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Giusi Marchetta. L'iguana non vuole

Contiene molte cose L’iguana non vuole (Rizzoli, 2011), primo romanzo di Giusi Marchetta.

L’impressione, scivolando tra le pagine di un libro ben scritto e senza i risvolti narcisistici oggi quasi di prammatica, è che il desiderio di raccontare una storia non sia mai disgiunto dal bisogno di fare spazio a tutto ciò che l’autrice ha da dire: sulla scuola, sulla condizione dei precari, sull’emigrazione, sulle storie d’amore e di amicizia, sull’autismo e la malattia, sulle nevrosi, le rabbie e le paure che tutti ci portiamo appresso. Su una generazione di ragazzi a trent’anni quando, come dice l’autrice, a trent’anni ragazzi non si è più.

Non è un romanzo di denuncia, ma è un romanzo che, raccontando, denuncia: la storia è sempre in primo piano ed è attraverso di essa che prende corpo la realtà illustrata nelle sue differenti sfaccettature quotidiane, in tutti i suoi risvolti pratici (coinquilini, trasferte, traslochi) ed emotivo-relazionali.

 

Emma ha 28 anni, una laurea in lettere con il massimo dei voti, e la specializzazione sia per l’insegnamento nella scuola secondaria, sia per l’insegnamento agli alunni diversamente abili. Ottenuta una supplenza a Torino, lascia la sua città, Napoli, la famiglia, gli amici e un amore in crisi.

Torino è l’incarico ma è anche un mantra che Emma si obbliga a ripetere nella testa: “sono una privilegiata”. Già, perché di questi tempi avere un incarico annuale deve bastare, anche se in una città in cui non si vorrebbe abitare e anche se non sulla propria materia ma sul sostegno, strada percorsa non certo per vocazione.

Torino è anche un freddo che non ha pietà di niente, una stanza in affitto che la protagonista non si decide a fare propria, una scuola nuova e la rassegnazione di molti dei colleghi. Ma soprattutto Torino è Andrea, Mattia, Davide, Peter, ragazzi diversamente abili o stranieri, ragazzi comunque difficili: da trattare, da contenere ma anche da subire, nel male come nel bene. Perché non si può che imparare: dall’autismo, dalle differenze, dal ritrovarsi altrove; così che alla frustrazione per una situazione non scelta fa da contraltare la gioia per le piccole conquiste: le battaglie scolastiche, la comprensione di alcune chiavi per penetrare il muro della malattia (l’animale totem di Andrea, l’iguana del titolo), le amicizie semplici e le birre in una città ostile.

 

Ne risulta un romanzo bello ed efficace; uno spaccato lucido e tagliente sul comportamento di alcuni professori e sulla situazione della scuola (“Non siamo psicologi. Non siamo assistenti sociali”), su una certa chiusura e altrettanta rassegnazione: i toni sono arrabbiati e leggeri insieme, le paure si toccano con mano ma c’è lo spazio per i respiri della vita quotidiana.

Senza cedere a troppo lirismo o ai toni del lamento, la scrittura di Giusi Marchetta tiene le redini delle situazioni che descrive, come cerca di fare Emma con i suoi alunni e se stessa, con una relazione che non sa finire, le lotte sindacali, i compromessi e la propria rabbia: una scrittura coraggiosa, che esplora vari registri e timbri, ma senza gli eccessi di chi vuole stupire più che trovare un modo efficace per restituire sospensioni e salti temporali che appartengono al linguaggio parlato e al flusso dei pensieri.

 

Le riflessioni si fanno visioni: gli immaginari dialoghi nella testa di Emma e le paure che prendono corpo (serpenti che abitano gli spazi) restituiscono l’intensità delle ansie della protagonista e insieme ci portano in quell’universo fatto di immagini che è il mondo per gli autistici, come ci ha insegnato Temple Grandin. Frasi identiche si ripetono a breve distanza per scandire il ritmo, per segnare il pensiero ossessivo, il ritornare sempre allo stesso punto; un modo di raccontare una realtà che imprigiona, senza soluzione, e la conseguente necessità di imparare a convivere con l’aprirsi di cicli che sempre si chiudono, con questi tempi che non consentono di andare avanti e costringono a percorsi circolari – ma non per questo sterili. Non si ha mai l’età giusta e si è sempre in ritardo, dice Emma ossessionata dall’età anagrafica delle persone di successo.

 

Prendere coscienza del caos non significa tuttavia ammettere che tutto è uguale e che il nostro agire è condannato all’inefficacia: convivere non significa arrendersi, né contenere significa sopportare.

Emma è arrabbiata e a volte l’iguana, che ha il compito di arginare e non volere la rabbia, sembra avere ragione nel concederla: “l’iguana sa […] che questo Paese è colpa vostra”.

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