Andrea Cortellessa. Narratori degli Anni Zero

A dispetto di ciò che si potrebbe pensare di un’antologia, il poderoso volume Narratori degli Anni Zero (numero triplo della rivista L’illuminista, Ponte Sisto, pp. 704, € 30), curato da Andrea Cortellessa, non è solo una fotografia dello stato attuale del genere romanzo in Italia. È qualcosa di diverso: un flusso ininterrotto di testi e riflessioni critiche, dalla cui prossimità scaturisce l’impressione di un moto perpetuo.

 

Il saggio introduttivo è il vero motore dell’antologia. I modelli da cui Andrea Cortellessa trae ispirazione e da “mis-interpretare”, come direbbe Harold Bloom, sono due: il volume curato da Angelo Guglielmi nel 1981 dal titolo programmatico: Il piacere della letteratura. Prosa italiana dagli anni 70 a oggi e quello posteriore di Antonio Franchini e Ferruccio Parazzoli del 1991, Antologia dei nuovi narratori.

 

I “narratori degli anni zero” (Pincio, Nori, Cornia, Pascale, Permunian, Lagioia, Raimo, Pica Ciamarra, Pugno, Arminio, Morelli, Trevi, Falco, Samonà, Baroncelli, Vorpsi, Ricci, Rastello, Saviano, Jones, Bajani, Pecoraro, Vasta, Pedullà, Policastro) hanno esordito “letterariamente” nei primi dieci anni del 2000, vale a dire nel momento in cui hanno varcato la soglia di “quelle che il compilatore giudica prove d’apprendistato” per raggiungere una loro peculiare maturità. Il criterio privilegiato di inclusione nel volume è, come viene più volte ribadito in maniera esplicita, la qualità letteraria, che risponde a precisi parametri: l’”autosufficienza espressiva dello stile”, “la costruzione narrativa”, la “trama ideologica” e più implicitamente l’influenza pervasiva di Thomas Bernhard e delle forme brevi, siano esse racconti o testi poetici, che denota un’evidente matrice non romanzesca della letteratura italiana.

 

I numi tutelari che vegliano sul saggio introduttivo sono Jurij M. Lotman insieme al Michel Foucault degli Espaces autres, riletto alla luce del pensiero di Karl Schlögel. Non è un caso che queste pagine siano poste sotto il segno dell’analisi spaziale; il saggio si intitola in modo palesemente evocativo: “La terra della prosa”. E questo Cortellessa lo sa fare davvero bene: esplora una tendenza, un evidente sconfinamento nello spatial turn. Non tanto lo spazio perfetto dell’eterotopia, quanto il lato che ne individua l’alterità, l’alternativa, una sorta di “realismo della derealizzazione”, che il critico individua come il tratto dominante nella scrittura di Nicola Lagioia.

 

Dunque una “scrittura spaziale” che purtroppo, in alcuni casi di autofiction, amplia all’infinito anche lo spazio intimo della propria generazione, alimentando storie dove l’io narrante trasforma le superfici dei testi in tante schegge di specchi. Ma non c’è solo questo. Nell’antologia sono presenti anche altre forme di spazialità testuale che si potrebbero definire esterne, lontane da una “letteratura dell’inesperienza”, poiché affondano le proprie radici nella complessità del reale e provano a trasfigurarne i tratti. Si pensi allo spazio urbano e atemporale di Caserta, che Antonio Pascale descrive nella Città distratta, alla discesa insieme reale e simbolica nelle viscere di Roma, in Senza verso di Emanuele Trevi, agli esercizi di “paesologia” nei testi di Franco Arminio, o al caso estremo di Roberto Saviano, il cui ruolo testimoniale ha preso il sopravvento sulla scrittura.

 

Ma se un’antologia, come afferma Walter Pedullà nell’introduzione, è una scommessa sulla “letteratura al momento del suo farsi”, ci si può chiedere perché non includere un romanzo dall’esordio molto discusso, ovvero Elisabeth di Paolo Sortino del 2011 (seppure citato in nota dal curatore) oppure una narratrice-fabulatrice come Laura Pariani, che si è affermata negli anni Novanta e forse per questo è stata esclusa da tutte le antologie citate.

 

Tuttavia, se Cortellessa sente di dover precisare che nel volume è presente un solo vero romanziere - Andrea Bajani - l’invasiva presenza della sperimentazione (lamentata da alcuni critici) mette invece in evidenza che proprio attraverso il genere del romanzo, che Italo Calvino negli anni Sessanta definiva “trappola ritardatrice”, è possibile, nonostante tutto, esplorare nuove modalità linguistiche o forme ibride, ma libere, che potrebbero riservare esiti inaspettati.

 

Sorprendono infine le “stanze tutte per sé” delle poche narratrici qui incluse, veri e propri spazi concentrazionari, luoghi di oppressione dove viene ora perpetrata ora vaneggiata una fuga simbolica da sé come dalla propria lingua. È il caso di Laura Pugno con le atmosfere visionarie di Sirene, oppure dello spazio-prigione di Babsi Jones, come dell’ospedale di Gilda Policastro.

 

Merita una nota anche la scrittura di Andrea Cortellessa che si fa rincorrere attraverso le pagine introduttive, stilate con l’ansia di chi parte per un viaggio e non vuole dimenticare nulla. E chissà se un giorno anche lui deciderà di narrare storie, di mandare la sua testa “a fare giri di esplorazione”, per dirla con le parole di Gianni Celati.

 

Non è un caso che l’introduzione si apra e poi si chiuda con l’auspicio, tratto da Maurice Blanchot, che il libro a venire sia sempre il migliore, anche se l’entretien infini, ovvero la narrazione perpetua che risponde all’altrettanto perpetuo bisogno di “narrazioni”, è il vero paradigma concettuale di questa antologia.

 

Sebbene ogni scrittore e ogni lettore ne sia consapevole, forse ha davvero ragione Antonio Pascale, quando ricorda, a sua volta citando Gustave Flaubert, che il senso dell’atto di scrivere è essenzialmente quello di riscrivere possibilmente con occhi che “vedono e stravedono” al di là delle apparenze. E qui si potrebbe aggiungere che leggono e rileggono con uno sguardo sempre nuovo. E così all’infinito.

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