Bruno Osimo. Bar Atlantic

Il Bar Atlantic (Marcos y Marcos, 320 pp., 15 €) è il bar dell’Esselunga, un bancone circolare lucido di piastrelle blu oltremare; un approdo rassicurante per camerieri, commesse, magazzinieri e clienti abituali. Un non-luogo che del porto ha il nome oceanico, il viavai stanco e operoso e la confusione creativa di sonorità familiari e inusuali.

Qui Bruno Osimo ha messo a punto il suo romanzo e qui il suo protagonista siede a un tavolino d’angolo: un caffè americano e il laptop acceso nelle pause sospese tra le tante vite incompiute che compongono la sua precaria unità.

Adàm è israeliano, dottore in lingua e letteratura ebraica, ha trentacinque anni e cinque contratti in cinque università differenti; ha una casa a Milano, una moglie e cinque donne che lo aspettano nei porti remoti della sua odissea professionale.

 

È una routine collaudata: il lunedì dopo la lezione ad Alessandria cerca di soddisfare Paola, docente ordinario, spendendo il minor tempo possibile e senza molto trasporto. Il martedì invece è di Monìca, dai lineamenti semitici ed esotici e dalla voce roca che conclude le sue lezioni bergamasche di ebraico contemporaneo accogliendolo tra i suoi ricci fulvi e le sonorità basse.

Il mercoledì a Pavia con la collega Teresa discute di lavoro e si lascia eccitare dal suo seno abbondante; il giovedì, Fernanda lo accoglie all’università nella sua uniforme da bidella-infermiera, con le calze bianche e il sorriso largo e lo aspetta per fare l’amore in fretta nel locale della caldaia.

Il venerdì, dopo aver svegliato la moglie come tutte le mattine, Adàm esce con addosso l’odore-reliquia del corpo di Ada e parte per Verona dove l’ex allieva Sasha lo aspetta a casa, con il biancore della sua pelle soffice coperto a strati di veli bianchi e peli biondi.

 

La settimana è una liturgia rituale composta di lezioni universitarie, amplessi consumati con metodo, code in cassa al supermercato, abbonamenti per il caffè nei bar abituali, corse mattutine, biscotti all’uvetta e cannella e coincidenze di treni. Il primo giorno Adàm ricomincia il travaglio originario sino al riposo di Shabat. Il settimo giorno Elohìm lo pronunciò sacro perché aveva scioperato da tutto il suo lavoro e il sabato di Adàm è con Ada (o Hhava, come la chiama il marito), “colei che gli permette di posare la testa quando è stanco”.

Adàm è l’uomo; con l’accento ballerino che fa la spola tra due culture. Hhava è la donna; con un ammorbidimento consonantico e un’aspirazione che sanciscono il suo primato assoluto, la moglie, la casa, la fede. I nomi sono ancore, e lo sono ancor più i suoni e i legami invisibili che li tengono insieme e ne fanno lingua, pensiero, poesia.

 

Così l’avventrice di un bar prende il nome di una commilitona nell’esercito israeliano e il nome della madre Davita si sovrappone a quello della protagonista di un romanzo.

Fili fragili come sogni tengono insieme i pezzi di una vita divisa e la traduzione biblica dall’ebraico all’italiano è un ponte che prova a ricucire uno strappo antico, l’abbandono materno e la cesura tra due culture e due appartenenze.

Senza radici che affondino in terra è facile perdersi in mille direzioni diverse, e così la tensione all’ordine maniacale, l’indagine psicologica e filologica degli errori e persino la ricerca di un manchevole senso di colpa riempiono i vuoti tra una partenza e un ritorno.

 

L’intero romanzo serve a colmare lo spazio lasciato vuoto dalla sospensione del giudizio e la scrittura stessa è un meccanismo impreciso sul punto di guastarsi.

Tredici poesie di Hum Mugdal galleggiano tra le pagine e legano insieme i giorni; le note a margine, invadenti e ironiche, puntualizzano e sdrammatizzano la spasmodica ricerca di mediazione e misura.

L’ultimo atto si spegne con il sole sul lungomare di Levanto mentre il tramonto ligure promette placido una via d’uscita.

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