Sergio Garufi. Il nome giusto

La narrativa italiana conosce un momento particolare. Sarà per via dell’aumento vertiginoso delle pubblicazioni – romanzi e racconti –, sarà forse per l’arrivo di una nuova generazione di scrittori, nata a metà degli anni Settanta, e anche dopo, ma non passa settimana che non escano libri nuovi, e anche interessanti. Non tutti ovviamente, anche perché l’attuale ritmo editoriale, imposto dalle leggi del marketing, sollecita anche gli scrittori già affermati – quelli della generazione degli anni Sessanta – a pubblicare un libro ogni anno, o quasi, non sempre con risultati soddisfacenti.

 

In questa massa di opere come orientarsi? Quali libri leggere? Quali no? Chi consiglia a chi? Tutti interrogativi cui vale la pena di rispondere. Come? Provando ad affidare il compito di leggere e recensire i libri ad una nuova generazioni di lettori, e soprattutto di lettrici – sono le donne a leggere più libri di narrativa, o più libri in generale, rispetto agli uomini. Ecco allora che inizia con questo primo articolo una “rubrica” di recensioni scritte da persone che debuttano in quest’attività portando con sé uno sguardo che non è quello dei critici di professione attivi su quotidiani, settimanali o riviste.

Pezzi non troppo lunghi, da leggere velocemente, ma sempre con una visione attenta e informata del libro che prendono in esame. Si chiama Italic, dal nome del carattere a stampa: un classico prodotto italiano.

 


 

Com’è l’autore stesso a dire in una pagina del libro, è il patchwork la cifra stilistica de Il nome giusto (Ponte delle Grazie, 2011), l’assemblaggio di materiali eterogenei e il desiderio di tenere insieme e dare forma a quella bellezza nelle cose che egli dice di saper riconoscere.

Gli elementi di cui dispone, la cornice entro cui li inserisce e il filo che li unisce: sono queste le dimensioni cui guardare per parlare del primo romanzo di Sergio Garufi.

 

La narrazione non è lineare, al variare dei registri linguistici corrispondono cambi di scena e di tempi, frammenti si alternano in maniera scomposta e se soltanto alla fine diviene possibile ricostruire la cronologia nel suo insieme, non si ha mai la sensazione di smarrirsi. Non vi è la volontà di confondere e i salti logici sono conseguenza dell’espediente narrativo. Immaginando di essere morto e consegnato a un limbo che gli consente, non visto, di frequentare gli spazi della propria esistenza e il procedere delle cose dopo di lui, Garufi lega il racconto al destino dei propri preziosi libri, venduti uno dopo l’altro nella bottega del rigattiere Lino che li ha ricevuti dopo la sua scomparsa: ricordando un episodio del proprio passato connesso al testo; seguendo il nuovo acquirente e interrogandosi sulla vita di questi; perdendosi infine nel libro stesso, nel legame e nell’ammirazione che lo lega allo scrittore (come per Foster Wallace e Borges).

La partecipazione con cui racconta di sé si alterna alla lucidità con cui si giudica, alla delicatezza con cui esplora le vite degli altri e alla minuzia con cui descrive il valore che le cose hanno per lui (o con cui precisa quali cose, come quando si sofferma sulla fascinazione per i movimenti circolari).

 

Si avvicendano le donne che lo hanno accompagnato nelle diverse fasi dell’esistenza, i cani, i differenti luoghi – Milano prima, l’America temporaneamente, e Roma da ultima – e i suoi lavori, o, detto meglio, le diverse modalità di esercitare l’attività di arredatore.

Il collante, come per ogni autobiografia, non può che essere l’autore stesso: il modo di guardare alle cose; l’eredità familiare – i conflitti e la separazione dei genitori, il suicidio del padre, la coscienza, tardiva e violenta, della propria adozione, la distanza dai propri fratelli –; la passione per l’arte e la letteratura che prende corpo negli innumerevoli riferimenti e nelle scelte linguistiche (abbraccia registri differenti ed esplora universi lessicali a lui cari, peccando talvolta di una fastidiosa ostentazione).

E, infine, la costante rappresentazione del desiderio di scrivere un libro, di portare a compimento il progetto che, al protagonista ma non all’autore, sempre sfugge.

 

Costruire una narrazione frammentaria è forse l’unico modo, per l’autore, di poter parlare della propria vita, che manca di quel filo rosso che farebbe sentire meno la frustrazione che attraversa tanto le pagine del libro quanto il protagonista, sempre teso a fare i conti con la propria inadeguatezza e con la fatica di affrontare il romanzo “insopportabilmente verboso e melenso” che cerca di portare a compimento, di dover misurare la propria inettitudine nelle relazioni, amorose e familiari, di avvertire la necessità del “ricominciare da capo” – o di esserne costretto dalle circostanze.

 

La sensazione, scorrendo le pagine, è quella di ritrovarti a un tavolo con qualcuno che ha confezionato un collage di ricchi spunti, e ti porta a perderti su Google guardando le sculture di Mitoraj o cercando parole di cui ignoravi l’esistenza; e ti verrebbe voglia di dirgli che magari alcune frasi stonano per la loro artificiosità, ma che nel complesso si è conquistati dalla storia descritta e dal modo in cui è narrata, che riflette quello in cui è facile riconoscersi: l’impossibilità di tenere insieme la propria esistenza e il bisogno di affidare ai libri, agli autori, alla letteratura, il compito di farlo per noi (che sia una costante o una costante generazionale, questo proprio non so).

 

Non è facile capire se la necessità di liberarsi dal tormento di dover dare forma al proprio libro sia qualcosa che riguardi il protagonista o l’autore: la finzione letteraria dimostra di averci sedotti, la scrittura del romanzo è la sfida da vincere per uscire dall’insoddisfazione, ma il finale, con il protagonista che ci lascia in anticipo e senza il romanzo concluso, non dà risposta - con l’ambigua frase: “a Roma non ero venuto per Anna o per diventare uno scrittore.Ero venuto a tacermi per iscritto”.

È soltanto il protagonista che cancella il proprio file Word a parlare, risolvendo così il rapporto con la scrittura, o si insinua qui la voce dell’autore che dà corpo all’autobiografia raccontando il fallimento del proprio romanzo?

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