Laura Liberale. Madreferro

Madreferro (Gruppo Perdisa Editore, 154 pp., 10 €) è il diario di una discesa infera verso le origini, il tentativo di saggiare il potere euristico del romanzo per spezzare la tradizione, disinnescare anatemi e rielaborare in prosa il trauma della morte.

È anche il diario di un eterno ritorno, la terra che chiama a sé perché ha bisogno dei propri figli e perché tiene in grembo i propri morti.

Sono passati sette anni da quando Laura ha lasciato Fabrica, il paese natale, dopo la morte accidentale dei genitori. Un congedo di sei mesi all’università la riporta nel luogo d’origine, per fare i conti con l’abbandono e il senso di colpa, con un passato che non lascia scampo e lambisce pericolosamente il presente con esalazioni cimiteriali.

Fabrica è rimasta quasi immobile, in bilico sul passare del tempo; anche per questo la mappa su cui Laura si orienta è un album di disegni a matita, schizzi ottocenteschi con cui la mano leggera di Georgina de Martignac ha mineralizzato suggestivi scenari paesani.

 

Ci sono affreschi sacri e croci votive, incisioni celtiche, streghe, demoni e druidi a tracciare la rotta di una ricerca che affonda nel passato remoto e ristagna nella memoria più recente.

Laura ritorna indietro, lungo i vicoli bui del passato, tra la vecchia casa di famiglia, bottega di fabbri e sinistra prigione, e il piazzale del cimitero dove ruvide voci di insetto cantilenavano il rosario recitando la morte e dove ancora risuonano i ritornelli blasfemi dei bambini, a testa in giù, con le terga alle lapidi e alle croci.

Fabrica è una città vampiro, una nottola distesa sulle cartine geografiche, una città baciata dalla sorte che ha scampato miracolosamente epidemie, guerre e disgrazie e serba il segreto del suo destino tra le ali di pipistrello, nel silenzio reticente del culto.

E il suo potere segreto illumina come schegge di metallo gli occhi delle vecchie zie e riluce nella polvere di ferro che nutre la nera vegetazione della vecchia casa e toglie l’aria, evoca incubi, scorre come sangue insieme all’acqua putrefatta nei rigagnoli del camposanto.

 

Quella che spetta alla protagonista è una duplice ricostruzione: la storia di Fabrica si intreccia alla storia familiare, un albero genealogico fatto di linee spezzate. Il matriarcato potente e crudele di una genia di metallo ha segnato la giovane donna dal giorno del primo sangue nella casa delle zie: la macchia larga sulla veste bianca, il peccato della perdita dell’infanzia.

Da quel giorno, per molto tempo il sangue non ha smesso di scorrere e ha riempito lo spazio del sogno con il morbo della morte.

Tocca allora riempire i vuoti della memoria, ristabilire l’ascendenza femminile per trovare l’imprimitura più vera e il proprio posto, formulare condanne e trovare assoluzione.

 

Il racconto è scandito in ventotto giorni, come il ciclo lunare e femminile; e allora è forse Ecate il nume tutelare del secondo romanzo di Laura Liberale, la dea delle fasi lunari e del parto, il tramite mitico tra regno dei morti e regno dei vivi.

Dopo Tanatoparty, l’autrice torna a narrare l’ossessione della morte. La scrittura, che rasenta l’autobiografia, è un flusso grumoso e magmatico che ribolle di ferro e sangue, che impasta cultismi e dialetto, tende alla sincerità più nuda senza mascherare la tensione narrativa.

Ma questa volta manca il sorriso beffardo che esorcizza il lutto, qui la morte è una litania continua che esorcizza la vita.

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