Stare con la sposa

Che cosa ci si può fare se a trent’anni, svoltando l’angolo della via di casa, si viene improvvisamente sopraffatti da una sensazione di felicità, di assoluta felicità! come se si avesse appena ingoiato un luminoso frammento di quel sole del tardo pomeriggio che ora arde nel petto, irradiando di una pioggerella di scintille ogni particella, ogni dito delle mani e dei piedi? ...
Oh, esiste un modo per esprimerlo senza sembrare “in stato di ubriachezza molesta”? Che idiozia la civiltà! Perché mai ci viene dato un corpo, se lo dobbiamo tenere chiuso dentro una custodia come un rarissimo violino?
Katherine Mansfield, Bliss


Domenica pomeriggio, 17  novembre


Copenaghen è alle mie spalle. Dopo una lunga serata di discussioni e incomprensioni in cui  la stanchezza ha prevalso sul buonsenso, siamo andati a dormire, stremati, in varie case di attivisti danesi. La mattinata invece è stata caratterizzata da lunghe attese al Bananna Park, un luminoso spazio caratterizzato da una banana gialla dove fare skate e una parete di 14 metri per l’arrampicata. Solo ieri eravamo tra gli animaletti nella fattoria ottocentesca di Bochum, oggi di nuovo catapultati nel centro del quartiere di Nørrebro, multiculturale, hipster, riot tutto insieme.

 

A pochi metri, sorge il cimitero di Assistens, con le tombe di Kierkegaard, di Bohr, e di Andersen. In fondo, anche questa a modo suo è una favola, e i nostri viaggiatori come la sirenetta hanno  scelto di rinunciare al loro essere cittadini di un luogo, rischiando di essere tramutati in schiuma del mare, non per amore come nella fiaba danese, ma per un sogno di libertà. Verso l’ora di pranzo erano tutti agitatissimi: si aspettavano di essere già in Svezia, invece il sole tiepido del novembre danese ha rallentato la partenza, e accresciuto la tensione. Quando ormai il nervosismo sembra alle stelle, finalmente si parte.

 

Tutti in treno, tranne 5, a bordo delle auto, per attraversare il confine in modo indipendente. Ed ora, sappiamo che sono arrivati. Che la Svezia non è più un’idea, un’ancora di diritti e di salvezza, ma è il terreno sotto i loro piedi, sarà la loro casa, la prima nazione a dare dei documenti ad Abdallah,  che come profugo palestinese non ne ha mai avuti. Penso a questo mentre attraverso il ponte sull’Øresund, il ponte strallato più lungo d’Europa, in macchina da sola. È tardo pomeriggio, ho lo spumante per brindare nel baule, stipato. Come se il ritardo accumulato fosse stato necessario, il passaggio sul ponte assume toni simbolici.

 

A ovest il sole tramonta, ad Est la luna è già alta in cielo e l’azzurro è dappertutto, nei due cieli divisi dalle campate del ponte, nel mare, ancora una volta protagonista, che scorre sotto il cemento del ponte, sotto le ruote dell’auto e le rotaie del treno.

 

Il ponte divide la notte dal giorno, e l’ultimo confine ha un valore simbolico anche per me che viaggio sola, con i miei documenti, verso la Svezia. Ed è come se mancasse all’improvviso l’aria per la gioia, come se avessi mangiato troppe emozioni, e fossero tutte lì, come la peperonata, o, più poeticamente, come un luminoso frammento di sole tra lo sterno e la gola,  accumulate nei giorni e nei chilometri e nelle risate e nel canto e nelle molte parole non capite, nelle storie che non so, e nelle paure che non ci sono più, che si sono dissolte tra gli azzurri e le notti dell’Europa. E mi sento fortunata, all’improvviso quello che ho e che è sempre stato un pezzo naturale della mia storia, è un privilegio. Come il mio passaporto, che ho sempre avuto senza nessuno sforzo. O l’essermi evitata quel mare, quei viaggi, ma anche quell’incertezza.

 

La stessa che ritrovo negli occhi di Abdallah, alla stazione di Malmö, dopo gli abbracci, le lacrime e i sorrisi, lo spumante stappato in strada come se avessimo appena vinto il Grand Prix, che, visto il ritmo di viaggio, sembra comunque una metafora calzante. Abdallah è seduto sul marciapiede della stazione, con lo sguardo un po’ obliquo. Mi avvicino e gli chiedo se è felice. “Valeria, io non lo so se mi piace la Svezia. C’è buio, fa freddo, e in Italia ci siete voi, che siete diventati miei amici”.

 

Lo guardo stupita: “Ma come? Adesso me lo dici? Abbiamo fatto tutto ‘sto casino per arrivare qui e poi tu vorresti tornartene in Italia con noi?”. Abdallah timidamente si scusa, ma mi dice che non può farci niente, che una parte di lui gli dice che quello non è il posto dove vorrà passare il resto della sua vita. “Non dovrai passarla qui, per forza” .

 

Lo incalzo: “Noi ti abbiamo portato fin qui perché tu possa avere la possibilità di scegliere, e gli strumenti giuridici più efficaci per essere cittadino, ossia parte di un luogo e portatore di diritti, condizione che ti è sempre stata negata. Quando avrai ottenuto l’asilo, e poi la cittadinanza, potrai decidere dove stare. Nessuno ti imporrà di rimanere in Svezia, semplicemente in questo momento questo luogo rappresenta lo spazio politico che ti può offrire di più, in tempi più brevi”. Non so se l’ho convinto. Giustamente, se la Svezia non è un luogo scelto per i paesaggi ma per le opportunità burocratiche, diventa complesso viverci. Ripartiamo verso Stoccolma.

 

La gioia di avercela fatta, di essere arrivati a destinazione senza che l’Europa fosse davvero fortezza, che manifestasse la sua inespugnabilità, è stato un obiettivo insperato, che ci ha riempito non solo di adrenalina e di affetti, ma anche di gratitudine, per quell’altra Europa che ci ha ospitato, protetto, aperto case, rifocillato nel nostro cammino. La festa inizia, il viaggio finisce.

 

 

Epilogo.
Milano, 14 luglio, notte


Era il 19 maggio quando  è iniziata la campagna di “Io sto con la sposa”.  Fino a quel giorno nessuno di noi ventitré amici, aveva avuto nemmeno il vago sentore di cosa potesse dire, per voi, stare con la sposa. Per noi era stata una scommessa riuscire ad arrivare senza intoppi a destinazione, il resto era ed è stato tutto un di più, un regalo.

 

Sono passati quasi due mesi da quella data, e otto dal viaggio. Manar e Abu Manar ad Aprile sono stati rimandati in Italia, poiché secondo il regolamento di Dublino il richiedente asilo può chiedere la protezione solo nel paese in cui sono state rilevate le impronte digitali (in questo caso, l’Italia) e dopo un periodo a Torino sono ora a Latina, dove dovrebbero stabilizzarsi e poi chiedere il ricongiungimento con il resto della famiglia. Mona e Abu Nawar vivono nei dintorni di Göteborg, in una casa assegnata dal governo svedese, e la loro posizione di rifugiati dovrebbe perfezionarsi a giorni.

 

Abdallah ha avuto i documenti, e la settimana scorsa è stato raggiunto dalla sua famiglia. Per 3 notti ha atteso che giungessero notizie dopo la partenza dal porto di Zuwara, in Libia, di mamma e papà, Insaf e Sho’ban, i tre fratelli di cui il grande, Samer, con moglie e due figli. Stesso viaggio, stesse paure, stessi rischi. Siamo noi che siamo diversi, perché un viaggio migratorio l’abbiamo fatto. È vero, non rischiavamo il rimpatrio, ma abbiamo condiviso nell’abitacolo le emozioni.

 

Non era più un guardare da lontano, dalla sponda sicura, l’arrivo degli altri. Siamo andati insieme. Come a nozze. E in questi due mesi, da quando è partita la campagna, le loro storie e le loro traiettorie sono diventate storie da condividere con tutti voi, oltre 2400 persone che hanno finanziato il progetto con al momento 93500 euro, 18500 oltre la quota richiesta. I giornali, le radio, le tv di Italia, Europa, Medio Oriente e Stati Uniti hanno deciso che la nostra storia così vera e allo stesso tempo onirica meritava di essere raccontata e supportata. E sono stati tutti con la sposa, a scatola chiusa, senza vedere il film. Perché alla fine, il documentario è un mezzo, un passaggio di un percorso politico più ampio.

 

Sono immagini che, come dice il poeta, si possono rubare, e che permettono di capire quanto non siamo in grado di comprendere davvero, ma come ci possiamo fare emozionare. Stare con la sposa significa volere un’Europa diversa, nella quale le persone si incontrano, si muovono, scelgono dove crescere, dove diventare dei piccoli rapper, dove dimenticare passati ingombranti e presenti dolorosi.

 

Stare con la sposa è indignarsi senza assoluzione per quello che continua a succedere in quel lembo di terra che rappresenta la costa Est del Mediterraneo, il soffitto di quel cielo. A Novembre la Siria, oggi anche la striscia di Gaza. Stare con la sposa è continuare a pensare che ci sono degli Abdallah, delle Mona, degli Abu Nawar, dei Manar, degli Alaa che partiranno, che scapperanno delle loro case bombardate, o dalle case ancora in piedi poco lontano, o dall’Eritrea, o dal Sudan, o da tutti i pezzetti dolenti di mondo, e vorranno poter scegliere dove andare.

 

In Italia, in Francia, in Svezia. Che questo è solo uno dei viaggi, il più facile, il più goliardico, ma che i viaggi che si fanno sono viaggi costosi, sia in termini economici che in termini di vite umane, costi che si potrebbero ridurre con un cambiamento radicale delle politiche di movimento e di libertà di circolazione in Europa. E questo crowdfounding ha dimostrato che siamo in tanti a non volere frontiere, muri e fortezze, che il matrimonio ha molti più invitati del previsto, perché desideriamo un’Europa da festeggiare e non da condannare.

 

Ed è un grazie commosso, il nostro, perché le emozioni che ci sono state non si sono declinate in compassione, in umana carità, ma nell’idea che non ci sia nessuna ragione storica o, peggio ancora ontologica, per la quale io posso viaggiare ed altri no. Siamo stati soggetti politici, e non compassionevoli. La festa come strumento di battaglia ha sostituito la lacrima. Abbiamo disobbedito insieme, 2400 complici, 2400 invitati. Siamo stati insieme dalla parte giusta. Con la sposa. E dobbiamo esserlo ancora. Il film è solo l’inizio. O meglio, una partenza.

O voi, viaggiatori tra  parole fugaci
portate i vostri nomi,
ed andatevene.
Ritirate i vostri istanti dal nostro tempo,
ed andatevene.
 Rubate ciò che volete dall’azzurrità del mare
e dalla sabbia della memoria.
 Prendete ciò che volete d’immagini,
 per capire  che mai saprete
come una pietra dalla nostra terra
erige il soffitto del nostro cielo.
M. Darwish

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