Mona Prince. Mi chiamo Rivoluzione

La candidata alle prossime presidenziali egiziane Mona Prince, figura molto discussa, decisamente un’outsider del panorama politico cairota,  ha presentato al Festival Mediterraneo di Scritti Femminili di Rabat (21-23 Marzo 2012) il suo ultimo libro Ismi Tawra – Mi chiamo rivoluzione (2012). Docente di Letteratura inglese e traduttrice, Mona racconta il suo impegno politico, tra scrittura e attivismo, e le sue speranze per il cambiamento democratico in Egitto.

 

 


Come mai da scrittrice hai deciso di candidarti alle elezioni presidenziali?

 

Per cambiare le cose bisogna lavorare sul lungo periodo. So che non diventerò Presidente dell’Egitto, ma il mio impegno attuale serve a ottenere risultati in futuro, magari alle prossime elezioni, tra cinque anni! Attraverso la scrittura [ è autrice di numerosi romanzi, tra i quali So you may see”, in inglese ] ho voluto offrire ai miei lettori una prospettiva diversa e oggi voglio concretizzare questa mia aspirazione. Ma non è la Presidenza che m’interessa, quanto l’essere una candidata! Il mio obiettivo è andare aldilà dei clichés: voglio che le persone si abituino a vedere le donne impegnate in politica.

           

 

Qual è il tuo programma elettorale?

 

Sono indipendente, senza etichette partitiche per ora, e mi alleerò insieme con gli altri candidati [ il numero totale supera gli ottocento] che condividono la mia stessa prospettiva, fondata sul pensiero scientifico, unito all’arte, all’immaginazione e al potenziamento della partecipazione giovanile in politica. Il mio obiettivo principale è, infatti, quello di valorizzare i giovani qualificati, di modo che attraverso un processo di empowerment possano avere accesso al potere per gestire le istituzioni pubbliche e il funzionamento dello Stato. Nella nostra cultura tradizionale i giovani sono considerati irresponsabili, dediti a internet, al calcio o allo svago. Invece noi giovani siamo in grado di trovare soluzioni creative e intelligenti. Ed è di questo che oggi c’è bisogno. Ma non possiamo vivere senza arte, che è la base di ogni invenzione creativa. Bisogna per questo lasciare spazio all’immaginazione, e questo accade in un regime di libertà.

 

 

Qual è il principale problema in Egitto?

 

Di certo la corruzione, che dobbiamo combattere innestando nelle persone una cultura dell’etica e della trasparenza. E poi la centralizzazione dei poteri. In Egitto tutto si muove intorno al Cairo e tutto viene deciso al Cairo. Se una persona si ammala deve andare a curarsi al Cairo per essere sicura di sopravvivere; se vuole andare nelle scuole migliori deve andare nella capitale e questo non è giusto. Un punto importante del mio programma è la decentralizzazione del sistema politico egiziano. Se fossi al Ministero delle Finanze prevedrei un budget uguale per ogni regione, tenuto conto chiaramente delle specifiche esigenze locali. Troppo a lungo il potere ha sottovalutato le esigenze della popolazione locale, agendo senza trasparenza e giustizia. Bisogna invece promuovere l’approccio partecipativo, che consiste nel tenere conto dei bisogni dei cittadini prima di prendere decisioni. Serve a questo la politica, no?!

 

 

Hai vissuto pienamente i giorni di Piazza Tahrir…

 

Si, sono stata lì sin dal primo giorno. Per tre giorni sono rimasta sveglia, giorno e notte, per partecipare alle proteste e quando ho deciso di riposarmi l’unica cosa che speravo è che Mubarak non desse le dimissioni proprio mentre non ero in Piazza. E per fortuna così non è stato! Ero lì insieme a persone di tutte le età e di qualsiasi estrazione sociale a festeggiare la notizia!  Oggi incontro queste persone al mercato, per strada, e hanno, come me, uno sguardo rinnovato.

 

 

I media occidentali hanno riportato con sorpresa la massiccia partecipazione femminile alla cosiddetta “Primavera araba”. Cosa pensi a riguardo?

 

Le donne hanno sempre partecipato alla lotta dei loro popoli, in Egitto, come in Tunisia, in Marocco … Eravamo lì. Sin dal primo momento.  Abbiamo lottato in quanto cittadine per i nostri diritti e per il miglioramento della nostra società, ma poi gli islamisti ci hanno messe fuori gioco.  Oggi siamo ancora marginalizzate, è vero, ma dobbiamo lottare ancora di più per farci ascoltare. L’8 Marzo, ad esempio, abbiamo marciato davanti al Parlamento per un’equa rappresentanza in politica e continueremo a farlo.

 

 

Ti consideri una femminista?

 

Se per femminismo intendiamo la battaglia delle donne soltanto per i propri diritti, no, non sono femminista. Mi definirei piuttosto una “militante per i diritti umani”, per donne e uomini insieme. La mia visione comprende tutta la società. D’altra parte ogni essere umano ha una parte maschile e una femminile. Essere maschio non significa che bisogna eliminare il femminile e viceversa. Bisogna imparare a far cooperare queste due componenti della nostra personalità, così come uomini e donne devono lavorare fianco a fianco per la riforma della società nel suo complesso.

 

 

In che modo è possibile realizzare questa evoluzione?

 

La mia priorità è il cambiamento delle mentalità, che è possibile costruire attraverso un processo di rieducazione profonda della società. Lo strumento è la cultura, l’educazione, l’apprendimento sin dall’infanzia. Il rispetto per le donne e per la persona umana in genere s’impara da piccoli, in famiglia e a scuola… E, anche se la necessità di cambiamento interpella tutti i cittadini, sono soprattutto le donne che devono iniziare a non riproporre nell’educazione dei propri figli gli stessi modelli patriarcali contro i quali si battono.

 

 

Da intellettuale come contribuisci a questo processo?

 

Il mio compito è lavorare sulle coscienze, offrendo opzioni alternative a quelle egemoniche. Gli islamisti hanno vinto perché noi gliel’abbiamo permesso, lasciando un grande vuoto. Il largo consenso islamista - che però, si badi bene, non corrisponde alla maggioranza reale degli Egiziani - testimonia che gli intellettuali in Egitto sono lontani dalla società.  La rivoluzione mi ha fatto capire che bisogna lavorare insieme. Prima ero molto più individualista, seguivo i miei progetti personali di scrittura in maniera isolata dal mio contesto. Criticavo tutto, senza sentirmi parte attiva della società. Vivendo i giorni di Piazza Tahrir ho imparato che se vuoi che qualcosa cambi, devi impegnarti in prima persona lottando con gli altri.

 

 

Piazza Tahrir è l’emblema della conquista dello spazio pubblico da parte dei cittadini. Sei d’accordo?

 

Si, e soprattutto ha permesso di riappropriarci della libertà di espressione. Oggi ci sentiamo sul serio molto più liberi. Per strada si respira più arte, dai graffiti sui muri alle bande musicali…Prima non c’era cultura  condivisa in maniera libera. In Egitto il rigorismo culturale si è diffuso perché non c’era scelta: o chiesa, o moschea. Oggi invece dimostriamo finalmente che c’è dell’altro oltre la religione, e per questo ogni primo sabato del mese organizziamo festival artistici di piazza dove musica e performances teatrali hanno spazio in maniera del tutto indipendente.

 

 

Come ti senti ad essere una delle poche candidate alle elezioni presidenziali?

 

Sono felice… Eppure non è stato facile. All’inizio neanche la mia famiglia mi prendeva sul serio. Mi dicevano che non avevo esperienza, ma quella si acquisisce col tempo. E poi guardami! Non appartengo all’elite, mi vesto in maniera semplice e ho questi capelli ricci e crespi non proprio tipici di una donna delle istituzioni! Ma sono così e la mia candidatura serve a dimostrare che andare oltre gli stereotipi è possibile, oltreché necessario.  Vorrei che il mio paese diventasse un vero Stato di diritto, dove vi sia un nuovo illuminismo delle mentalità. Dove ci si possa sentire realmente cittadini liberi. Ed io sono una cittadina, una donna libera e voglio diventare Presidente. Perché no?!

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