I paradossi di Catullo

Il libro di Catullo si chiama Libro di Catullo (Catulli Veronensis liber incipit, questa è l’intitolazione  dei due codici migliori, G e R, Sangermanensis Parisinus e Vaticanus Ottobonianus, rispettivamente). Un titolo così semplice e neutro è un unicum nella letteratura latina. Eppure non mi pare che i traduttori lo rispettino molto, se è vero, com’è vero, che le librerie sono piene di Carmi e Canti e Versi e Poesie di Catullo. Tanto, si dice, non gliel’ha mica messo Catullo un titolo così. Così come, si dice anche, non è certo di Catullo l’ordine dei centosedici testi dell’opera. Che è un ordine metrico, tripartito: prima testi brevi (in genere endecasillabi faleci), poi testi lunghi, complessi (definiti dagli studiosi carmina docta, come se gli altri fossero stati scritti da un semianalfabeta) e infine epigrammi in distici elegiaci che si dilatano fino alla prima elegia della letteratura romana antica (il numero 76 della serie).

 

Non so su cosa  filologi e critici fondino la loro assoluta sicurezza che una tale disposizione non possa risalire all’autore. Per loro sembra sempre che l’autore sia una sorta di minus habens che non decide mai niente, che non capisce mai niente, che non sa letteralmente quello che fa. Scribacchia a casaccio, tanto poi una sagace mano anonima sceglierà lei, qualche secolo dopo, come organizzare le bagattelle (nugae) dello scrittore insipiente. Pare un paradosso. Ma tutta l’opera di Catullo è costruita su paradossi. Il più grande è quello su cui è fondato il suo amore. Catullo ama Lesbia. Che non è la solita etera o prostituta d’alto bordo cui saranno dedicati i canzonieri di Properzio, Tibullo o Ovidio. Lesbia è, rivela Apuleio, Clodia, una donna sposata. Il loro amore è adultero. L’adulterio era equiparato allo stuprum. Una relazione infamante. Eppure Catullo invoca di continuo, per un legame così, illegale e immorale, le parole più sacre della Tradizione, cioè la Fides, la Santa Fedeltà e Fiducia e la Pietas, la qualità di chi è pius, e rispetta gli impegni presi. Non solo, quello tra i due amanti clandestini, si costituisce come un vero e proprio foedus sanctae amicitiae, per di più aeternum. Come a dire: siamo stretti in un patto eterno di reciproca amicizia giurata - sì, ma per far fesso tuo marito, per renderlo eternamente cornuto (è chiaro che l’aggiunta, del tutto implicita, è unicamente del malizioso lettore contemporaneo).

 

C’è un’evidente irrisione dei più sacri Valori, del Mos Maiorum, delle Consuetudini degli Avi. Una vera e propria degradazione, anche e soprattutto lessicale, delle usanze consolidate. Catullo è dunque un poeta della contestazione giovanile (così lo definì un professore dell’Università di Nizza, Jean Granarolo, e, guarda caso, proprio nella primavera del 1968). Ma forse più che contestare, Catullo, si prende il lusso di ignorare o deridere apertamente l’establishment: di Cesare dice che non gli importa sapere se sia bianco o nero (albus an ater homo), con l’avvertenza che, secondo l’interpretazione di alcuni, la metafora è più specifica e pungente di quanto appaia, cioè: “non m’importa sapere se sei passivo o attivo (sessualmente parlando)”. Di Cicerone Catullo fa un elogio talmente smaccato che pare preannunciare quello che di Nerone farà Lucano di  lì a qualche secolo. Inoltre l’ultimo verso di tale iperbolica esaltazione (…optimus omnium patronus) può anche esser letto come “il miglior avvocato di tutti”, nel senso che Cicerone  non è il migliore di tutti gli avvocati, ma solo quello che difende chiunque, basta che paghi, una “vecchia puttana”, per essere chiari.

 

E l’ultima parola non è casuale. Perché anche Lesbia-Clodia ora è descritta come una candida dea, ora è invece l’ultima delle sgualdrine, che fornica, contemporaneamente, con ciascuno dei suoi trecento amanti (…complexa tenet trecentos… sed identidem omnium ilia rumpens) sfiancandoli tutti e trecento quanti sono.

Catullo, si sa, la odia e la ama (Odi et amo).

E questo è il suo paradosso più grande.

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