Calvino Twitter: riassunto o commento?

 

Provo a rispondere ogni quindici giorni agli interventi dei lettori circa la mia riscrittura delle Fiabe italiane di Calvino. Non sarò brevissimo (almeno qui non devo stare nei 140). Prendo di petto la questione fondamentale: riassunto o riscrittura? Me l’hanno posta in modo diversi: @iguanadan @aridomordace @matteobassioni @lugalz @orientinaDiGiov. Si tratta di riassunto o di riscrittura?

 

Risponderei così: entrambe le cose, poiché riscrivo riassumendo. Twitter con i suoi 140 caratteri impone una riduzione di spazi; e avendo stabilito di fare ogni fiaba, indipendentemente dalla sua lunghezza, in tre tweet, il risultato è prima di tutto un riassunto. Ma vediamo cosa sarebbe esattamente un riassunto. Per farlo uso ancora Calvino. Nel numero de “L’Espresso” del 10 ottobre 1982 Umberto Eco lancia una piccola sfida: “Elogio del riassunto”. Spiega quanto sia utile fare dei riassunti, che lui ne ha fatti molti, non solo a scuola – dove in genere si odiano –, ma anche dopo, nei primi lavori alla Rai, e poi sulla “Rivista d’Estetica”. Non ci dice cosa sia un riassunto, ma ne accumula alcuni dell’Ulisse e fa seguire 12 esempi chiesti a vari scrittori, poeti e saggisti: Moravia, Giudici, Bertolucci, Malerba, Arbasino, Calvino, Garboli, Raboni, Guarini, Mariotti, Chiara e Eco stesso.  

 

Una settimana dopo Calvino interviene su “La Repubblica” (22 ottobre 1982): “Poche chiacchiere!”. Si tratta di un testo molto bello (lo si legge ora in “Riga” dedicato a Calvino, Marcos y Marcos; si veda: rigabooks.it), dove lo scrittore ligure definisce il riassunto stesso, la sua metodologia e la differenza con il commento (su “L’Espresso” l’occhiello per l’articolo di Eco era: “Pedagogia”). Riassumere dice Calvino, riprendendo Eco, è “scegliere quel che è indispensabile dire e quanto si può tralasciare, e questo “equivale a pronunciare implicitamente un giudizio critico” (frase di Eco). Ma subito pone due condizioni (“regole del gioco”) per avere un riassunto e non un commento, ovvero un discorso critico-teorico: 1. “il riassunto deve essere costituito da enunciazioni, pensieri e possibilmente parole contenute nell’opera da riassumere”; in altre parole, deve rendere conto dell’aspetto stilistico del testo che riassume; 2. non deve contenere giudizi di ordine critico. O è riassunto o è commento. Poi aggiunge: 3. il riassunto può essere un “atto critico e creativo”, ma a patto di evitare lo scoglio della piattezza scolastica, quella del falsamente oggettivo. Precisa che il riassunto del Robinson Crusoe (qui di seguito) l’ha fatto usando solo termini concreti e disadorni come è nello stile di Defoe. Fa una critica a Eco che, pur avendo sicuramente in mente cose del tutto simili alle sue, nel suo “Elogio” alla fine lascia il dubbio che “il riassunto ideale possa essere un micro saggio di commento dell’opera”. Quindi passa in rassegna il lavoro dei suoi colleghi e amici su “L’Espresso” dicendo che l’unico che si avvicina al suo ideale di riassunto è Cesare Garboli alle prese con “I promessi sposi”, ma a cui, tuttavia, è sfuggito l’aggettivo “sadomasochista” che è incongruo con la regola stilistica che si è dato (Arbasino, poi, ha fatto un commento-divagazione “in cui c’è tutto tranne quello che succede nel romanzo”).

 

Allora tiriamo le somme. Quante di queste regole ho osservato? Prima di tutto, grazie a un consiglio del gruppo TW di Doppiozero, ho separato il riassunto (i tre tweet) dal commento (il quarto), che non è di tipo critico-saggistico bensì morale: la morale della storia con gli occhi di oggi (o quasi). Ma sono dei veri riassunti quelli che ho fatto nei tre tweet? Sì e no. Ho seguito la prima regola data da Calvino (“deve essere costituito da enunciazioni, pensieri e parole contenute nell’opera”), ma non sempre quella stilistica, poiché ho usato a volte sinonimi delle parole della fiaba per necessità di spazio (ho usato sinonimi brevi). Conclusione: è un riassunto per tre quarti, con un dubbio stilistico riguardo al rimanente quarto.

 

Secondo problema. Ma è una riscrittura? Diciassette anni fa ho curato quel numero di “Riga” che ho citato prima. In questo numero avevo cercato di individuare il laboratorio artigiano di Calvino (LAC), che andava dal leggere al tradurre passando per scrivere, descrivere, riassumere, raccontare, riassumere e anche riscrivere. Avevo scelto il testo di una conversazione tra Calvino e Tullio Pericoli, intitolata “Furti ad arte”. Si trattava di una mostra (“Rubare a Klee”) in cui Pericoli rifaceva a suo modo Klee. Un testo davvero interessante che oggi si legge nel volume dei Saggi di Calvino (Meridiani Mondadori a cura di Mario Barenghi). Non sto a raccontarlo tutto, ma metto in fila due o tre cose che mi servono per rispondere ai miei lettori sul riscrivere. Dice Calvino: 1. l’idea che l’artista sia proprietario di qualcosa è una idea abbastanza tarda; all’inizio l’idea di rubare da un altro autore non c’è, “perché lo stile è qualche cosa di generale, è un modello ideale”, qualcosa da raggiungere, che tutti devono raggiungere: l’imitazione è un dato canonico dell’arte; 2. fare un omaggio a un autore significa appropriarsi di qualcosa che è suo; 3. a partire dagli anni Sessanta, “rubare diventa un tema importante della problematica letteraria: il rifacimento, la riscrittura”; fa un esempio: Tournier che rifà appunto Robinson in Venerdì o il limbo del Pacifico; e cita anche se stesso che rifà Marco Polo nelle Città invisibili.

 

Conclusione: ho seguito in questo Calvino; non in modo programmatico, ma praticamente, tanto è vero che mi ero dimenticato di aver io stesso raccolto il testo di Calvino sul riassunto e l’ho cercato negli archivi cartacei e ritrovato in quello de “L’Espresso” il testo di Eco e i 12 riassunti. Ma evidentemente l’inconscio ha lavorato anche in assenza di una memoria volontaria. Conclusione delle conclusioni: ho scritto dei riassunti ma anche delle riscritture. In una cosa mi sono espressamente ispirato a Calvino, nell’uso delle parole con cui ridare le Fiabe: evitare di diffondere la peste linguistica di cui lo scrittore parlava nelle sue Lezioni americane. In quel testo parlava di perdita di forma del linguaggio, della perdita di concretezza. Qui in “Poche chiacchiere!” scrive: “esercizi di concisione, d’economia della parola, di pregnanza concreta sono quanto mai necessari a ogni scrivente o aspirante allo scrivere che voglia difendersi dalla peste verbale che ci circonda”. E ancora: “non s’insegna mai abbastanza che la laconicità e l’incisività sono i mezzi migliori per assicurare al proprio pensiero la capacità di comunicare e imporsi”. Oltre vent’anni fa nella scuola superiore dove insegnavo avevo provato a fare qualcosa del genere: riassunti ed esercizi di descrizione (Calvino più Perec). Adesso, con queste tweet sono tornato sui banchi anch’io, una specie di scuola ideale. Mi ricordo che anni fa alla radio (Radio Popolare di Milano) Stefano Bartezzaghi aveva fatto dei dettati per i suoi ascoltatori; un esercizio considerato elementare, da scuola elementare, ma per nulla scontato e facile. Ecco, mi piacerebbe che li rifacesse in Twitter, nel canale che abbiamo aperto, sempre che Stefano ne abbia ancora voglia.  Grazie, e a tra quindici giorni.

 

 


Riassunto di Calvino:

 

Daniel Defoe: ROBINSON CRUSOE (1719)


Un naufrago raggiunge un'isola deserta, unico scampato. Ha con sé solo pipa e tabacco. Dal relitto faticosamente recupera provviste, rum, armi, munizioni (andrà a caccia d'uccelli e capra), ascia e sega (costruirà un fortino), chicchi di grano (seminerà e raccoglierà). Trova anche denaro (“A che servi?”, ma lo prende), penne inchiostro e carta; tre Bibbie; cani e gatti. Si fa un tavolo, una sedia, si mette a scrivere: un bilancio della sua sorte in due colonne, il male e il bene che lo compensa, per cui ringrazia Iddio. Fa tutto da sé: reinventa l’agricoltura; fa il vasaio; si veste di pellicce. Ha un pappagallo, sola voce amica. Dopo 15 anni di solitudine (anelando ritrovare i suoi simili) una scoperta lo terrorizza: l’orma di un piede sulla sabbia! Tribù sogliono sbarcare a celebrare riti cannibalici. Sparando, salva una futura vittima. II selvaggio Venerdì riconoscente diventa suo suddito: lavora obbediente la terra; studia il Vangelo. Altre vittime liberate poi: il padre di Venerdì e un bianco (ma spagnolo, dunque nemico: altro pericolo!). Sbarcano finalmente degli inglesi; portano prigionieri legati (Venerdì crede anche i bianchi cannibali); sono marinai ammutinati. Gli ufficiali, salvati, recuperano la nave: dopo 28 anni Robinson lascia l’isola.

 

“L’Espresso”, 10-17 ottobre 1982.

 

 

 

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11 Novembre 2012