Sandro Bonvissuto. Dentro

Sono tre racconti a comporre Dentro, l’esordio narrativo di Sandro Bonvissuto, tre racconti legati dalla comune identità del protagonista; o così almeno si è portati a pensare, dal momento che quelli descritti sono episodi di vita narrati in prima persona che sembrano scandire le tappe di un romanzo di formazione, montato però a ritroso.

Adulto in carcere, adolescente sui banchi del liceo, e infine bambino, tra mura domestiche e strade di terra battuta che conducono altrove.

L’unità tuttavia non è data dalla continuità della trama, né da un’eziologia al contrario, ma dalla peculiarità di un linguaggio icastico che veicola, nei racconti, un’identità di sguardo.

 

Il primo momento, il carcere, è una lenta catabasi: dall’espropriazione delle impronte digitali – su un pezzo di carta, irreversibilmente visibili per tutti e come tali perdute – al tragitto in macchina, ai corridoi sempre più disadorni, fino alla desolazione della stanza buia e all’insopportabile odore del cesso in questa.

E progressivamente poliziotti sempre più indifferenti, la sottrazione di tutti gli oggetti, la sospensione come cifra di quel pezzo di mondo murato, rifiutato e separato, dove persino votare sembra un’operazione priva di senso in assenza di un legame con la vita al di fuori. Una biblioteca senza libri, una sala giochi con un gioco soltanto, giornate di niente scandite solo da alleanze tra detenuti e regole di comportamento e di convivenza, conseguenza di quel bisogno di aggrapparsi al “residuo di umanità” che Steinlauf insegna a Primo Levi ad Auschwitz.

 

Questo capitolo occupa buona parte del testo ed è sicuramente il più maturo dei tre, ma è soltanto mettendolo in rapporto con i frammenti che seguono, e dunque nel gioco di rimandi che questa struttura narrativa inaugura, che è possibile coglierne la ricchezza: il dialogo silenzioso e per nulla scontato che Bonvissuto costruisce tra lo spazio-tempo e le sensazioni, suggerito in principio da quell’idea che la vera punizione inflitta ai detenuti siano l’infinito tempo e il niente di spazio, esplode infatti in tutta la sua potenza via via che si procede nella lettura, attraversando ulteriori immagini: il banco di scuola per due che diviene città-stato, una strada tutta dritta che alle volte si fa più stretta per poi dividersi, il piccolo deserto separato dai luoghi conosciuti, il tempo che è dei luoghi e la violenza degli orologi.

L’autore suggerisce le implicazioni esistenziali della claustrofobia della stanza di quattro metri o del cortile di cinquantaquattro passi, dei banchi a due posti che impongono di decidere chi sarà il tuo altro o che ti costringeranno a diventare, per qualche imperscrutabile destino, “l’altro di un altro”.

 

Non è mai scontato il punto di vista che l'autore adotta, né le parole e gli universi semantici che saccheggia e ibrida nelle sue descrizioni, diramando, arricchendo, deviando: così la notte si fa densa e si “rovescia per terra”, le serrande degli appartamenti si aprono “come fossero le palpebre degli occhi di vetro degli edifici”, improvvisamente svegliati dal loro sonno, e la violenza del carcere è quella del muro e delle inevitabili bugie che devono essere dette per sopravvivere a una verità altrimenti insopportabile.

 

E tuttavia paradossalmente credo che tale ricchezza sia insieme il limite del libro: in alcuni tratti questa bravura tradisce lo sfoggio, e sulla pagina comporta un’insistenza eccessiva sull’immagine scelta, presa troppo sul serio, esibita al punto da risultare depotenziata.

Le riflessioni, ancorché ricche, in alcuni passaggi finiscono così per piegarsi su loro stesse, tradendo ambizioni sapienziali, come se mancasse un po’ il coraggio di rinunciare: buttare via immagini che, ancorché belle o forse proprio perché belle, prendono il sopravvento sul racconto diventando loro stesse protagoniste, smorzando così la violenza delle cose, che corre il rischio di risultare “avvolta da una nebbia perenne”, quella delle parole.

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