Petronio

Baudelaire nel suo saggio sul dandy (che è poi il nono capitolo di Le peintre de la vie moderne) elenca alcuni antenati di questa capitale figura del Moderno, e precisamente Alcibiade, Cesare e Catilina.

Manca Petronio. Ma com’è possibile? Se si pensa poi che Baudelaire definisce il dandy come “uomo ricco, ozioso, scettico” e addirittura come individuo che “non professa altro mestiere che l’eleganza”, la lacuna risulta davvero inspiegabile, dato che la caratterizzazione di Petronio come “arbiter elegantiae”, da Tacito in poi, è passata in proverbio.

Se si aggiunge che, sempre secondo Tacito, ciò che realmente distingueva Petronio da altri viveur come lui era una suprema ostentazione di noncuranza o sprezzatura o nonchalance che dir si voglia (quaedam sui neglegentia) e che la sua raffinatezza era talmente profonda da parere naturalezza (species semplicitatis), l’esclusione di Baudelaire si fa ancora più incomprensibile.

 

Petronio, almeno nel medaglione che gli dedica Tacito, è il Beau Brummel dell’epoca neroniana.

La sua figura però è avvolta nel mistero, cosa che, presumo, gli sarebbe piaciuta assai.

Non si sa se il Petronio tacitiano sia lo stesso che ha scritto il Satyricon. Non si sa se sia vissuto sotto Nerone o sotto Eliogabalo. Né si sa se quello che noi abbiamo del Satyricon sia una parte minima oppure abbastanza rappresentativa dell’intera opera perduta.

Indipendentemente da questo, nell’opera rimasta, e nel suo frammento più lungo, si profila la figura indimenticabile di Trimalcione (o Trimalchione).

È lo schiavo affrancato. Il nuovo ricco. Il parvenu. Il self made man. Colui che si è fatto da sé. Partito dal basso o dal niente, servendo il padrone (e anche, in tutti i sensi, la padrona) pian piano li ha soppiantati. E ora è talmente ricco che non lo sa nemmeno lui quanto.

Nel corso di un banchetto di inaudita pacchianeria enuncia le sue tesi fondamentali: ci vuole un po’ di buon senso, e basta, il resto son tutte fesserie (corcillum est quod homines facit, cetera quisquilia omnia).

Il suo motto è: compro bene, vendo bene (bene emo, bene vendo), d’altro non si cura.

 

Ma la massima decisiva, quella a cui tutta la sua vita è improntata, sta nella seguente equivalenza programmatica: credetemi, hai un soldo, vali un soldo, sei quello che hai (credite mihi: assem habeas, assem valeas; habes habeberis).

Si è fatto costruire un enorme mausoleo da un artista alla moda, Abinna; alla base del monumento si leggerà, tra l’altro, la scritta ex parvo crevit: venne su dalla gavetta (trad. Ciaffi).

Qui scatta, irresistibile, il paragone con l’oggi. Perché si sa che anche Berlusconi, che è venuto su dal basso, che è ricchissimo eccetera, si è già fatto costruire, da Cascella, un bel monumento funebre. Si sa anche che, quando Berlusconi chiese a Montanelli se per caso questi non volesse esser suo, per dir così, “compagno di sepolcro”, il giornalista rispose: “non sum dignus”.

In verità però Trimalcione (o Trimalchione) è l’archetipo eterno del villan rifatto e le sue incarnazioni finiranno solo con la fine dell’umanità.

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Trimalcione interpretato da Mario Romagnoli (Satyricon, Fellini, 1969)