Luca Ricci. Mabel dice sì

Nel suo recente Some notes on the novella, Ian McEwan riflette sulle rispettive misure del romanzo e della novella prendendo decisamente le parti della seconda, da noi più nota come romanzo breve, o racconto lungo. Il difetto principale del romanzo, per dirla molto in breve, sarebbe quello di essere troppo inclusivo per essere davvero efficace e piantarsi come un punteruolo nell’immaginazione del lettore. Al contrario, nella novella, le frasi possono acquistare più “precisione e chiarezza, e realizzare i loro effetti con un’intensità fuori dal comune”, ed è presente un elemento di performance che ci rende “fortemente consapevoli del sipario e del palcoscenico, e dell’autore come illusionista”.

 

Quasi senza rendermene conto pensavo a McEwan leggendo Mabel dice sì di Luca Ricci (Einaudi, pp. 137, € 12,50); pensavo al dono di precisione e di efficacia leggera, ma allo stesso tempo forte e stratificata che mi aveva colpito leggendo i racconti di L’amore e altre forme d’odio (Einaudi, 2006). Tra i narratori italiani, Ricci è quello che ha più talento per la novella, misura ingiustamente vilipesa dagli editori, e quindi anche dagli scrittori, a favore del più collaudato romanzo (anche se, come osserva giustamente McEwan, di molti scrittori, da Mann a Kafka a Conrad, ricordiamo prima di tutto i romanzi brevi – o racconti lunghi che dir si voglia).

 

In questo libro che si legge come una parabola della vocazione artistica e si apre con un bivio dialettico (sì/no, Mabel/Bartleby), il protagonista è un ragazzo che non ha mai finito il conservatorio e che per sfuggire alla conferma della sua mancanza di talento si trova un lavoro come portiere di notte che da part-time diventa lavoro a tempo pieno, gli riempie la vita e gli fornisce una collocazione e uno scopo, per quanto laterale rispetto ai suoi desideri. Ma il pianista-portiere è veramente consapevole dei suoi desideri? Forse deve soprattutto sfuggire al terribile sospetto di non averne. Il suo contraltare, amica e specchio negativo insieme, è la collega Mabel, che sembra, pur nella disapprovazione generale dei personaggi che si muovono sul palcoscenico dell’anonimo albergo pisano dove si svolge la storia, essere l’unica veramente capace di accogliere gli altri, di amarli come sono, anche se per poco, o clandestinamente, o fraintendendo i propri e i loro desideri. E quando Mabel improvvisamente sparisce, sembra che per il protagonista sparisca ogni vera possibilità di dire – anche lui – sì al mondo: 

 

Come se quei giri fossero una prosecuzione del mio lavoro, mi lasciavo ipnotizzare dai turisti. Alcuni erano proprio bizzarri. Una volta ne vidi un paio che mangiavano l’erba del prato. Cioè, la mangiavano a turno. Uno si metteva giù a brucare e l’altro scattava una foto, poi si scambiavano i ruoli. Di tanto in tanto pensavo anche a tutti gli artisti del mondo. Alla loro smania di affermarsi, ai loro goffi tentativi di mettersi in mostra per emergere. Non riconoscere più in me nessun fuoco sacro era una piccola liberazione. Nessuna investitura accademica, nessuna musa all’orizzonte. Rinserravo le mani nel cappotto, e mi piaceva sapermi uno qualunque, uno dei tanti che affrettava il passo nel freddo lucido del pomeriggio per tornare verso casa.

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