Angelo Morino. Il film della sua vita

A distanza di cinque anni dalla sua morte, avvenuta nel 2007, è stato pubblicato Il film della sua vita (Sellerio, 218 pp, 13 €), l’ultimo romanzo di Angelo Morino. Ultimo in ordine di pubblicazione ma non di stesura: la sua gestazione infatti comincia nel 1999, poco dopo la morte della madre e ben prima della composizione degli altri suoi tre romanzi.

 

Si tratta dunque di un testo che rappresenta per l’autore l’iniziazione alla scrittura di sé, nella quale non si era mai cimentato prima perché impegnato nella saggistica o, come scrive Vittoria Martinetto nella postfazione, “in uno scrivere transitivo – scrivere qualcosa e di qualcosa”. Con la morte della madre, Morino “si lascia andare allo scrivere di sé” per approdare a quel comporre intransitivo, libero, che lo espone ai pericolosi rischi della creazione. Forse è per questo che il suo romanzo più autobiografico rimane incompiuto, leggibile nella forma di appunti sparsi e note di rimando, che ne fanno un prodotto particolarmente interessante. Il libro si presenta dunque come un reperto, che se all’inizio invita a accostarvisi con una certa discrezione, nel corso della lettura suscita una curiosità crescente, sia per la materia intima e sensibile dei contenuti sia perché, non essendo stato definitivamente approntato per la pubblicazione, promette di conservare quel gradiente di autenticità che un prodotto al banco di vendita difficilmente mantiene.

 

Il tema attorno a cui ruota la narrazione è la malattia della madre: un cancro ormai diffuso, per il quale non c’è più nulla da fare, se non attendere il disfacimento completo dell’organismo. Morino racconta il momento della diagnosi definitiva, le vicende connesse all’assistenza dell’ammalata e lo sprofondare della psiche della madre in stati confusionali sempre più profondi; ma i fatti in sé non sono che il pretesto per innescare, a partire dell’annuncio della morte imminente, una approfondita riflessione su un rapporto estremamente complesso, quello fra l’autore e la madre, di cui si delinea sempre più l’intima essenza.

 

Il lavoro di ricerca dei fili che stringono e intralciano le esistenze di madre e figlio, non può che avvenire nel profondo della memoria: Il film della sua vita è un romanzo di ricordi, di immagini che si susseguono con la potenza di fotogrammi cinematografici di gran qualità, in cui un gesto o una frase significano tanto di più di quel che immediatamente comunicano. Ma di chi sono questi ricordi? L’ambiguità del soggetto di questo ricordare è già espressa nel titolo: di chi è la vita di cui Morino ricostruisce, tramite spezzoni di film, la trama? In superficie, è chiaro: si tratta della madre, che prende voce grazie alla penna del figlio e racconta la propria infanzia da migrante nella periferia di Parigi, l’adolescenza nel Veneto, la guerra, l’amore e il conseguente trasferimento in Piemonte. Ma è lo stile di scrittura a fare di questi ricordi qualcosa di più di una semplice trasposizione di fatti: quando l’autore parla della madre, assume la sua voce, il suo linguaggio e ritmo di pensiero: sembra di sentirla, questa donna determinata e impositiva, con la voce concitata, ricca di espressioni fatte dietro le quali costruisce i suoi argomenti. Ed è proprio qui che emerge il valore di questo romanzo: la madre parla nel figlio, la sua voce riecheggia nel suo profondo, i ricordi si mischiano come se il figlio li avesse vissuti e visti, con la nitidezza delle immagini di una pellicola cinematografica. A partire da questa mescolanza inconscia anche i ricordi personali del figlio si arricchiscono di storia, della storia della madre che è stata anche la storia dell’Italia e della resistenza: quando l’autore, passeggiando per i boschi della Val di Susa, scorge una casa abbandonata, rifugio di partigiani, riconosce la presenza dei ricordi della violenza della guerra pur non avendola esperita: il suo vissuto interiore è costellato da esperienze altrui che trascendono le vite singolari e sedimentano in un collettivo che Morino ha saputo delicatamente sollevare, mantenendo viva la tensione fra storia personale, familiare e collettiva.

 

Non si pensi tuttavia che tale equilibrio narrativo si rispecchi nel rapporto fra la madre e il figlio: la mescolanza dei linguaggi – e dei rispettivi mondi inconsci – è sintomo di un groviglio psicologico complesso, da cui emerge la fatica dei due a separarsi, come fossero condannati a una simbiosi eterna; questa l’entità del rapporto che emerge, senza che sia mai esplicitata, quanto piuttosto mostrata nei dialoghi fra i personaggi, nel loro continuo indugiare nella finzione reciproca rispetto alla realtà che non vorrebbero vedere – la malattia, la morte e l’omosessualità del figlio, continuamente rimossa.

 

Da questa interessante lettura emerge l’autentico sforzo di uno scrittore di dire la propria verità, la verità della propria vita, facendolo però per il tramite della potente metafora del film: immagini condivise in una sorta di sogno collettivo, come a suggerirci che ricordare significa proprio trascendersi, esplorare il limite della coscienza in direzione dell’inconscio.

 

 

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