Letizia Muratori. Come se niente fosse

Villa Gunther, la residenza di una facoltosa famiglia laziale in evidente declino, fa da sfondo a Come se niente fosse (Adelphi, pp. 140, € 15), l’ultimo romanzo di Letizia Muratori. Si tratta di un luogo antico e malinconico, che immaginiamo immerso in un’atmosfera autunnale, un po’ annoiata e rarefatta, dove il tempo sembra non scorrere: qui hanno sede corsi di equitazione e un circolo culturale dove poche donne, amiche di lunga data, si ritrovano per scambiarsi consigli di lettura.

 

La narratrice e protagonista, di cui non si conosce mai il nome, è una scrittrice in piena crisi creativa ed esistenziale che viene invitata a Villa Gunther come coach di un laboratorio di lettura a cui partecipano sua sorella, la nipote e le vecchie compagne di equitazione; dai suoi ricordi, con cui l’autrice intervalla la narrazione, sappiamo che frequenta la villa sin da quando era piccola, sin da quando, grazie alla guida di Giacinta Gunther, scopre il suo amore per i cavalli; ma la potenza di questo incontro, quello con l’amore, non si esaurisce nella passione infantile: la protagonista, da adolescente, si avvicina al fratello di Giacinta, Lorenzo, ragazzo singolare, innamorato dei libri e caratterizzato da un’ambiguità magnetica.

 

All’inizio sembra che quel che conta nel romanzo sia solo la scrittura, la ricerca dei termini adatti che possano fornire, con il pretesto di semplici descrizioni, quella tensione lirica che rende la prosa di Letizia Muratori molto intensa e pulita, come se non esistesse nient’altro che l’intenzione di esprimere la realtà così com’è.

 

Ma qualcosa di invisibile soggiace alla narrazione dei fatti, tutto sommato ordinari: una sorta di balena bianca cui tutto allude, un evento antico e traumatico che sembra imprimere di sé il presente, ma che viene caparbiamente nascosto dai protagonisti e dalla narratrice stessa. Quando la verità emerge, a metà romanzo, la scrittura si riempie di sostanza e colore: quei personaggi che l’autrice aveva descritto con pochi tratti essenziali, come un pittore con i propri bozzetti, prendono vita.

 

Per la protagonista è come uscire da “un’apnea durata anni”: ora non può far altro che urlare la verità e il suo ricordo come fosse l’unico modo per salvare se stessa e la propria arte; decide così di recuperare le immagini dell’evento perse nei propri abissi attraverso la stesura di un testo che possa essere declamato al corso di lettura, in una sorta di terapia di gruppo, cui dovrebbe seguire una redenzione collettiva. Ma non si è sicuri che tale panacea funzioni: la nipote esclama “Non ho capito!” e Giacinta le appunta alcune incoerenze narrative che nulla hanno a che vedere con il contenuto; sembra proprio che dopo questa lettura nessuna trasformazione sia avvenuta e che la rivoluzione del singolo non abbia contagiato nessuno; o che forse la strategia del romanzo e della scrittura riposizioni la realtà degli eventi nella finzione, lasciando chi non vuole sporcarsi al riparo da essa.

 

Il titolo del romanzo, Come se niente fosse, risuona così come una denuncia nei confronti di chi sente ma non comprende, come l’urlo di Cassandra, destinato a non essere mai ascoltato.

 

La Muratori ha scritto un piccolo libro che contiene, in germe, moltissimo: tutto è accennato e sapientemente sottratto alla dichiarazione didascalica; la storia rimane aperta e molti spazi rimangono intenzionalmente vuoti fornendo al lettore occasioni per pensare.

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