Valeria Parrella. Lettera di dimissioni

Si ha l’impressione che il senso dell’ultimo romanzo di Valeria Parrella, Lettera di dimissioni, (Einaudi, pp. 187, €18,50) sia tutto rinchiuso nella citazione che apre il libro, tratta dalla Repubblica di Platone: “Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri. Somigliano a noi,  risposi”.

È proprio per immagini che ricostruiamo la storia di Clelia, accompagnati dal suo sguardo che rischiara a fatica antiche fotografie trovate “nel caravanserraglio della soffitta”; la visione che ci propone è sfocata e lampeggiante, come fossimo illuminati da una luce indiretta, da una conoscenza imperfetta e spezzata, che si protende verso ombre che sembrano promettere la verità della storia, il senso del tempo.

 

Percorriamo l’albero genealogico di Clelia condotti dalla linfa di una scrittura immediata e potente, che ci svela una storia che comincia quelle di altri. Storie che ci raccontano delle guerre che portarono Franca, la nonna russa, a Napoli, e tolsero l’udito al nonno Riccardo, veicolo delle confortanti radici classiche della cultura della protagonista; e che continuano con gli anni ‘70 e ’80, seguendo l’incontro fra i genitori, quando vediamo irrompere la cultura scientifica, la sicurezza di un pensiero positivo, luminoso e netto, come quello del comunismo vissuto senza dubbi, quando era facile dirsi comunisti e, nel contempo, sapere esattamente come comportarsi. Ma quando compare il nome della protagonista, spazio bianco nell’albero genealogico fino a metà romanzo, il tempo perde senso e direzione e la ricomposizione dei frammenti si fa più difficile. La storia smette di essere Storia per incalzare in un susseguirsi scomposto di eventi e personaggi che riconosciamo nei detriti che affiorano verso la fine, di fronte ai quali “l’unica allora era girarsi e scegliere l’aperitivo. In quei giorni Bloody Mary”.

 

Le immagini della famiglia, poste alla giusta distanza che il trascorrere del tempo garantisce, permettono a Clelia di guardarsi riflessa negli altri, convinta che “la vita stava tutta fuori di me”; ma poi arriva “la guerra iniziata alla fine della prima Repubblica”, sotterranea e silenziosa, che inietta il non-senso nelle cose trasformate in merce, che svuota da dentro ogni possibile narrazione, lasciando autore e lettore con la sensazione di non poter più comprendere, se non con un gesto totale, un crollo definitivo, che azzeri il cumulo di errori e risciacqui i detriti: le di-missioni, che ci “mandano in diversa parte”.

 

La scrittura segue i ritmi del tempo che racconta: il lettore assapora la prima parte lentamente, sforzando la vista nel cogliere le luminescenze del passato, per poi rotolare nel terzo millennio con la fretta della protagonista, con l’urgenza di redimersi nel finale; e proprio così il romanzo si compie, insieme organico e funzionale alla varietà dei propri ritmi interni.

Ma il punto di vista non è solo quello personale di una donna in cerca della propria storia: Clelia, facendo tesoro dell’anthropos micròs cosmos trovato sul retro di una foto, riflette la propria storia in quella di Napoli, nei suoi monumenti, dall’arroganza del Jolly Hotel al crollo della Casa dei Gladiatori di Pompei, passando per voli da sabba sui palazzi della periferia, nel tentativo di vedere tutto di una città che, più di ogni altra, si sottrae alla comprensione cristallina. L’operazione di rispecchiamento della storia di Clelia nel suo cosmo è particolarmente riuscita: Parrella, senza ricorrere a riflessioni esterne superflue, mostra le profonde e necessarie interconnessioni tra il tutto e le parti e li integra con armonia.  

 

Fotografie, lampadine tremolanti, pianeti con la loro irriducibile metà oscura, specchi paralleli che ripetono all’infinito la figura di una donna caparbiamente impegnata a vedere e a vedersi, cambiando posizione, sollevandosi dal suolo o illuminando in controluce i resti del suo tempo: il reticolo di immagini che percorre il romanzo contribuisce a farne un’efficace metafora di una visibilità impossibile.

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