, al di là delle tematiche o del soggetto di un film.

 

Sei partita da una consapevolezza sul tema dell’omosessualità o farne un film ti ha dato una maggiore conoscenza dell’argomento?

In buona parte partivo già da un dato di consapevolezza sulle discriminazioni di genere. Vivere al fianco di Ingrid e Lorenza per mesi in questo difficile percorso, mi ha aiutato e arricchito semmai sul lato opposto: a vedere quanta continuità e quanto sostegno ci siano invece nella nostra società civile, e a verificare a quante persone, giustamente, non interessi l'orientamento sessuale degli altri. Un momento di verifica importante a questo proposito è dato dalle reazioni del pubblico, durante le presentazioni del film nelle sale. Il sentimento di scandalo va tutto in direzione delle gravi carenze giuridiche del nostro paese sul matrimonio omosessuale. Solo una piccola parte del vuoto sui diritti civili degli omosessuali. Il pubblico che abbiamo incontrato finora ci ha dato l’impressione di aver colto l’atteggiamento positivo del nostro racconto e di sentirsi parte di una comunità che fa forza sulla condivisione e sulla qualità dei rapporti in generale.

 

Ingrid e Lorenza, al centro Maria Pecchioli

 

L'Italia è evidentemente un paese conservatore, c'è una lancia che puoi spezzare in suo favore dopo il tuo film?

Vedo una forte distanza fra il mondo della politica e quello della società civile e, all’interno di quest’ultima, noto un’ulteriore divisione tra i cittadini – credenti e non – che vedono nella laicità dello Stato una risorsa fondamentale per il raggiungimento di una società fondata sul multiculturalismo e l’eguaglianza dei diritti civili e chi invece ritiene che la laicità non sia altro che uno strumento per il mantenimento di privilegi e pregiudizi troppo spesso di natura religiosa ma non solo. Spezzo quindi la mia lancia a favore di tutti coloro che, politici e non, con convinzione appoggiano ogni giorno i percorsi di crescita verso l’allargamento dei diritti civili, da cui potrebbe nascere una società più responsabile e serena.

 

Torniamo al film e alle tecniche. Hai usato qualche forma di scrittura, una progettazione oppure hai seguito il corso degli eventi che raccontavi?

Prima del film, con Ingrid e Lorenza abbiamo creato un videoblog che racconta in brevi pillole le tappe che ogni coppia affronta normalmente verso il matrimonio: l’annuncio in famiglia, quello agli amici, ai colleghi, i documenti, il menù, la scelta dei vestiti ecc. Sono ironiche incursioni nella vita di Ingrid e Lorenza durante la fase dei preparativi. Questo primo lavoro insieme ci ha aiutato a stabilire una confidenza e una fiducia reciproca indispensabili per affrontare il lungometraggio e la considero parte della progettazione nella misura in cui abbiamo verificato le nostre affinità. Per il resto abbiamo stabilito insieme solamente pochissime linee guida e in particolare di dividere il documentario in due parti. Quindi che la prima parte sarebbe stata dedicata al viaggio. Dall’Italia alla Svezia, attraverso l'Europa, avremmo approfondito i vissuti personali di Ingrid e Lorenza, il momento della loro consapevolezza, la reazione delle famiglie, le scelte, le conseguenze. Piccole interviste condotte all’interno di cornici in luoghi di confine non specificati, non-luoghi comuni a ogni dove, come un’autostrada o un’area di ristoro. La seconda parte invece si concentra su quanto accaduto una volta giunte in Svezia e soprattutto sul nutrito e caloroso gruppo di amici e parenti che le hanno accolte e seguite in Svezia per accompagnarle alla cerimonia.

 

In definitiva per l'aspetto fondamentale nella scrittura del film è da ritrovare nel modo in cui abbiamo costruito il dialogo tra noi (spose e regista) e nella condivisione con tutti i partecipanti al matrimonio. La stessa troupe è stata creata coinvolgendo amici che sono anche professionisti nel campo dell'audiovisivo. Era importante avere un linguaggio comune e non creare disagio negli ospiti. Da qui ho seguito il corso degli eventi.

 

C'è stato un momento particolarmente critico durante le riprese?

A parte qualche problema con il fuoco della camera e riuscire a cogliere i momenti salienti di una tregiorni di festa di scalmanati fiorentini nella foresta scandinava… direi di no.

 

 

Le tue protagoniste e i loro familiari come hanno vissuto l'essere filmate-raccontate così intimamente?

Fin dalla realizzazione del video-blog abbiamo preso delle decisioni che smorzassero la difficoltà di mettersi a nudo nel raccontare una storia privata. Fra queste la scelta di iniziare girando le pillole con un cellulare, in maniera immersiva ma non invadente. La consapevolezza e l'urgenza di dare un contributo importante al dibattito sui diritti civili e di offrire un punto di vista diverso da quello stereotipato dei media è stato sicuramente uno stimolo in più verso la costruzione di una fiducia basata su un linguaggio comunemente ironico, profondo e personale. Inoltre, hanno aiutato molto nella realizzazione dell'intero progetto la naturale leggerezza e la positività che traspaiono dalla relazione fra Ingrid e Lorenza e dai legami affettivi che le circondano.

 

Parlami della produzione. Sei partita con un budget o hai trovato risorse in corso d'opera?

Questo aspetto racchiude per me un valore estremamente politico e di unità. Grazie al video-blog, infatti, abbiamo messo insieme un pubblico divertito dalla nostra iniziativa e fiducioso, che ci ha dato l'entusiasmo per affrontare il crowdfunding nei tre mesi precedenti al viaggio-matrimonio. In tanti, più di 200 persone, hanno sentito l’importanza e l’urgenza del lavoro che stavamo facendo e ciascuno secondo le proprie risorse lo ha sostenuto, diventandone così parte fondante. La band Rio Mezzanino poi ha prestato al film la colonna sonora e scritto appositamente il brano I said yes contribuendo a sostegno del film in modo decisivo. La rete di relazioni che si è creata, la capacità dei singoli di mettersi in gioco per un diritto negato che non è necessariamente loro ma che contribuisce a un arricchimento sociale rimane per me la grande prova d'amore e di senso civico che accompagna Lei disse sì, in tutti i suoi momenti.

 

Questo film ti ha aperto prospettive per un nuovo progetto? Cosa hai in programma?

Al momento sto seguendo Lei disse sì a tempo pieno, in sala e nella sua distribuzione all'estero siamo state a Bruxelles, Zurigo, Londra nell’arco di poche settimane. Per i nuovi progetti, sono in fase di elaborazione.

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