Laura Pugno. La caccia

Ho sempre pensato al mondo di Laura Pugno come a una piccola scatola nera da cui, se un giorno ci fosse un disastro, ciascuno di noi – suoi lettori – potrebbe estrarre un oggetto, per esempio un alimento, o un animale, o anche una sensazione, e con quell’oggetto saprebbe automaticamente cosa farci, senza bisogno di istruzioni. Sarebbe un oggetto – o un animale, o una sensazione – che porta in sé la propria ragion d’essere. Questo nonostante nel mondo di Laura Pugno ci siano spesso degli ordini – sarebbe meglio dire delle istruzioni, o degli imperativi di natura inspiegabile, in cui A chiede a B di fare delle cose – portare del cibo, mangiare, leggere, guardare – , che sembrano dei rituali d’amore e di violenza, impossibili da decodificare, ma nondimeno carichi di senso.

 

Questo universo in cui i protagonisti commettono gesti inspiegabili – il lettore a tratti è portato a pensare che, se lo sapesse, il perché di quei gesti, molte cose gli sarebbero più chiare – è pieno di una violenza arcaica e ineliminabile. La violenza è intrisa nelle cose, discende da esse, e d’altra parte nei libri di Pugno non esistono gesti veramente violenti: ogni gesto porta in sé la propria giustificazione, non importa quale sia. È così nella sua migliore poesia (sfogliandoIl colore oro, Le Lettere 2007, finora il suo più importante libro poetico, ci si imbatte in molti dei nuclei centrali di questo libro: la caccia, la telepatia, la ragazza misteriosa, l’animale, le tracce di rosso, il corpo come testo da interpretare), ed è così in questo libro, La caccia (Ponte alle Grazie, pp. 131, € 14), romanzo breve in cui due fratelli, Nord e Mattias, sono legati dalla telepatia e dal ricordo di un padre perduto sulla montagna, il Gora, tana di una Bestia misteriosa che è anche l’ossessione di Mattias. In mezzo ai due fratelli, a suscitare l’interesse della milizia dell’immaginario stato di Leilja, c’è anche il corpo di una ragazza bellissima dai capelli rossi, trovata morta sul letto di Mattias senza apparenti segni di violenza.

 

La verità degli avvenimenti passa dalla mente al corpo, perché il corpo è un’entità indivisa in cui tutto fluisce, dai pensieri al sangue, e non c’è modo di sottrarsi alla violenza del mondo, dato che di essa e non d’altro è fatta la sua sostanza. I gesti che passano dal corpo, per quanto percorsi da questa violenza misteriosa che li tinge di rosso e rende il corpo un testo chiuso alla comprensione, restano sempre cristallini e potenti, e in questo la lingua li segue, come se fosse in corso un’operazione alchemica che filtra l’orrore che respiriamo per portarlo a forza di rarefazione da un’altra parte, in un luogo più alto, o più lontano, dove davvero respirare in modo diverso. Se la lingua di uno scrittore arriva a tanto, c’è di che essergliene discretamente grati.

 

Respira. Pulisciti dalla mente che hai attraversato, lascia andare i suoi residui, come sabbia tra le dita, come scorie oscure che ti escono dal corpo, come acqua. Senti l’acqua che ti lava la cassa toracica. Di nuovo mi è sembrato che – per un istante – qualcosa, una materia bianca, luminosa, galleggiasse nella stanza.

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