Marta Pastorino. Il primo gesto

La scrittura di Marta Pastorino (Il primo gesto, Mondadori, 185 pp., 17 €) ricorda un albero d’inverno, con rami spogli, tratti netti ed essenziali. Non ci sono sbavature, ma nemmeno sprazzi di colore. Si potrebbe confondere questa voce monocromatica con una sorta di anonimia stilistica, ma saremmo molto lontani dall’essenza del libro. “Mentre tengo la mano sul ventre, sento un colpo, so che è il bambino che si muove, ma mi spavento, mi fa paura e vorrei che non fosse lì, a galleggiare dentro di me, ho voglia solo di uscire, di sedermi sugli scogli, come facevo prima, quando non ero incinta, e andavo davanti al mare”. Sembra che ogni frase o inciso contenga uno strano gioco di sottrazione delle parole. Come se il lacerarsi di una vita, che è l’oggetto di questo libro, non potesse che essere pronunciata con espressioni esili, quasi aride.  

 

Il romanzo racconta la storia di Anna, una ventenne che per cercare l’indipendenza dalla propria famiglia si ritrova a fare la badante a una nonna che non è la sua, una signora anziana e cieca che parla sempre e solo del suo unico nipote, sparito anni fa. Mentre una vita si sta spegnendo accanto ad Anna un’altra le sta crescendo dentro, ma quel corpo che sente muoversi nella pancia è un essere estraneo, poco immaginato e ancora meno desiderato. Poi l’attesa dei due eventi finisce, la morte e la nascita si sfiorano, vanno quasi a coincidere e Anna si ritrova nella morsa assordante tra passato e futuro.

 

È la narrazione stessa a volere questo linguaggio distaccato dalla vita. Anna ha perso il contatto con la terra, ha reciso le radici delle proprie origini e ora non è in grado di sentire la naturalezza della propria esistenza. Solo un incontro riuscirà a sciogliere il dolore di questa separazione. “State nel presente. Scendete verso la vostra terra, non verso quella futura, lontana”. E così potrà finalmente raccontare a qualcuno la propria storia e sarà libera di vivere in un presente tutto suo.

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23 Aprile 2013
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