“Juliet, Naked”: apologia della normalità

Se c'è un trailer da non guardare è quello di Juliet, Naked (Jesse Peretz, 2018). Perché se c'è un film da guardare per la gestione dei suoi imprevedibili risvolti di trama è proprio Juliet, Naked. C'è dentro una sorprendente potenza dell'intreccio. Potrebbe comparire di diritto in un manuale di sceneggiatura, nel capitolo dedicato agli incastri inaspettati tra i personaggi; su come questi, nella migliore delle ipotesi, rappresentino ciascuno un significato in senso funzionale nella vita dei restanti, calibrando così al meglio ogni snodo di trama.

 

 

 

 

Al di là dell'ottima concertazione, c'è da dire che la storia in sé ha il vantaggio intrinseco di non essere banale: eppure, il trailer riesce incredibilmente a indebolirla. Da un lato vi inserisce una stupidissima voce fuori campo, completamente assente nel film, che gli dona una semplicistica connotazione diaristica; dall'altro – più grave – racconta i fatti per come questi si concatenano nel film senza quasi alternarne l'ordine cronologico, svelando cioè quelle stesse sorprese che abbiamo detto essere il suo punto forza e suggerendo una decisione finale da parte di Annie, che, in questo caso come vedremo, non è solo una chiusura di trama (di eventi), quanto una conclusione in termini di senso del film. È lì infatti che capiamo una volta per tutte in che direzione intendesse andare Juliet, Naked.

 

Come spesso accade, anche questo film si regge sullo sviluppo parallelo di due storie principali. E se è vero che un film si intende riuscito quando l'una rafforza l'altra, il nostro ha la stoffa giusta. E, anche se alla fine l'una passerà in secondo piano in favore dell'altra, il movimento non verrà percepito dallo spettatore come stridente rispetto alle premesse. Anche perché il film non intendeva parlare di nessuna delle due.

Come già è evidente nel trailer, le due trame di cui parliamo, qui chiamate a intrecciarsi, sono quelle della fissazione di Duncan (Chris O’Dowd) per Tucker Crowe che porta con sé il tema del fanatismo musicale (e della musica, il sottotitolo è infatti “Tutta un'altra musica”) e relative ridicolezze connesse nonché l'impatto delle stesse sull'infelice vita di Annie (Rose Byrne), e quella dell'incontro, questa volta nella vita reale di lei, proprio con Tucker Crowe (Ethan Hawke). Tra queste due, si intravede la pulsazione insistente di un terzo nodo: l'idiozia di lui ha inciso sulla vita di lei al punto tale da intaccare anche un'evoluzione in senso filiale della coppia (cosa sulla quale fin dal trailer la donna ci appare essere piuttosto contrariata). Il trailer ci avverte però che la musica della sua vita stava per cambiare e che ciò avrebbe generato una trasformazione talmente netta nella sua vita da spingerla a rivedere le sue posizioni in senso radicale.

 

 

Rispetto al quadro schematico presentato dal trailer, diverso sarebbe stato constatare fin dall'inizio l'impasse senza speranza di una coppia fortemente intaccata, se non minata, da un divertentissimo tema (il fanatismo) incarnato brillantemente dal personaggio di Duncan, per poi lasciarsi sorprendere dalla piega inaspettata assunta dalla vicenda. Per chi non avesse visto il trailer, era verosimile supporre che, passati i primi minuti, il film avrebbe anche potuto andare avanti così, traendo perle di raffinato umorismo da questa inesauribile linea narrativa. Invece, quasi senza che lo spettatore se ne accorga, il film ha poste le basi perché per un nuovo, inatteso, sviluppo. Annie, esasperata dalla mania del compagno, lascia un commento negativo sul sito di fan di Tucker Crowe, a proposito del brano del cantante, “Juliet, Naked” appunto. Ed è proprio Crowe in persona a risponderle, entrando finalmente in scena in carne e ossa. L'oggetto del fanatismo di una cerchia di disperati che lo davano per disperso, forse morto, non solo è una persona reale, ancora in vita, per quanto lettore dello stesso fanclub a lui dedicato e, sebbene caduto in disgrazia dal punto di vista artistico, straordinariamente pieno di figli avuti da donne diverse. Il ribaltamento della situazione di partenza svela il magico meccanismo a incastro.

 

Come se non fosse già bastata la rappresentazione di una grigia vita di coppia, ecco che il film dispiega l'obiettivo a cui puntava: sfatare i miti l'uno dopo l'altro, infrangendo il luogo comune. Già dai tempi di Alta Fedeltà (anche quello tratto, come questo film, da un romanzo di Nick Hornby), la normalità è più vera della felicità, e la sfiga è più vera della coolness. È il rovesciamento del luogo comune a contenere in sé il germe della sorpresa. A cominciare dall'aura di mistero che avvolgerebbe le star, passando per l'automatismo con cui si dovrebbe finire al letto al primo incontro dando per scontata un'attrazione fisica che non bada a imbarazzi, finendo con il mettere al mondo dei figli come naturale conseguenza di una relazione di coppia, magari stabile. Più che il rovesciamento in sé, è proprio il “come” ci si arriva a fare la qualità di un film come Juliet, Naked. Al contrario, nel trailer tutto questo risulta (parzialmente) chiaro da subito, smorzandone la carica d’imprevedibilità.

 

 

Neanche Tucker Crowe però sarà la soluzione definitiva. Chi ha visto il film sa che a conti fatti, più che una storia d'amore, Juliet, Naked parla della possibilità di un'evoluzione personale verso la felicità, qualcosa che ha più a che fare con una scelta individuale che con una realizzazione di coppia. Quando la costruzione del senso è procedurale, non stupisce che il film tratti con estrema cura l’insieme dei personaggi e i relativi incastri, per poi farli sparire spostando il focus esclusivamente sulla vita della protagonista, che fa le sue scelte indipendentemente da tutti. Così come non stupisce che la storia vada a terminare spontaneamente, a imbuto, sul tema filiale, senza che ciò metta in crisi quello che è venuto prima, come se questo e quello fossero due rami originati dalla stessa radice e viceversa; due fiumi che convergono appena prima di sfociare nel mare. La storia ne appare rafforzata e giustificata: se le cose non avvengono mai per caso, allora vuol dire che tutto è collegato.

 

Dunque la musica, come l'amore, era solo un pretesto. Che smette di esser tale quando ci si accorge che, come in tutte le sceneggiature ben strutturate, anche il pretesto ha il suo valore. Accettare per esempio l'amarezza che non tutti i grandi amori arrivano per restare; che alcuni piombano nelle vite come l'atterraggio di un meteorite al centro del cuore, ma al solo scopo di condurre da qualche altra parte. Viatici per la felicità. È questo che ci piace di più nelle storie, quando ci dicono che molte delle cose che (ci) accadono servono solo ad agevolare il passo successivo. Proprio come in una buona sceneggiatura.

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