Juan Ramón Jiménez. Madre, dimentico qualcosa, ma non mi ricordo…

(Madre, me olvido de algo, y no me acuerdo…)

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.

 

Il verso, che appartiene a una poesia dal titolo El Adolescente (L’Adolescente) non è forse tra i versi del poeta andaluso che meglio possono essere indicati come esemplari di una poetica, dei suoi modi, delle sue forme. Ma per questo verso, e per la poesia che lo comprende, m’è accaduto di avere, lungo gli anni, una particolare affezione, perché è parte dei miei ricordi di adolescenza. La poesia l’ho letta la prima volta, sui quindici anni, nel volume in carta india Orfeo. Il tesoro della lirica universale, a cura di Vincenzo Errante e Emilio Mariano, nella traduzione di Gino Regini (il volume, che ancora conservo, è una estesissima antologia, in traduzione italiana, della poesia di molte lingue ed epoche, dalle prime testimonianze assiro-babilonesi alla poesia ispano-americana degli anni Cinquanta del Novecento, dalla lirica greca al simbolismo francese al futurismo russo, per dire solo di qualche arco temporale, e tra i traduttori, oltre ai nomi dei curatori, figurano anche i nomi di Diego Valeri, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti, Renato Poggioli, Leone Traverso, Carlo Bo, Mario Luzi, per dire solo di alcuni). Un mare di versi, nel quale la navigazione serale e qualche volta notturna di un adolescente poteva avventurosamente dispiegare le vele dell’immaginazione. Molti nomi di poeti li ho conosciuti lì per la prima volta: alcuni li avrei ritrovati, negli anni a venire, nella loro lingua originale, e qualcuno mi sarei anche arrischiato a tradurlo.

 

Il verso di Jiménez è parte di un dialogo tra la madre e il figlio nella notte che precede la partenza di quest’ultimo verso il Nord. La scena è annunciata da due versi messi tra parentesi e in corsivo, quasi didascalia drammaturgica, nel testo originale, due versi che mostrano nel patio di marmo il baule già chiuso (“El baúl espera, cerrado ya, /en el patio de mármol”). Il figlio, già sveglio prima dell’alba, sente che dimentica qualcosa, ma non sa che cosa. Le domande della madre passano in rassegna quel che il figlio può aver dimenticato: il vestito, i libri, il ritratto… no, tutto è stato preso, eppure c’è, forte, nel sentire del figlio, la certezza di una dimenticanza, una dimenticanza, un vuoto, che non ha un nome: “– Madre, me olvido de algo, y no me acuerdo…/ Madre, ¿qué es eso que olvido?” (“Madre, dimentico qualcosa, ma non mi ricordo… / Madre, che cosa dimentico?”). L’alba, sopraggiungendo, accentua nei pensieri del figlio le ombre e l’ansia del distacco: con la partenza cesserà la voce della madre, il suo ascolto, e il mondo stesso, fuori, si profila come un grande vuoto. “¡No van a ninguna parte /los matinales caminos” (“A nessun luogo portano / i sentieri mattinali”). Ma ecco, all’improvviso, nell’alba che è già sorta, e nell’ansia che cresce, la rivelazione di quel che mancava, la rivelazione della natura vera dell’addio che sta per prendere forma: “¿Madre, ya sé lo que me faltaba: / todo, tú, y yo!” (“Madre, ora so quel che mi mancava: / tutto mancava… tu, io!”). Si disegna, nell’addio, il fantasma del Nord, del nero Nord, si sente il fischio del freddo vento (“Norte negro. / Silba el viento, grande y frío”). 

 

 

Se nella prima adolescenziale lettura ero colpito dall’esito del dialogo tra il figlio in partenza e la madre – la dimenticanza di sé e della madre, insieme, e dunque la partenza come distacco dal sé vissuto in quel luogo, dal sé dell’adolescenza, e dalla madre, che era presenza assidua e necessaria a quel sé e a quel luogo – nelle letture sopravvenute dopo molti anni (avevo nel frattempo ritrovato l’originale spagnolo), ero colpito da come i versi riuscissero a dire, con un andamento narrativo e teneramente familiare, il senso proprio della lontananza. Una lontananza che di fatto ancora non c’era, ma che ugualmente insinuava le sue ombre nella notte della vigilia, nell’ansia del figlio, in quel vuoto ancora privo di nome, e prendeva infine la forma di una mancanza inesorabile, necessaria, crudele: con la partenza si apriva l’oscuro tempo della dimenticanza di sé, della dimenticanza della madre, figura non solo dell’origine, dell’appartenenza, ma anche del luogo a sé più proprio, del tempo vissuto in quel luogo. La lontananza prima era presagita come distacco dalla presenza affettiva, poi era percepita come tempo e spazio di un altrove ignoto e gelido (i sentieri del mattino senza sbocco, il Nord, il sibilo del vento freddo): la lontananza come separazione dal caldo degli affetti. Insomma nei versi di Jiménez cominciavo a leggere una rappresentazione verticale dell’addio (per questo, quei versi sono riapparsi nel capitolo che nel Trattato della lontananza ho dedicato all’addio). 

 

L’affezione per quel verso che apre il dialogo notturno e per la poesia che lo comprende ha un’altra ragione, che avrei scorto meglio, anche questa, dopo alcuni anni: il fatto di avvertire, leggendo, in un modo certo sotterraneo e vago, il presagio della mia partenza, del mio addio alla madre. Che avvenne, appunto, come partenza verso il Nord, appena conclusa l’adolescenza (muovendomi, anch’io, dal Sud: non dall’Andalusia, ma da una terra che per certi aspetti le somiglia, il Salento). 

Certo, il verso scelto non ci porta direttamente nel cuore della poesia di Jiménez, nel suo giardino malinconico e incantato, dove la leggerezza del sentire unisce rimembranza e prossimità alla natura, meditazione e canto. E tuttavia, indugiando sulla soglia di un’adolescenziale partenza, quel verso ci mostra un aspetto che appartiene a tutta la poesia di Jiménez, cioè l’attenzione delicata ai sommovimenti dell’interiorità, anzi la forte cura dell’intimità: un’intimità che dà il suo colore allo sguardo sul paesaggio e sul mondo. 

 

El Adolescente

 

(El baúl espera, cerrado ya,
en el patio de mármol)

1

– Madre, me olvido de algo, y no me acuerdo…
Madre, ¿qué es eso que olvido?

– La ropa va toda, hijo.

– Sí, mas me falta algo, y no recuerdo…
Madre, ¿qué es eso que olvido?

– ¿Van todos los libros, hijo?

-Todos, mas falta algo, y no me acuerdo…
Madre, ¿qué es eso que olvido?

– Será… tu retrato, hijo.

-¡No, no! Me falta algo, y no recuerdo…
Madre, ¿qué es eso que olvido?

– No pienses más, duerme, hijo…

y 2

– ¡Madre! (La aurora es otra). Tu voz viva
sonará…, mas sin yo oirlo!
¡Sólo una hora por medio,
y ya está el mundo vacio!
¡No van a ninguna parte
los matinales caminos!
¿Madre, madre, ya sé lo que me faltaba:
todo, tú, y yo!
     .

(El cochero va cantando.
Los lejanos eucaliptos
aún nocturnos, dejan ver,
doblándose, el repetido
humo del tren. Bajo el puente,
Riotinto
torna su onda grana al pueblo.
La marisma inmensa. El niño
del carabinero grita
tras el coche: «¡Adios!»… Crujido
de arena bajo las ruedas
duras… Olor a marisco
podrido…)

Juan Ramón Jiménez (1881- 1958)

 

Un verso:

Ugo Foscolo. Né più mai toccherò le sacre sponde

Dante. L'amor che move il sole e le altre stelle

Giacomo Leopardi. Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi

Charles Baudelaire. Un lampo... poi la notte! Bellezza fuggitiva

Francesco Petrarca. Erano i capei d'oro a l'aura sparsi

Eugenio Montale. Spesso il male di vivere ho incontrato

Stéphane Mallarmé. La carne è triste, ahimè, e ho letto tutti i libri

John Keats. Una cosa bella è una gioia per sempre

Giuseppe Ungaretti. Mi tengo a quest'albero mutilato

Antonio Machado. Viandante, non c'è cammino

Giovanni Pascoli. Come l'aratro in mezzo alla maggese

Torquato Tasso. O belle a gli occhi miei tende latine!

Paul Celan. Laudato tu sia, Nessuno

Mario Luzi. Vola alta, parola, cresci in profondità

Friedrich Hölderlin. Chi pensa il più profondo, ama il più vivo

 

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