Isabella Santacroce. Amorino

Cos’è Amorino (Bompiani, pp. 330, euro 17,50) di Isabella Santacroce? Un romanzo che si sviluppa come un nastro di Möbius: infinito e circolare, sulla cui superficie si avvicendano la scrittura e la vita, la realtà e la finzione, la scrittrice e il personaggio, in un moto vorticoso che suscita impressioni contrastanti: voyeurismo e repulsione, attrazione e disgusto, curiosità e confusione.

 

La storia, che fa parte di una trilogia intitolata Desdemona undicesima composta da altri due romanzi,  V.M. 18 (Fazi 2007) e Lulù Delacroix (Rizzoli 2010) è ambientata nel 1911 a Minster Lovell, brumoso villaggio inglese dove si rifugiano personaggi ambigui: le attraenti gemelle Annetta e Albertina Stevenson, l’una specchio e ombra dell’altra, il dottor Thompson, con la moglie e il figlio affetto da gravi problemi mentali, oltre agli abitanti del luogo: il sacerdote del paese, Padre Amos, la bellissima Bernadine e sua madre Margaret, bigotta e maniacale lettrice di Cime tempestose, oltre alla stessa autrice, che sceglie questo luogo come una cripta dove praticare il rito della scrittura.

 

Se nelle prime parti il romanzo è dominato da un’orgia ininterrotta - di cui padre Amos è demoniaco e lucido stratega - quasi un disperato esorcismo recitato contro l’idea di letteratura intesa come un cimitero di fantasmi, le diverse linee di questo affresco si incontrano nel titolo.

Amorino è sia il nome del coro di paese dove cantano i personaggi, che danno vita a una polifonica sinfonia narrante, sia il nome della prima vittima innocente di Minster Lovell, sacrificio originario da cui tutto prende corpo: la storia, la scrittura e persino l’autrice.

 

Poiché Isabella Santacroce è la scrittura e la scrittura è Isabella Santacroce. Non c’è alcuna distinzione: “Sono scrittura che scrive, non sono uno scrittore” dice nel suo diario. La dedica a se stessa come l’epigrafe biblica dalla prima Lettera ai Corinzi, posta all’inizio del libro: “Prendete, e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi”, suggerisce che il libro è un corpo da divorare - le gemelle Stevenson si cibano delle loro vittime - e così il lettore, che fa propri la scrittrice e il suo corpo-libro, come in un sacrificio in cui l’autrice, essa stessa personaggio del romanzo, riesce abilmente a essere vittima e officiante.

 

La scrittura della Santacroce suona come una tromba: evocativa, poetica, struggente, capace di farsi respiro e movenza, nutrimento a segrete ossessioni di cui diviene al tempo stesso scintillante e oscura visione. Per dirlo con Georges Bataille: in bilico tra la Storia dell’occhio e Le lacrime di Eros.

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