Lucano: dalla parte del torto

Sono un insegnante che cerca di mantenere vivo il legame dei giovani con la Tradizione classica; può sembrare oggi un'impresa disperata, ma (forse) non lo è; questo, e i pezzi che seguiranno, nati per la scuola, sono il tentativo di  suscitare interesse per gli autori antichi, ancorandoli, ove possibile, all'attualità. Confido nella benevolenza dei lettori. (a.b.)

 



Oggi è solo il nome di un liquore, ma in passato, e per parecchi secoli, fu uno dei nomi della poesia.
Lucano, che morì giovane, per ordine di Nerone, fu l'autore non di un poema epico, ma di un vero e proprio anti-poema. Se Nevio, Ennio e poi Virgilio, i grandi epici latini, avevano cantato in vario modo la gloria di Roma, Lucano con la Pharsalia o Bellum civile, raccontò per l'appunto la lotta fratricida tra Cesare e Pompeo, tra l'altro anche parenti, socer generque: infatti Pompeo aveva sposato Giulia, figlia di Cesare, ed era un genero più vecchio del suocero. Lucano descrisse quindi il massacro fondatore, la lotta intestina da cui derivò il crollo della repubblica e l'instaurazione del principato.
Scelse il punto di vista dei perdenti. Amò Pompeo e Catone non Cesare.

 

Come già Livio, anche Lucano individuò le cause della guerra nella grandezza stessa raggiunta dallo stato repubblicano (in se magna ruunt), oltre la quale era destino cadere. E poi, anche, nella fatale configurazione del potere, che non tollera spartizioni (omnisque potestas/inpatiens consortis erit). E' assolutamente impossibile che ci siano alleanze al vertice: nulla fides regni sociis: non c'è lealtà tra gli associati nel comando.
E qui si aprono cateratte di parallelismi con l'oggi, valanghe di analogie con i potenti odierni, le loro false alleanze che non fanno che confermare l'eterna solitudine del potere. Che è forse il suo vero arcano.
Vogliamo usare Lucano per l'attualità stretta. Usiamolo: un vecchio leader, terrorizzato dal declino, che si reca dal giovane astro nascente del partito avverso, a stringere un patto. Ma, oggi come allora, nulla fides regni sociis. I patti sono creati per essere infranti. E' una profezia. Piuttosto facile.

 

Ma anche le profezie, nel poema lucaneo, sono anti-profezie. Non ci sono le visioni di regni millenari, come in Virgilio, né di pace restaurata o di impero senza fine. Ma furori, disastri, sciagure, sconvolgimenti e catastrofi. Questo prevede nel primo libro il pitagorico Nigidio Figulo. Quando poi, nel libro sesto, la maga Erichto, questa trista parodia di Sibilla, interroga un cadavere risuscitato per l'occasione, il poveretto rivela di aver colto nell'aldilà un Catilina tripudiante: stanno per trionfare i suoi piani distruttivi, benché postumamente.

 

In quest'episodio Lucano foggia due tra i suoi versi più belli: a miser extremum cui mortis munus inique/eripitur, non posse mori, ossia: ah, infelice, a te è tolto iniquamente anche l'ultimo dono, quello di poter morire; infatti il misero soldato che funge da medium per Erichto viene strappato persino al suo sonno eterno.

 

La stessa cosa viene augurata anche, nel libro settimo, a Cràstino, il centurione cesariano che aprì le ostilità nella decisiva battaglia di Farsàlo, scagliando la prima lancia contro i pompeiani: gli dei non ti diano la morte, pena comune a tutti, ma il tormento di continuare a sentire anche dopo la morte (Di tibi non mortem quae cunctis poena paratur/sed sensum post fata tuae dent, Crastina, morti).

 

A noi, rimuginando questi versi sul fenomeno che potremmo definire il furto della morte, che è il furto supremo e il più oltraggioso, vengono naturalmente alla memoria tutte le Eluane del mondo, con la loro agonia infinita, e muta.
Lucano e il cosiddetto "fine-vita": una voce antica per la biopolitica più scottante.

 

Farsàlo fu il funerale del mondo. Lucano inventariò con un gusto minuziosamente macabro le infinite possibilità della morte sul campo: c'erano soldati di Pompeo o di Cesare, è lo stesso, con la pancia squartata, con le viscere sparse sul terreno, con un rigurgito estremo di sangue che buttava fuori contemporaneamente la spada immersa nella gola, con le braccia che cadevano mentre rimanevano tuttavia in piedi. E poi altri trafitti, inchiodati, smembrati, spezzettati.

 

Non solo lupi, leoni, orsi, immondi cani accorsero in massa a straziare i cadaveri sparsi sul terreno a Farsàlo, ma ogni animale dotato di olfatto. E uccelli di tutte le selve. Anche gru. Soprattutto avvoltoi. Così tanti avvoltoi, da riempire il cielo intero. Dai loro becchi aguzzi e dagli artigli stanchi di preda colò spesso il sangue, la putredine, brandelli di corpi - a macchiare le insegne del vincitore, Cesare.

 

Di quest'ultimo Lucano scrive che se gli restava ancora qualcosa da fare, pensava di non aver fatto nulla (nil actum credens, cum quid superesset agendum).

 

Di Pompeo, lo sconfitto, assassinato a tradimento da Tolomeo e decapitato, Lucano rappresenta il sorriso, che brilla dall'alto, quando dopo la morte guarda giù, verso l'oscurità del mondo, e contempla i resti del suo corpo martoriato (risitque sui ludibria trunci).

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