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Davide Enia. Così in terra

Così in terra (Dalai, pp. 302, euro17,50) è il primo romanzo del drammaturgo e attore Davide Enia; un libro composto da un insieme di storie che si alternano come le scene di un’opera teatrale.

 

Molti dei personaggi fanno la loro comparsa su un palcoscenico che ha la forma di una moderna arena: il ring di un incontro di pugilato. Tutti devono superare la propria linea d’ombra, il punto di non ritorno, come nei racconti di Tim O’Brien: il nonno Rosario sopravvissuto alla prigionia in Africa, lo zio Umbertino, pugile sconfitto e seduttore, il padre Francesco, morto poco prima di combattere per il titolo nazionale e infine il giovanissimo Davidù, figlio, nipote e pugile, soprannominato il “Poeta”, a cui viene lasciata un’eredità ingombrante e un vuoto da colmare: il riscatto di tutte le sconfitte subite sul ring e l’iniziazione più ardua, quella di narrare la storia.

 

In lui confluiscono i racconti di un’epopea familiare che si avvicendano in un intreccio di tempi ed epoche diverse, dando l’impressione di un eterno presente, dove le bombe lanciate sulla Palermo della seconda guerra mondiale lasciano il posto a quelle della strage di Capaci.

Sullo sfondo scorrono inesorabili gli anni e i pugili, le sconfitte e i lutti, gli amori e le amicizie, soprattutto quella autentica di Gerruso, inseparabile coetaneo di Davidù, narrati con le parole di una lingua sospesa tra italiano e dialetto, che unisce fra loro le differenti generazioni. Proprio come il pugilato, inequivocabile metafora della lotta per la sopravvivenza.

 

Ma sul ring e sulle pagine di un libro può passare tutta l’umanità: ogni pugile da sfidare è un mondo da leggere e i suoi colpi figure retoriche da decifrare. La boxe ha qui la stessa dignità di un codice linguistico con una sintassi e un lessico precisi, una grammatica del corpo e del movimento in cui scene di lotta si succedono a passi di danza.

 

La scrittura di Davide Enia ne diffonde l’eco: puntiforme, diretta, sincopata, simile a un alternarsi di pugni e respiri, un insieme di tenui bagliori, luci remote lasciate da stelle ormai scomparse, ma difficili da dimenticare, come certe pagine di questo romanzo.

O come l’immagine surreale di Arthur Cravan, pugile e poeta, su una barca al largo dell’oceano, e all’orizzonte il desiderio di una terra promessa, che purtroppo, a differenza di Davidù, egli non riuscirà mai a raggiungere.

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