Gianni Biondillo. I materiali del killer

Un muro d'ovatta è la porta d'ingresso nel romanzo (I Materiali del killer, Guanda 2011), la nebbia ferale che copre Milano come un cappotto bagnato e divora pigramente la pianura padana.
Nel capoluogo meneghino due cadaveri, l'aggredito e l'aggressore, sporcano la scena del crimine di un'apparente rapina in villa; a Lodi, nel tragitto tra il carcere e l'ospedale, un commando mafioso assalta l'ambulanza che traduce un detenuto africano gravemente ferito.
Due delitti indipendenti, tenuti insieme solo dalla lattiginosa atmosfera lombarda e dall'ispettore  Michele Ferraro, primo attore del filone giallo dei romanzi di Gianni Biondillo.
È il secondo crimine che riempie le pagine del romanzo e scatena un caccia all'uomo sulle tracce di Haile Moundou, il demone e santo, il fantasma romantico di una guerra senza bandiera né vincitori.
La narrazione frammentata e traballante come la telecamera di un serial poliziesco segue i personaggi in soggettiva, sfuma i contorni nelle frequenti analessi e fa del flashback una cifra stilistica. Chi legge deve raccogliere i brani come prove indiziarie; ospiti di un caricaturale commissariato romano ci si ritrova lanciati su un treno in corsa insieme all'assassino o catturati dalla sospensione lirica della favola nera di Zahra, giovane vittima e complice della deriva violenta di un logoro colonialismo italiano.
Mutano le lingue, i gerghi, i toni, la scrittura duttile e disperatamente mimetica scivola talvolta in caratterizzazioni iperboliche, precisazioni e chiose indiscrete ma l'architettura regge, e il mosaico si chiarisce mano a mano che i tasselli trovano posto.
Il disegno che emerge è la traccia di una corsa disperata, di una dialettica di preda-predatore sulla cartina dell'Italia, improvvisamente gelida e incolore, di fronte a un'Africa che compare “a sprazzi”, arida e sanguinolenta.
Per entrambi i continenti resistono stereotipi, miserie, e il binomio di familiarità e repulsione degli spazi natii. Il luogo comune -forse per questo così presente, disseminato nel romanzo- etimologicamente è il posto in cui ci si ritrova insieme nonostante tutto, un mondiale di calcio, la comunione dei disperati.
Il noir impallidisce in un repentino squarcio di luce sul finale. È sempre nebbia, ma quella che accompagna il lettore all'uscita è candida, fantasmatica, una commovente epifania che cancella improvvisamente il buio con il suo biancore.

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06 Ottobre 2011