Alessandro Raveggi. Nella vasca dei terribili piranha

Ci vuole un po’ per entrare nel cuore del romanzo di Alessandro Raveggi, Nella vasca dei terribili piranha, (Effigie Edizioni, pp. 211, 19€), per capire che quello che si incontra nel primo capitolo, la “cosa” che il bagnino Marinatos scova impigliata in una rete di plastica tra gli scogli della costa di Fuerteventura, è l’oggetto misterioso, salvifico e apocalittico attorno al quale ruotano, come magnetizzati, i personaggi della storia. L’elemento entro cui tale attrazione si propaga è l’acqua, l’oceano, gli abissi, dai quali l’origine anfibia di ogni umano è richiamata in vita, in una nostalgia antica che ha in sé qualcosa di irresistibile e fatale. Ma questo è ciò che si comprende alla fine, solo dopo aver coordinato i pezzi di storia e i personaggi attorno a questa X escatologica, alla creatura ibrida che congiunge uomo e pesce, che non si lascia mai afferrare ma promette la redenzione dell’umanità degli anni ‘10 che sta franando inesorabile verso la catastrofe. L’andamento narrativo è pertanto a gradazione ascendente, esponenziale, la trama si carica di un potenziale catastrofico-salvifico che regge fino al “finale abissale” e appagante, ai limiti del parodistico.

 

La geografia è la bussola che serve per districarsi in questo labirinto globale, in cui tutto è interconnesso e complicato: ogni capitolo porta come titolo il luogo degli eventi: Fuerteventura, Città del Messico, Firenze, Berlino, Parigi, e l’Ecumene, uno yacht abitato da ex-attrici di telenovelas, ritirate a vita meditativa, in attesa del messia-Leviatano: ogni personaggio dunque presenta la propria “frana” a partire da diversi punti del globo, che come segnali GPS si avvicinano come ipnotizzati al luogo del finale abissale, Firenze, attratti dal possibile incontro con la “cosa”, con la propria fine, il proprio epilogo.

 

Raveggi ha voluto esprimere la complessità, e inserire in questa immagine le tensioni interne, le tendenze involontarie di tale magma incomprensibile: ci è riuscito attraverso una scrittura barocca e straripante, fatta di innumerevoli descrizioni che potrei definire “ipersensibili”: le scene sono accompagnate da dettagli che solo un narratore onnisciente e “onnisensibile” potrebbe notare, situato nei corpi che descrive, sotto la loro pelle, di cui capta i movimenti volontari e involontari, le piccolissime percezioni che nemmeno arrivano alla corteccia cerebrale. Sono descrizioni sorprendentemente piacevoli, non perché esprimano una qualche armonia estetica, ma perché chiamano in causa tutti i sensi e inducono, con la lettura, a un coinvolgimento sinestetico di cui non si è immediatamente consapevoli, ma che emerge dalle associazioni ardite, che colpiscono e comunicano in modo molto efficace nonostante il loro carattere inaudito.

 

La voce narrante è come mossa da uno stupore originario per ogni gesto umano, per ogni movimento del corpo e delle sue parti, che si caricano di attività e sensibilità. È difficile dire che ci siano dei personaggi; ci sono, piuttosto, parti di loro: il codino a forma di spicchio d’aglio di Marinatos, la schiena lungamente stirata di Victor sulla stoffa ruvida della sedia a rotelle, il collo sudato di Carolina: l’accento è su queste parti del corpo, non più sugli individui; l’unico modo di leggere questo libro è dunque affidarsi a queste nuove relazioni, a questa diversa ontologia, in cui la scena appare a partire dalla descrizione di ciò che è più periferico e apparentemente inanimato.

 

Ciò che accomuna queste parti di corpo è il loro partecipare a una trasformazione antropologica che interessa tutto il globo e che Raveggi chiama “frana”: si tratta di qualcosa che trascende la decadenza o la barbarie di cui si va discutendo da anni; essa ha carattere genetico, evolutivo, ha a che fare con la specie umana e il suo posto sul pianeta; e tuttavia proprio in virtù di questo aspetto naturale e necessario essa si manifesta concretamente nell’esistenza dei suoi personaggi, nei loro corpi, nelle loro derive, che non prevedono alternative o soluzioni che conservino le antiche forme di vita e di convivenza: sembra che l’umanità non sia più nient’altro che il rotolare franoso di gesti e forme collettive che si autoreplicano per sostenersi l’una con l’altra nonostante l’avvicinarsi inesorabile dell’abisso.

 

Rimane il dubbio se prendere sul serio tutto questo, o distanziarsi con ironia, largamente utilizzata dall’autore, e sorridere di fronte al “picaresco” che permea tutta l’atmosfera del libro; io sarei propensa a mantenermi nel dubbio e lasciare ampio spazio a quella profondità che l’autore, seppur in modo obliquo, suggerisce.   

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