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Appuntamento al caffé "I sognatori"

Squilla il cellulare. Sul display appare "Gabriele Del Grande".
È un po' che non lo sento. Rispondo.


Dice che è a Ventimiglia con alcuni amici. Sono stati a Grimaldi superiore, dall'amico Enzo Barnabà, e pure a "Case Gina", dove, al tempo dei tunisini a Ventimiglia, primavera 2011, lo avevo accompagnato insieme alla sua fidanzata che ancora non era diventata mamma della piccola Nefeli.
Mi chiede di vederci: è in zona e mi vuole parlare.


Ci incontriamo un'ora dopo al parcheggio del casello di Imperia Ovest e poi andiamo a prendere un caffè a "I sognatori".
Nel locale, stranamente vuoto, mi parlano della folle idea di girare un documentario "on the road": il viaggio clandestino di alcuni profughi siriani verso la Svezia.

 


Come se non bastasse hanno pensato di camuffare il tutto da matrimonio per ridurre il rischio di controlli e anche perché... se follia deve essere...
Non hanno ancora trovato la sposa, però.


Gabriele mi chiede se mi andrebbe di accompagnare la troupe e il finto corteo nuziale a "Case Gina", i ruderi dove clandestini di molte epoche e tante provenienze hanno lasciato segni del loro passaggio attendendo i passeur, e poi sul "Sentiero degli stracci" verso le reti arrugginite del "Passo della morte".


Sulla prima parte di quel percorso avevamo realizzato anni fa un itinerario teatrale, poi replicato, e a "Case Gina" torno abbastanza spesso, anche accompagnando qualche scolaresca.


Mi chiede anche se posso attivarmi per cercare un posto sicuro a Marsiglia dove possano pernottare le circa venticinque persone che formeranno il corteo nuziale.

 

Di date ancora non si parla, ma il tempo stringe e occorre anche muoversi con discrezione: niente discorsi telefonici dettagliati, informazione da mantenere riservata.


Mi rendo disponibile: attiverò alcuni contatti a Marsiglia e proverò a farmi trovare a Grimaldi all'ora X.

Il 14 novembre è il giorno stabilito.


Sono nella piazzetta di Grimaldi con l'amico Enzo che un già impreca perché il corteo nuziale è in ritardo. Gabriele mi ha chiamato diverse volte dopo la loro partenza da Milano e mi dice di non disperare: stanno arrivando.


Quando le quattro auto eleganti e lucide prese a nolo e il furgone della troupe parcheggiano sulla rampa verso il paese, scendono gli invitati.
Gli uomini incravattati con i mocassini ai piedi, le donne in abito di gala.


La sposa è in bianco, con il vestito di tulle e l'acconciatura fresca di parrucchiere.
Mentre ci avviamo a piedi, qualche signora del paese affacciata alla finestra ci casca e saluta: "Viva la sposa!".

Ci inerpichiamo subito verso "Case Gina".

 


Lì, nelle stanze ingombre di calcinacci, abiti logori e scarpe abbandonate da chissà quanti migranti, si girano un po' di immagini.
Lo sposo vuole aggiungere la storia del suo tragico viaggio attraverso la guerra e il mare ai tanti graffiti migranti che coprono le pareti delle case.
Il pennarello che Gabriele mi aveva detto di comprare non scrive bene sull'intonaco scrostato: cerco un pezzo di carbone tra i calcinacci.
Sul muro Abdallah segna lettere arabe, forse nomi, e poi un numero, 250, cui aggiunge un significato di triste approssimazione tracciando un punto di domanda.


Sono i morti che il mare si è preso risparmiando lui. Parenti, amici, sconosciuti compagni di viaggio.

Lo sposo racconta. Parla in arabo e io non capisco, ma anche i miei occhi si bagnano, come quelli degli altri, perché l'emozione non passa dalle orecchie e non ha bisogno di traduzione.

 

Anche la sposa vuole lasciare un segno su quei muri graffiati di dolore, rabbia e speranza. Gli altri girano per i ruderi e decifrano scritte, date, nomi: umanità in cammino.
Usciamo da "Case Gina" e ci prepariamo alla salita verso le reti.

 

Gli invitati cambiano le scarpe a suola liscia con quelle da ginnastica, ma tengono giacche e cravatte. Attraversiamo il bosco e, quando il sentiero tracciato scompare del tutto, tiro fuori la roncola che, per fortuna (non c'erano accordi su questo), avevo in macchina visto che in quei giorni stavo sbattendo le olive.


La marcia è faticosa: si scivola, rotolano alcune pietre, i rovi si impigliano nei vestiti e graffiano.
Sempre per fortuna ho anche i guanti da lavoro e alcune corde di canapa che ci aiutano nei passaggi più difficili. Le preziosissime telecamere ogni tanto vengono spente e passano di mano in mano per permettere agli operatori di arrampicarsi.

Finalmente arriviamo alle reti. Ora si tratta di individuare il buco. Percorro la barriera in avanscoperta. Eccolo!

 

La mia mano guantata tiene sollevato un lembo di rete con il filo spinato e sotto sfilano, uno dopo l'altro, i protagonisti di questa pazza avventura.
Il vestito della sposa, con la gonna larga e leggera, non è l'abito più adatto per muoversi tra i cespugli di rovo, di ginepro, di pino mugo.

La prendo in spalla e ci prepariamo alla discesa sul versante francese per raggiungere le auto di chi, da "Case Gina" era tornato a Grimaldi per portarle già nel punto dove sbocca il sentiero, sotto la guida dell'amica francese di Enzo, che invece è stato guida per noi.


Non sono un esperto, ma credo che le immagini che stanno filmando risulteranno efficaci e pure belle: è un crinale incredibile, circondato dal mare, laggiù in basso; c'è una luce speciale che si distende rarefatta sulla macchia mediterranea e sulle rocce.

 

Una macchina però è rimasta a Grimaldi e in più, un cameraman si accorge di aver perso un pezzo della costosissima telecamera presa a noleggio.
In fretta, perché la luce già sta calando, riattraverso da solo la rete, scendo di nuovo tra i cespugli e mi metto alla ricerca del pezzo perduto, camminando nei suoni del bosco al crepuscolo, verso Grimaldi.

 

La macchina la porterò io oltre frontiera e ci vedremo con gli altri vicino all'imbocco dell'autostrada per Marsiglia.

Incredibile! In mezzo a quell'intrico verde, quando ormai disperavo, ho anche ritrovato il prezioso aggeggio e quello sventolo arrivando all'appuntamento.


C'è poco tempo, tanti chilometri da fare ed è già buio.
Un saluto a ciascuno, tanti abbracci scambiati con la consapevolezza che probabilmente molte e molti di loro non li rivedrò mai più.

Il mio impegno termina qui.


Ai loro "Grazie" si unisce il mio.
È per un regalo meraviglioso, dico alla "sposa" che traduce allo "sposo" e agli altri: proprio oggi, 14 novembre, è il mio compleanno!

 


 

Io sto con la sposa è un film, è un documentario, è la storia di una mascherata che ha dell'incredibile, ma che altro non è che il racconto in presa diretta (girato da Antonio Augugliaro, Gianni Bonardi, Marco Artusi e Valentina Bonifacio) di una vicenda realmente accaduta sulla strada da Milano a Stoccolma tra il 14 e il 18 novembre 2013.


Per essere distribuito, per portare il suo messaggio, Io sto con la sposa ha bisogno di un sostegno finanziario. Dal basso. Per essere noi, e non “gli altri”. Per non compatire, e non essere impotenti, ma per prendere parte ad un’azione collettiva. Piccola, per una volta spensierata. Perché dopo tutto, partire significa scegliere di vivere, e cercare di essere felici.

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