Della Scienza della cultura

Il maiale e la sua storia, Pier Paolo Pasolini, la storia delle torri in Occidente, Philip K. Dick e la letteratura science fiction, il cinema di Andrej Tarkovskij e quello di Rossellini, la storia culturale della calendaristica. E ancora: le metafore della morte, i riti e i miti nel contesto dell’antropologia storica, i modelli etici, estetici e culturali della storia occidentale. Quelli che potrebbero sembrare i lemmi di un’impossibile e ironica enciclopedia dal sapore borgesiano, di foucaultiana memoria, non sono altro che gli argomenti di alcuni dei corsi tenuti e dei libri scritti negli ultimi decenni da quello che in Germania è considerato il Kulturwissenschaftler par excellence: l’austriaco Thomas Macho. Che cosa è un Kulturwissenschaftler? Per capirlo bisogna andare a fondo nella storia, oltre che nell’etimologia, del termine tedesco Kultur: chiederemo, nel corso dell’intervista, allo stesso Macho di farlo. Basti per ora, in via preliminare, una breve chiarificazione: se si volesse tradurre Kulturwissenschaftler letteralmente in italiano, la resa più aderente sarebbe “scienziato della cultura”. Bisogna però tener conto di due considerazioni: per prima cosa che la lingua tedesca, con il termine “Kultur” indica un campo semantico ampio e complesso, che comprende sia l’italiano “cultura” che “civiltà”, e molti dei concetti derivati. In seconda battuta che – storicamente – nel campo delle scienze umane, in Italia, fin dalla famosa traduzione del saggio di Sigmund Freud Das Unbehagen in der Kultur con Il disagio della civiltà, il tedesco “Kultur” è stato spesso reso con “civiltà” o “civilizzazione”.

 

Macho, sessantatre anni, un dottorato in musicologia e un’abilitazione alla docenza in filosofia, qualche centinaio tra libri, articoli, saggi e curatele scritte, insegna dal 1993 “Storia della cultura” [Kulturgeschichte] presso una delle più antiche e prestigiose università tedesche, la Humboldt Universität di Berlino. Se si prendono in esame, anche solo da un punto di vista tematico, le produzioni di questo autore incredibilmente prolifico, diventa chiaro perché Macho sia attualmente un punto di riferimento imprescindibile per chiunque si voglia occupare di storia della cultura. Egli è riuscito a coniugare, infatti, in decenni di ricerche in campi tematici disparatissimi, una salda metodologia storica e filosofica con l’analisi fattuale di alcuni tra quei temi, tanto decisivi quanto troppo spesso lasciati al margine, che si situano nei punti di intersezione tra scienze umane e scienze naturali. In questo modo vengono alla luce i suoi scritti e i suoi corsi sui temi della morte, della solitudine, dell’animalità, dei rituali, del suicidio, della conversione religiosa. Questi sono pure i temi-cardine della Kulturwissenschaft, ossia di quella scienza della cultura che, situandosi sul margine che unisce e separa filosofia, antropologia, psicoanalisi, sociologia, teoria dei media, storia dell’arte ed etnologia tenta di procedere nell’analisi globale di quei macrotemi di cui tutte queste discipline non possono che offrire (necessariamente, per motivi metodologici intrinseci, e senza che questo sia di per sé un fattore negativo) un’analisi parziale.

 

Questi argomenti, così esistenziali, così essenziali e così incredibilmente a margine delle ricerche che al giorno d’oggi vengono dette “scientifiche” sono stati analizzati da Macho secondo una metodologia che ormai, nel campo delle scienze della cultura tedesche, ha fatto scuola. L’operazione metodologica di Macho, nei suoi testi come nei suoi affollati corsi universitari, è indicativa per comprendere in che cosa si differenzi uno scienziato della cultura da un filosofo, da un sociologo o da uno studioso di letterature, pur assommando – in parte – tutte queste figure. L’operazione preliminare da cui normalmente Macho parte per iniziare una ricerca (operazione definita da lui stesso “casuistica”) consiste, in prima battuta, nella raccolta di un numero molto elevato di dati, eventi, descrizioni, case studies, documenti visivi, video, audio, film, narrazioni letterarie ed espressioni artistiche che hanno al proprio centro il tema oggetto della ricerca. In questa prima fase quindi, lo scienziato della cultura lavora con i metodi della ricerca filologica, storica e antropologica: ricerche di archivio e – laddove possibile – sul campo.

 

In una seconda fase i materiali vengono analizzati in relazione al medium espressivo (scritto, visivo, filmico, audio) e ripartiti secondo aree storiche e culturali di afferenza. Questa parte della ricerca si situa nel settore degli studi sui media (e della relativa sociologia) e della sociologia tout court. Infine, i materiali vengono assemblati attorno a una tesi teorica portante, o a una domanda ricorrente, che innerva tematicamente e metodologicamente lo studio, sia come problema di base, che come freccia scagliata fin dall’inizio verso la conclusione. Questa cornice teorica e metodologica è ciò che di più autenticamente filosofico Macho in particolare, e lo scienziato della cultura in generale, fa – o dovrebbe fare. Abbiamo così quella che Macho spesso chiama, nei suoi saggi, libri, e corsi una “Kulturgeschichte von …”, ossia, “una storia culturale di …” un tema.

 

Per chiarire, quindi, il modo di procedere di uno storico della cultura e “scienziato della civiltà” come Macho è necessario comprendere innanzitutto il peculiare metodo e l’oggetto (o meglio, gli oggetti) di ricerca specifici di questa disciplina – la Kulturwissenschaft, la “scienza della cultura” – che ancora non ha ricevuto una sua codificazione e sistemazione nello spettro dell’accademia italiana. Partendo da questa chiarificazione, tematica e metodologica, abbiamo chiesto a Macho di tracciare le linee del suo percorso di ricerca e studio, i temi che più lo hanno affascinato, i suoi legami con la teoria e la cultura del nostro paese, e i suoi progetti futuri, nella convinzione che il modo migliore per comprendere e far conoscere la scienza della cultura sia lasciare la parola a uno dei suoi più grandi interpreti viventi.

 

Thomas Macho

 

Professor Macho, Lei ha studiato scienze della musica per poi abilitarsi alla docenza con uno scritto sulle metafore della morte, è filosofo, “scienziato della cultura” e dal 1993 professore di “storia della cultura” presso l’Università Humboldt di Berlino. Tra le sue numerose pubblicazioni ci sono saggi (tra gli altri) su Martin Heidegger, Simon Weil, Jacob Taubes, Ludwig Wittgenstein, Jean-Paul Sartre. Ma si è occupato anche di temi come i rituali, le immagini, l’arte, i media, la tecnica, la letteratura, la cinematografia. Potrebbe chiarire al pubblico italiano, a cui la figura dello scienziato della cultura è quasi sconosciuta, quale focus scientifico è in grado di unire tutte queste prospettive e temi? In breve: che cosa “fa” uno scienziato della cultura? Qual è il suo obiettivo?

La scienza della cultura costituisce una linea di ricerca che già aveva un seguito nel primo trentennio del XX secolo, a partire dal neokantismo e dalla filosofia della vita. A questo progetto sono connessi nomi di autori come Walter Benjamin, Ernst Cassirer, Georg Simmel, come pure Max Weber: quando Johan Huizinga, lo storico della cultura olandese, nel 1933 in "De Gids" pubblicò una recensione agli scritti completi di Aby Warburg, la intitolò «Een cultuurwetenschappe­lijk laboratorium», «Un laboratorio di scienza della cultura». La scienza della cultura era allora una rete interdisciplinare europea, che può essere associata tanto con la fondazione della rivista e della scuola francese degli Annales nel 1929, quanto con la storia della psicoanalisi, con gli inizi della ricerca nel campo della sessualità, dell’etnologia o della teoria del film. Negli USA, di contro, William M. Handy, per conto dell’American Society of Culture, nel 1923, pubblicava un’opera in 4 volumi dal titolo The Science of Culture, che trattava delle buone maniere, dei comportamenti da tenere a tavola, di questioni di abbigliamento, della conversazione civile, delle regole della danza e della redazione della corrispondenza, del corretto ingresso nella sfera pubblica e delle forme di rapporto tra uomini e donne: oggi catalogheremmo quest’opera come un “manuale”. Negli anni ’60 la scienza della cultura venne rifondata in diversi stati dell’Est Europa, al fine di aprire liberi spazi di ricerca rispetto all’asfittica e dottrinaria filosofia marxista-leninista e alla sociologia. Nello spazio linguistico angloamericano cominciò, all’incirca nel 1964, con la fondazione del Centre for Contemporary Cultural Studies dell’Università di Birmingham diretto da Stuart Hall, l’epoca della fioritura dei “Cultural Studies”.

 

Venne intrapreso allora lo studio della cultura quotidiana, un’importante premessa all’analisi del mondo delle cose, che oggi viene trattato principalmente da Bruno Latour. A Berlino la scienza della cultura venne introdotta nel 1993 – in seguito alla cosiddetta “svolta” – come materia di studio, in connessione con l’estetica, successivamente alla chiamata di Hartmut Böhme, Christina von Braun, Friedrich Kittler e alla mia. Quali temi di ricerca sono stai poi messi al centro, tra gli altri, la storia dei media, la teoria e la storia delle tecniche culturali, le ricerche sulle trasformazioni dell’antichità e gli studi di genere (Gender Stu­dies). Anche gli sforzi per un rinnovato allineamento interdisciplinare e transnazionale hanno portato a risultati eccellenti: i metodi della scienza della cultura hanno dato una durevole prova di sé in letteratura, in filosofia e in storia dell’arte – dalla molto discussa “iconic turn” fino alle scienze dell’immagine.

 

Dopo la sua ricostruzione delle origini della Kulturwissenschaft tedesca, anche in relazione a quelli che negli USA vengono chiamati “Cultural Studies”, mi sembra importante chiarire ancora alcuni aspetti della “scienza della cultura”: in prima battuta, se lei vede una differenza specifica – a livello contenutistico o metodologico – tra la Kulturwissenschaft tedesca e i Cultural Studies americani. In secondo luogo vorrei sapere se crede sia più corretto parlare di Kulturwissenschaft, al singolare, quindi di “scienza della cultura” o se non sia il caso di adottare il plurale che già la denominazione americana “Cultural Studies” suggerisce. Dobbiamo parlare di “scienza della cultura” o di “scienze della cultura”?
A livello contenutistico e metodologico ci sono molte intersezioni tra la scienza della cultura tedesca e i Cultural Studies. D’altro canto i Cultural Studies sono interessati in maniera più accentuata ai temi della contemporaneità, mentre la scienza della cultura tiene conto anche delle questioni di longue durée. Sulla domanda aperta relativa al singolare o plurale: nell’ambito linguistico tedesco possono essere contrapposti istituti di scienza della cultura (ad esempio a Berlino, Brema, Marburgo o Tubinga), al singolare, a centri di ricerca, dipartimenti o facoltà che preferiscono il plurale. La decisione per il singolare o per il plurale, che solo di tanto in tanto viene evitata grazie all’aggettivo “scientifico-culturale” [kulturwissenschaftlich], si riferisce alle rispettive offerte didattiche e argomenti di ricerca. Un dipartimento di scienza della cultura non solo avanza delle rivendicazioni a una propria tradizione e identità disciplinare, ma anche alla conseguente formazione nelle lauree triennali e specialistiche, fino ad arrivare ai dottorati di ricerca e all’abilitazione alla docenza. Di contro, la fondazione di centri o dipartimenti di scienze della cultura segue per lo più la strategia di collegare materie già stabilite in uno spettro di insegnamento e ricerca scientifico-culturale. L’appartenenza alle scienze della cultura viene decisa – più o meno in maniera casuale – in connessione agli insegnamenti delle rispettive università che sono interessati a prendere parte a tali offerte didattiche e di ricerca. A livello generale credo però che il dibattito sulla corretta definizione derivi da uno spostamento [Verschiebung]: l’interrogazione critica sul singolare o plurale non riguarda le scienze, ma il concetto di cultura, che troppo spesso viene essenzializzato (come un tempo il concetto di Dio o dell’essere). Ci sono molte culture, indipendentemente dal nostro trattarle relativisticamente o dalla prospettiva di un universalismo critico. Sulla polemica tedesca riguardo a “cultura” [Kultur] o “civiltà” [Zivilisation], tra l’altro, Johan Huizinga si è battuto per il versante dell’italiano: Egli considerò la “civiltà” di Dante come “la più riuscita tra tutte le definizioni generali del fenomeno della cultura”.

 

I suoi libri sulla morte, Todesmetaphern e Die neue Sichtbarkeit des Todes, [Metafore della morte e La nuova visibilità della morte] sono in Germania opere molto importanti per le ricerche sulla tanatologia, che è una materia studiata e al centro del dibattito scientifico e non solo. Eppure questa disciplina rimane – per lo meno in Italia, se si escludono i recenti validi studi di Davide Sisto e Marina Sozzi – un territorio di confine, che viene approfondito solo parzialmente e in maniera non sufficiente.

Perché, per approfondire il tema della morte, è importante la prospettiva dello scienziato della cultura? Che cosa ci possono rivelare le Humanities sulla morte?

La morte rimane un enigma esistenziale, anche per le Humanities, che operano al di là dei rituali religiosi e delle speranze consolatorie. Questo enigma corrisponde a una sorta di “divisione del soggetto”: chi cerca di immaginarsi come sarebbe essere morti, può negare sempre e solo il rappresentato, ma mai colui che ha la rappresentazione. La morte è assurta, nella filosofia e nella letteratura del XX secolo, a tema portante, al più tardi a partire da Essere e tempo di Heidegger; la scienza della cultura, di contro, si occupa della storia dei e del confronto tra i tentativi culturali di risposta agli enigmi della morte, che si danno nelle anticipazioni poetiche o per immagini della propria morte, nel lutto e nel ricordo. Inoltre, può essere considerato oggetto eminente della scienza della cultura, da alcuni decenni, una nuova cultura del morire e del lutto, al di là di tutte le attese di immortalità, ma anche al di là della rimozione della morte, che in passato era comune. Questa ascesa non si manifesta solo nelle nuove pratiche di sepoltura e memoriali, ma anche in testimonianze biografiche, documentazioni, romanzi, film o serie televisive, e soprattutto in discorsi dalle molte forme, che vengono portati avanti nei social media.

 

Da poco ha tenuto un ciclo di lezioni universitarie sul suicidio. Ci potrebbe chiarire come ci si approccia, tramite la scienza della cultura, a questo tema? Quali nuove prospettive può aprire uno scienziato della cultura, al di là delle solite interpretazioni sociologiche o psicologiche, sul tema del suicidio?

Al più tardi a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale si è verificato in molti campi culturali un mutamento valoriale del suicidio degno di nota. Da un lato questo è avvenuto come processo di de-tabuizzazione, dall’altro, come diffusione di una sorta di “tecnologia del sé”, nel senso del titolo del libro di Svenja Flasspöhler Mein Tod gehört mir del 2013 [La mia morte mi appartiene]: nel campo della politica (suicidio come protesta e attentato), nel diritto (liberalizzazione dell’assistenza alla morte), in medicina (assistenza al suicidio, medicina palliativa), in filosofia ed estetica (letteratura, arti figurative, film). Questa riconsiderazione valoriale del suicidio – che ancora nel XIX secolo veniva prevalentemente considerato un peccato, una malattia o un sacrificio – ha dischiuso un vasto territorio alla ricerca nel campo della scienza della cultura, tanto più che, fin dagli inizi del XIX secolo, le radici culturali di un suicidio sono state discusse intensivamente, dapprincipio sull’esempio della “febbre di Werther”[1]. Al centro di una ricerca sul suicidio nel campo della scienza della cultura ci sono due domande: per prima cosa la questione delle forme storiche ed attuali di manifestazione delle culture del suicidio, in seconda battuta la questione degli effetti di risonanza (fino ad oggi discussi principalmente rivolgendo l’attenzione ai film o ai videogames e ai loro influssi sugli attacchi suicidi) nei menzionati territori della politica, della medicina, della giurisdizione, dell’estetica e della filosofia. In Gran Bretagna si è discusso, ad esempio, dello slittamento del lancio al cinema del film di Damián Szifron Wild Tales [2] (del 2014) – previsto il 27 marzo 2015 – visto che nel primo episodio del film l’assistente di volo Gabriel Pasternak blocca la porta della cabina di pilotaggio dell’aereo, pieno di passeggeri che lo avevano un tempo danneggiato, al fine di farlo precipitare sulla casa dei suoi genitori. Il volo Germanwings 9525 era precipitato sulle Alpi della Francia del sud, come è noto, il 24 marzo 2015. In Germania, tra l’altro, Wild Tales, con il titolo “Jeder dreht mal durch!” [Ciascuno impazzisce talvolta!] era già uscito nelle sale l’8 gennaio 2015.

 

 

Tra gli altri temi, lei si è a lungo occupato della catastrofe, non da ultimo del naufragio della Costa Concordia: che cosa ha trovato di interessante in questa storia?

Come sa, nella maggior parte delle forme di teologia politica è anche in questione la fine del mondo, l’apocalisse: ancora nel romanzo del 2012 di Jérôme Ferrari, insignito del Premio Goncourt, Le sermon sur la chute de Rome [Il sermone sulla caduta di Roma, trad. it. A. Bracci, ed. E/O], questo tema viene trattato con insistenza, in riferimento ad Agostino. Credo che il naufragio della Costa Concordia, su cui Jean-Luc Godard aveva girato una parte del suo penultimo lavoro Film Socialisme (2010), sia stato percepito come un cattivo presagio apocalittico, non da ultimo perché pochi mesi dopo l’avaria si sarebbe celebrato l’anniversario dei cento anni dall’affondamento del Titanic. La retorica della catastrofe fa senza dubbio parte dei temi più attuali e, letteralmente, brucianti di una scienza della cultura come disciplina diagnostica del nostro tempo. Nel film di Godard la Costa Concordia è anche un simbolo delle crociate e dell’abbrutimento dello spirito mediterraneo, che Albert Camus o Cesare Pavese, ancora negli anni ’40 del XX secolo, avevano evocato come fonte originaria dell’identità europea. Già al primo minuto del film il sospiro di una voce femminile ci dice “And as we have, once again, given up Africa” [Abbiamo, una volta ancora, abbandonato l’Africa]. Pochi mesi dopo l’avaria della Costa Concordia è naufragata presso l’isola di Lampedusa un’altra nave, su cui sono morte più di trecento persone che erano fuggite dalla guerra, dalla fame e dalla miseria in Africa.

 

 

Il suo ultimo progetto di grande respiro è stato un libro su temi economici, dal titolo Bonds. Schuld, Schulden und andere Verbindlichkeiten [Bonds. Colpa, debiti e altre obbligazioni], del 2014, dove veniva presentata una lunga serie di prospettive e discussioni su differenti aspetti dell’“ordinamento economico della contemporaneità”. Ci potrebbe chiarire l’idea alla base del libro? Come può contribuire la prospettiva della scienza della cultura al chiarimento della situazione economica contemporanea?

Il libro è il risultato di una conferenza del dicembre 2012, in cui si doveva guardare alla crisi finanziaria, e alle sue conseguenze, dal maggior numero possibile di punti di vista differenti, non necessariamente economici. Perciò furono invitati non solo economisti, ma anche filosofi, etnologi, storici, sociologi, psicologi, giornalisti e artisti. Il mio contributo cominciava chiedendo a chi possiamo essere debitori, in quanto gli apparteniamo e siamo di sua proprietà: agli antenati e alla famiglia, a un dio e a una chiesa, allo stato, a una banca o a noi stessi. Ero stato ispirato da una critica ai sistemi di relazione della genealogia e dall’abbozzo di un’economia esistenziale, che rispettasse al contempo le regole della “migrazione verticale” – attraverso la nascita e la morte –: non è un caso se tutti i documenti di viaggio noti segnano il luogo e il punto nel tempo del passaggio attraverso cui siamo venuti al mondo, per poi, di nuovo, lasciarlo. Dal concetto di un’economia esistenziale si possono dedurre due esigenze: l’esigenza di una critica fondamentale all’idea di eredità (come recentemente l’ha formulata anche Thomas Piketty) e l’esigenza dell’introduzione di un reddito di cittadinanza come “denaro di benvenuto” che reagisca al fatto che nessuno ha scelto volontariamente di venire a questo mondo. Fa parte dei fondamenti delle costituzioni civili che tutti noi siamo nati liberi e uguali, detto enfaticamente: nudi, proprio come moriremo. Dobbiamo così riflettere sul perché alcuni bambini vengono al mondo con un conto in banca strapieno e altri già in povertà e miseria, con la possibilità di avere debiti che dovranno risarcire per tutta la vita. Ho cercato di analizzare questi temi in un saggio più lungo dal titolo Das Leben ist ungerecht [La vita è ingiusta].

 

Lei ha lavorato molto anche sulla cultura, sull’arte e sulla filosofia italiana: da Pier Paolo Pasolini alla cosiddetta “Italian Theory”, la filosofia italiana contemporanea. Crede che oggi si possa parlare di una “scienza della cultura italiana”? A quali autori e aspetti della cultura italiana si sta interessando, in questo periodo?

Una scienza della cultura italiana c’è già da molto tempo, anche se forse non è stata contrassegnata in questo modo. Nel suo computo possono essere annoverati autori come Paolo Mantegazza, Camillo Sante de Sanctis, Ernesto de Martino, Pier Paolo Pasolini, Carlo Ginzburg, per fare solo pochi nomi. Credo anche che i dibattiti sull’“Italian Theory” supporteranno lo sviluppo di nuove forme di scienza della cultura in Italia, soprattutto se il confronto con diversi concetti di vita e forme di espressione della biopolitica – siano essi nel senso di Giorgio Agamben o di Roberto Esposito – potrà essere approfondito come critica all’ordinamento dei sistemi genealogici. Non a caso mi sono permesso di associare le forme attuali di trattamento del debito con alcuni passaggi dal romanzo di Mario Puzo The Godfather [Il padrino]: “I’ll make him an offer he can’t refuse” [Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare].

 

Il suo ultimo libro tratta della storia culturale del maiale: come è arrivato ad occuparsi di questo tema? Ci potrebbe parlare, partendo da ciò, dei suoi lavori nel campo delle ricerche sugli animali e degli Animal studies?

Non c’è nessun campo problematico in cui possa essere sviluppata in maniera più chiara e convincente una critica del confine tracciato tra natura e cultura come nell’abbozzo di una storia culturale degli animali. Con i temi degli odierni Animal studies mi sono confrontato già a partire dai primi anni ’90, in saggi sulla storia della domesticazione, sulla trasformazione culturale degli uccelli in angeli, sugli animali accompagnatori del diavolo, sulle pratiche del pastorato o sul nostro comportamento alimentare. Chi riflette sulla vita [Leben], deve anche riflettere sugli alimenti [Lebensmittel. Letteralmente: “i mezzi per la vita” NdT]. E con ogni probabilità è stato proprio Pasolini ad aver sostenuto le posizioni più radicali su questi argomenti. Detto in maniera più semplice: sul capitalismo come disturbo alimentare, non solo in saggi e film come La Ricotta o Teorema, ma anche nella sua opera teatrale, e film, Porcile. È possibile rendere nella maniera più semplice il punto centrale di questo film, che volevo svolgere nel mio ritratto dei maiali, attraverso una breve frase tratta da Massa e potere di Elias Canetti: Das Gegessene ißt zurück [Ciò che è mangiato, rimangia].

 

Per concludere: a quale tema lavora al momento? Quali i suoi progetti futuri?

Nelle prossime settimane devo redigere un libro di saggi con brevi testi su diverse opere liriche, e ho appena scritto il concetto di una dettagliata ricerca sulle attuali culture del suicidio. Ma sulla mia scrivania c’è anche la traduzione tedesca della dissertazione che Susan Taubes ha scritto, presso Paul Tillich, su Simone Weil, così come il primo volume delle lettere di Johan Huizinga (scambiate, tra gli altri, con Luigi Einaudi). A latere sogno di scrivere alcuni saggi sul cinema – una grande passione personale –, ad esempio su Robert Bresson, An­drej Tarkowskij o sui fratelli Dardenne.

 

 

 

Nota bio-bibliografica

Thomas Macho nasce a Vienna il 2 Luglio 1952. Tra il 1970 e il 1975 studia Filosofia, Musicologia e Pedagogia presso l’Università di Vienna, dove nel 1976 consegue il dottorato di ricerca con una tesi sulla Filosofia della Musica. Nel 1984 ottiene la libera docenza in Filosofia presso l’Università di Klagenfurt con uno scritto sulle metafore della morte. Tra il 1976 e il 1987 è stato assistente universitario (e dal 1984 docente di Filosofia) presso il dipartimento di filosofia dell’Università di Klagenfurt. Tra il 1987 e il 1992 è stato direttore dello Studienzentrum für Friedensforschung [Centro Studi per la ricerca sulla pace] a Stadtschlaining, in Austria. Nel 1993 viene nominato titolare della cattedra di Kulturgeschichte [Storia della cultura] alla Humboldt Universität di Berlino. È professore ospite presso l’Uni­versità di Klagenfurt, la Kunstuniversität [Università dell’arte] di Linz e l’Institut für interdisziplinäre Forschung und Fortbildung [Istituto per la ricerca e il perfezionamento interdisciplinare] di Vienna. Nel 1999 è tra i fondatori dell’Hermann von Helmholtz Zentrum für Kulturtechnik [Centro Hermann von Helmhotz per le tecniche culturali] presso la Humboldt Universität di Berlino. Nel 2000 è Senior fellow presso l’Internationalen Forschungszentrum Kulturwissenschaften [Centro di ricerca internazionale per le scienze della cultura] di Vienna. Tra il 2001 e il 2003 è Portavoce del DFG Forschergruppe “Bild – Schrift – Zahl” [Gruppo di ricerca tedesco “Immagine – Scrittura – Numero”], nel 2001 è vincitore del premio della Fondazione Aby Warburg di Amburgo. Tra il 2003 e il 2006 è direttore dell’Institut für Kultur- und Kunstwissenschaften [Istituto di scienze della cultura e dell’arte] della Humboldt Universität, dal 2003 è membro del consiglio del Forum culturale dell’ambasciata austriaca di Berlino; tra il 2004 e il 2006 è portavoce del DFG Graduiertenkolleg “Codierung von Gewalt im medialen Wandel” [Gruppo di ricerca tedesco “Codificazione della violenza nel mutamento mediale”]. Tra il 2003 e il 2005 è prorettore, e tra il 2006 e il 2008 rettore, della Philosophische Fakultät III [Facoltà di Filosofia III] della Humboldt Universität. Nel 2007 è chiamato nel consiglio di amministrazione del Deutsches Hygiene Museum [Museo di Igiene] di Dresda. Dal 2008 è codirettore associato del Zentrum für Literatur- und Kulturforschung [Centro per la ricerca letteraria e culturale] di Berlino, tra il 2008 e 2009 è Senior Fellow presso il Internationales Kolleg für Kulturtechnikforschung und Medienphilosophie [Collegio internazionale per la ricerca sulle tecniche culturali e sulla filosofia dei media] dell’Università Bauhaus a Weimar; Dal 2009 è direttore del neo-fondato Institut für Kulturwissenschaft [Istituto di scienza della cultura] presso la Humboldt Universität. Dal 2009 è membro del comitato scientifico del Collegio internazionale “Morphomata – Genese, Dynamik und Medialität kultureller Figurationen” [Morphomata. Genesi, dinamica e medialità delle figurazioni culturali] presso l’Università di Colonia; dal 2010 è membro dell‘Accademia Europea delle Arti e delle Scienze. Dal 2010 è presidente del comitato scientifico del “Minerva-Center for Interdisciplinary Study of End of Life” dell’università di Tel Aviv.

 

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Operiamo qui una selezione tra le numerosissime pubblicazioni di Thomas Macho, limitandoci alle monografie. Per una lista più esaustiva (in particolare per quanto riguarda il rilevantissimo numero di saggi e articoli scientifici) rimandiamo alla sezione dedicata alle pubblicazioni della pagina web personale di Macho: http://www.culture.hu-berlin.de/tm/index.php?id=5

 

 

 

Todesmetaphern. Zur Logik der Grenzerfahrung. Suhrkamp, Frankfurt am Main 1987. [Metafore della morte. Sulla logica dell’esperienza limite].

Questo libro rappresenta a tutt’oggi, a quasi trent’anni dalla sua pubblicazione, una delle più ampie e attuali trattazioni scientifiche del tema della morte tra filosofia, letteratura, antropologia, sociologia ed etnologia, ed è ormai un grande classico sul tema e un’opera imprescindibile della scienza della cultura tedesca. Partendo dalla domanda “Di che cosa parliamo, quando parliamo della morte?” Macho analizza la “Costruzione dell’esperienza della morte” (cap. I) nel discorso e nella percezione culturale, per poi passare al setaccio i rapporti tra “Mortalità e individualità” (cap. II), per arrivare, tramite l’analisi della “Morte nel gioco linguistico” (cap. III), a considerare l’esperienza della morte in quanto esperienza-limite [Grenzerfahrung], afferrabile solo tramite una mediazione simbolica, ma impossibile da penetrare. La morte si pone quindi solo come immagine, narrazione, mediazione, riflessione – e quindi culturalizzazione – della morte. Questo appare particolarmente evidente nel confronto tra la morte ed altre specifiche esperienze di questo genere liminare, con cui nel capitolo V (“Esperienze-limite”) la morte viene confrontata: la nascita, il sonno, l’esperienza dell’altro e dell’altro sesso, il rapporto con gli antenati e con i bambini. I capitoli IV, VI e VII (“Il corpo sociale”, “Metamorfosi del corpo sociale” e “La morte sociale”) sono dedicati alla percezione sociale e collettiva (attraverso i rituali di lutto e separazione, le feste funebri, i riti di passaggio) della morte, alla sua elaborazione, alla sua presenza e performatività culturale entro differenti società, sia moderne che antiche.

 

Das zeremonielle Tier. Rituale – Feste – Zeiten zwischen den Zeiten, Styria-Pichler, Graz/Wien/Köln 2004.

L’animale cerimoniale. Rituali, feste, tempi tra i tempi]

In quest’opera divisa in due sezioni Macho parte dalla frase di Ludwig Wittgenstein secondo cui l’uomo è “un animale cerimoniale”. In questa prospettiva vengono – nella prima parte – esplorati i rituali, innanzitutto partendo dalla loro essenza e costituzione specifica (cap. I “Che cosa sono i rituali?”), per poi passare ai loro luoghi, intesi come “soglie”, sezioni di passaggio tra mondi differenti e irriducibili, tra cui è possibile solo transitare (cap. II), al tempo instaurato da essi (cap. III) e agli oggetti che in essi vengono utilizzati (cap. IV), ossia ai loro media. In particolare in questi due ultimi capitoli viene messa in pratica una metodologia e un procedere classico della scienza della cultura, che partendo da analisi materiali (in paragrafi estremamente densi dell’ultimo capitolo vengono presi in considerazione, ad esempio, oggetti come le ossa, gli amuleti, i boccali, le bombe, i coltelli, le tazzine da caffè) arriva a elaborare una teoria generale. La seconda sezione del libro è dedicata alla temporalità dei rituali (già anticipata dal capitolo II della prima sezione), scandita nel tempo della festa. Vengono così analizzati: il mito di Crono, gli onomastici, le feste di compleanno e del Natale, il diario di Robinson Crusoe e la scansione del tempo in esso riportata, fino ad arrivare alle tecniche messe in atto nello svolgimento dei rituali e alle trasformazioni che essi apportano nella soggettività.

 

Das Leben ist ungerecht, Residenz Verlag, St. Pölten/Salzburg 2010.

[Trad. it. di A. Lucci, La vita è ingiusta, Nottetempo, Roma, 2013.]

In questo testo Macho si chiede secondo quali parametri (sociali, religiosi, storici, culturali, esistenziali) si può definire giusta o ingiusta la vita. Partendo da problemi della contemporaneità – come ad esempio il doping nello sport – fino ad arrivare alle analisi di filosofi, economisti e scienziati politici (da Rawls a Amartya Sen, per nominarne solo due), Macho nel primo dei capitoli del libro analizza l’aspetto sociale della giustizia, che sempre è relativo alle condizioni economiche, politiche, storiche e culturali di un paese. A partire da queste analisi storico-politiche viene posta, interrogando i grandi filosofi della Grecia classica, la domanda su che cos’è l’esistenza e che cos’è la colpa. Da Anassimandro ad Heidegger i filosofi si sono interrogati su che cosa sia la giustizia e se la nascita stessa non sia una rottura dell’ordine delle leggi del cosmo: un’ingiustizia originaria che deve essere in qualche modo pagata, appianata. Nel secondo capitolo del testo le teorie dei filosofi – in particolare quelle di Cartesio e Pascal – vengono ad intrecciarsi con le loro narrazioni di vita: Macho si chiede quanta influenza ebbe, ad esempio, la tragica morte dell’amatissima figlioletta di Cartesio sull’ultima produzione del grande pensatore francese, o quale ruolo giocò nella sua teoria matematica l’ossessione di Blaise Pascal per gli abissi, che si diceva il filosofo temesse sempre di vedere spalancarsi di fronte a lui. La fine di questo secondo capitolo e l’intero terzo capitolo – dall’inquietante e appassionante titolo “Et exspecto” – trattano del tema della giustizia e dell’ingiustizia in una prospettiva teologica e storico-religiosa. Macho si chiede, da un lato, come la storia delle efferatezze perpetrate in nome della religione possa andare di pari passo con le rivendicazioni di giustizia universale che ai grandi monoteismi sono connesse, e al contempo – attraverso parallelismi tra letteratura, storia, film, e teologia – come il “mysterium iniquitatis”, il mistero dell’ingiustizia divina, possa accompagnarsi con la speranza in una redenzione, o vita futura.

 

Vorbilder. Wilhelm Fink, München 2011.

Quella che al momento è l’opera più ponderosa di Macho assieme a Todesmetaphern, è sicuramente anche la più ricca di immagini, tratte dalla storia dell’arte classica, della fotografia, del cinema e della televisione. Vorbilder è una grande storia culturale dei modelli – estetici, politici, di costume, artistici e letterari – del mondo occidentale. Macho nel primo capitolo (“Immagini del futuro”) parte dal mondo preistorico per analizzare quali modelli artistici e rituali abbiano messo in pratica a livello artistico e cultuale i popoli antichi per crearsi un’immagine del futuro: vengono quindi analizzate le pitture rupestri, oltre ai manufatti e alle teorie della predizione dei tempi a venire. Nel secondo capitolo (“Bambola o statua?”) vengono analizzati da una prospettiva estetica, ma anche storico-culturale e psicoanalitica, la figura di Pigmalione e il relativo mito, che tratta della sua infatuazione per una statua, tentando di trarne delle riflessioni generalizzabili a livello culturale. I capitoli III e IV (“Vergini nazionali” e “Modelli viventi”) sono, rispettivamente, una grande fenomenologia delle figure femminili e del ruolo politico-immaginario da esse rivestito (da Giovanna D’Arco, alla Carmen, a Maria Stuart), e una teoria generale dell’estetica politica, dove vengono analizzate le forme di presentazione e rappresentazione dei capi e dei VIP politici. A questo tema è dedicato anche il capitolo V (oltre che la fine del cap. IV), che contestualizza le precedenti analisi attraverso una fenomenologia del viso nei media, nel cinema di Hitchcock e a partire dal romanzo di Victor Hugo L’homme qui rit. Il capitolo VI – “La mia morte in immagine” – è una grande teoria della rappresentazione della morte nella storia dell’arte e della cultura. Il testo si chiude con un capitolo sulle “Utopie lapidarie”, che rappresenta al contempo un’analisi e una grande obiezione critica a tutte le teorie dell’antropopoiesi e dell’autopoiesi, secondo cui l’uomo in qualche modo è un animale che si esercita a mutare se stesso. Macho – tenendo fisso un occhio all’amico e sparring partner Peter Sloterdijk – partendo dall’antichità romana avanza alcune obiezioni radicali a queste filosofie, che si basano essenzialmente sulla questione dei “modelli” culturali a cui esse rimandano.

 

Schweine. Ein Portrait. Matthes & Seitz, Berlin 2015.

È un testo agile, riconducibile all’interesse di Macho per gli Animal studies. Macho parte dalla tesi che il maiale è forse l’animale al contempo più vicino e più lontano all’essere umano, per ripercorrere poi la storia della sua domesticazione e il suo ruolo nel processo di civilizzazione. Il maiale è protagonista di fiabe, di modi di dire, di narrazioni simboliche, di pitture, di romanzi, di film, e al contempo è il più macellato, mangiato, ucciso, bistrattato simbolicamente e ridicolizzato degli animali. Macho ne ripercorre la storia, fin dalla domesticazione antica, passando per il maiale con cui era sempre raffigurato il santo Antonio, fino ad arrivare al Pasolini di “Porcile”, ai tatuaggi fatti sulla pelle dei maiali o ai trapianti dei loro organi sugli esseri umani, in quella che è una piccola-grande “storia culturale” di questo animale.

 

 

Traduzioni ed edizioni italiane

 

Monografie e curatele

La vita è ingiusta, Nottetempo, Roma, 2013. Trad. it. di A. Lucci di Das Leben ist ungerecht, Residenz Verlag, St. Pölten/Salzburg, 2010.

Segni dall’oscurità. Note per una teoria della psicosi, Galaad, Giulianova, 2013. Trad. it. e cura di A. Lucci di Zeichen aus der Dunkelheit. Notiz zu einer Theorie der Psychose, in R. Heinz, D. Kemper, U. Sonnemann (cura di), Wahnwelten in Zusammenstoss. Die Psychose als Spiegel der Zeit, Akademie Verlag, Berlin, 1993, pp. 223-240.

(Contributi in) (a cura di) M. Jongen, Il capitalismo divino. Colloquio su denaro, consumo, arte e distruzione con Boris Groys, Jochen Hörisch, Thomas Macho, Peter Sloterdijk e Peter Weibel, Mimesis, Milano-Udine, 2011. Trad. it. e cura di S. Franchini, postfazione di P. Perticari di (a cura di) M. Jongen, Der göttliche Kapitalismus. Ein Gespräch über Geld. Konsum, Kunst und Zerstörung mit Boris Groys, Jochen Hörisch, Thomas Macho, Peter Sloterdijk und Peter Weibel, Wilhelm Fink, München, 2007.

 

Saggi in volumi e riviste

Der Aufstand der Haustiere (pubblicazione in versione ridotta in lingua tedesca del testo omonimo contenuto in Marina Fischer-Kowalski/Helmut Haberl/Walter Hüttler/Harald Payer/Heinz Schandl/Verena Winiwarter/Helga Zangerl-Weisz: Gesellschaftlicher Stoffwechsel und Kolonisierung von Natur. Ein Versuch in Sozialer Ökologie, Gordon & Breach Verlag Facultas, Amsterdam, 1997, pp. 177-200) in (a cura di) Gianfranco Frigo/Paola Giacomoni/Wolfgang Müller-Funk, Pensare la natura. Dal Romanticismo all'ecologia, Guerini, 1998, pp. 315-337.

Doppelgänger/Le Double (traduzione francese di Barbara Hochstedt)/ Il "Doppio" (traduzione italiana di Elena Broseghini), In Der Ka und Sein Double. Literatur/Beaux-arts/Filosofia. Heft 1/2001, ProLitteris, Zürich, 2001, pp. 53-68.

Morte e lutto nel confronto fra le culture, in J. Assmann, La morte come tema culturale. Immagini e riti mortuari nell'antico Egitto, Einaudi, Torino, 2002, pp. 69-95. Trad. it. di U. Gandini di Tod und Trauer im kulturwissenschaftlichen Vergleich, in J. Assmann, Der Tod als Thema der Kulturtheorie. Todesbilder und Totenriten im Alten Ägypten, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 2000, pp. 89-120.

Animale, in (a cura di) C. Wulf, Le idee dell‘antropologia, 2 voll., ed. it. a cura di A. Borsari, prefazione di R. Bodei, Bruno Mondadori, Milano, 2002, vol. I, pp. 52-76. Trad. it. di F. Frontini di Tier, in C. Wulf (a cura di), Vom Menschen. Handbuch Historische Anthropologie, Beltz, Weinheim, 1997, pp. 62-85.

Morte, in (a cura di) C. Wulf, Le idee dell‘antropologia, 2 voll., ed. it. a cura di A. Borsari, prefazione di R. Bodei, Bruno Mondadori, Milano, 2002, pp. 960-976 (vol. II). Trad. it. di G. Rizzo di Tod, in C. Wulf (a cura di), Vom Menschen. Handbuch Historische Anthropologie, Beltz, Weinheim, 1997, pp. 939-954.

Like tears in the rain. La breve vita del clone. In «LoSguardo. Rivista elettronica di filosofia» n. 9/2012 (2), pp. 165-169.Trad. it. di A. Lucci di Like Tears in Rain. Die Kurzlebigkeit der Klone, in (a cura di)Klaus Vetter/Claus Buddeberg: Projekt: Wunschkind. Die Vorstellung von Schwangerschaft, Geburt und Wochenbett, Akademos, Hamburg, 2010, pp. 41-52.

Tecniche di solitudine, in «aut aut», N. 353/2012, pp. 57-78. Trad. it. di A. Lucci di Mit sich allein. Einsamkeit als Kulturtechnick, in A. e J. Assmann (a cura di), Einsamkeit. Archäologie der literarischen Kommunikation VI, Wilhelm Fink, München 2000, pp. 27-44.

Politica dei colori, in vol. 2/2013 (II) de Azimuth. Philosphical Coordinates between Modern and Contemporany Age, Roma, Edizioni di Storia & Letteratura, 2013, pp. 27-35. Trad. it. di A. Lucci di Politik der Farben. In Bildwelten des Wissens. Kunsthistorisches Jahrbuch für Bildkritik. Vol. 4.1, “Farbstrategien”, Akademie Verlag, Berlin, 2006, pp. 43-52.

 

 

 

[1] Macho qui si riferisce alle intense discussioni sul tema del suicidio avvenute in seguito alla pubblicazione de I dolori del giovane Werther. Subito dopo la pubblicazione del romanzo, infatti, vi fu un’ondata di suicidi “imitativi” (i suicidi venivano ritrovati vestiti secondo la descrizione di Werther al momento della morte, o con una “messa in scena” simile, ecc.), che fu grande oggetto di dibattito, all’epoca. Goethe introdusse una prefazione poetica alla sua opera, dove lo stesso Werther dissuade il lettore a seguire il suo esempio. A questo tema Macho ha dedicato un capitolo del suo libro del 2011 dedicato ai modelli culturali Vorbilder [Modelli]. [NdAL]

[2] Uscito in Italia con il titolo Storie pazzesche. [NdAL]

Thomas Macho, ph. Klaus Fritsche Fotografie, Köln.

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