Sallustio

Sallustio fu un moralista. Sallustio fu un corrotto.

 

Corruzione e moralismo paiono anche oggi andare di pari passo. Spesso quelli che tuonano e predicano contro la corruzione lo fanno perché ne sono particolarmente intrisi (di corruzione). È una contemporaneità singolare, questa, e anche imbarazzante. Imbarazzante per chi la osservi da fuori, dato che il tipo del moralista-corrotto è notoriamente dotato di faccia tosta o di bronzo o altro analogo materiale.

 

Ma Sallustio fu prima un politico corrotto e solo dopo fu un moralista, cioè solo dopo essersi ritirato a vita privata, si diede a elaborare disincantate e amare considerazioni sulla decadenza dei costumi dei suoi concittadini romani.

 

Lo fece nei due famosi prologhi morali premessi alle due altrettanto famose monografie che dedicò alla congiura di Catilina e alla guerra contro Giugurta. E anche altrove naturalmente, nel corpo stesso delle monografie, scritte proprio per individuare la causa o le cause del declino romano, risalendo prima a una ventina di anni addietro (63 a.C.) e poi a una sessantina (105 a.C).

Bisogna immaginarselo Sallustio, che medita sul crollo  dei valori di Roma, sulla rapacità e voracità dei pubblici amministratori, sull’ambizione che forza ad aver altro sulle labbra altro in cuore (ambitio multos mortalis falsos fieri subegit, aliud clausum in pectore, aliud in lingua promptum habere), sull’avidità, imbevuta di veleni (avaritia pecuniae… venenis imbuta), sul lusso e sull’ozio, sulla lussuria e prostituzione universale e sull’usura, sconsolato, amareggiato, intimamente deluso – e tutto ciò, tutto questo rovello interiore originato dallo sfacelo dello Stato, mentre passeggia per la sua proprietà, gli immensi Horti Sallustiani, favolosi giardini tra Pincio e Quirinale, ricchi di statue, porticati, tempietti di preziosi marmi policromi, sorti grazie ai furti e alle rapine continue messe a segno, da chi?, da quale corrottissimo politico? Ma sì, da lui medesimo, da Sallustio in persona, nell’anno (46 a.C.) in cui fu governatore della neonata provincia Africa Nova, creata da Cesare. E anche in precedenza.

 

Qualche anno prima (50 a.C.), del resto, era stato anche espulso dal senato, e per indegnità morale (probri causa). Fu Cesare, il suo protettore politico, a reintegrarlo. Fu ancora Cesare a salvarlo dal processo per concussione (de repetundis) dopo i fatti d’Africa (Nova). Quando Cesare fu massacrato (le celebri Idi di marzo del 44 a. C.), Sallustio lasciò per sempre la politica. Ne aveva abbastanza. Anche di denaro.

 

Pare che tutta la Congiura di Catilina, sua prima opera dopo il ritiro, e prima monografia storica latina (a parte un’opera perduta di Celio Antipatro sulla seconda guerra punica) sia stata scritta per scagionare Cesare dal sospetto di aver partecipato a quella congiura. O forse, addirittura, di esserne l’ideatore, assieme a Crasso. È probabile che Catilina fosse solo uno strumento nelle mani di Cesare. Uno incaricato di fare il lavoro sporco. Ma Sallustio si premura di allontanare ogni ombra di dubbio, dal capo di Cesare. Viceversa non perde occasione di mettere in cattiva luce Cicerone, il console salvatore della patria, il nuovo Romolo, come voleva lui, Cicerone stesso. Il “Romolo di Arpino” invece, ossia un “inquilino della città di Roma”. Questa offesa sanguinosa, inquilinus urbis Romae, cioè cittadino avventizio, affittuario dell’Urbe, che colpiva le origini municipali di Cicerone, folgoratagli contro da Catilina in senato (secondo il capitolo XXXI della Congiura) verrà sempre taciuta dall’oratore, benché abbia parlato e fatto parlare in lungo e in largo e di su e di giù della sua fulgida opera di console anti-congiura. Ma di tale dettaglio, per lui dolorosamente infamante, non farà mai menzione. E si capisce!

 

Come tutti i moralisti Sallustio era affascinato dal male. Il ritratto di Catilina, il potenziale eversore della Repubblica, è quello di un eroe: resistente, coraggioso, desideroso dell’impossibile, ardens in cupiditatibus: ardente nelle passioni. E da eroe morì, Catilina, sul campo di battaglia, a Pistoia. Sul suo volto di agonizzante rimaneva la fierezza che aveva avuto da vivo (spirans ferociamque animi, quam habuerat vivos). Tra le donne congiurate, una attira l’attenzione di Sallustio: è Sempronia, donna colta ed elegante di nobilissima famiglia e, incredibile!, capace di rovesciare i ruoli abituali nel rapporto tra i sessi: era lei a farsi avanti per prima con gli uomini (lubido sic accensa ut saepius peteret viros quam peteretur). Anche l’eroe negativo della seconda monografia, l’usurpatore numida Giugurta, è però il portavoce dell’atroce verità sallustiana: a Roma tutto è in vendita, tutto si può comprare, giustizia, verità, cariche pubbliche, amicizie private. La capitale stessa nella sua interezza non aspetta altro che il compratore giusto. (…Romae omnia venire… Urbem venalem et mature perituram si emptorem invenerit!).

 

Il declino, appura Sallustio, è cominciato con l’apogeo. Il massimo della potenza di Roma coincide con l’inizio del suo fallimento. Non avere più nemici esterni logora. È il loro timore (metus hostilis) che tiene insieme gli stati, suggerisce lo storico. Il moralista Sallustio si traveste da Catone il Censore e ne adotta la patina linguistica arcaizzante (maxume, divorsus, lubido eccetera). Il suo odio verso Cicerone è anche stilistico: se Cicerone aveva sposato la causa della concinnitas, della simmetria compositiva, Sallustio sceglie l’asimmetria (pars ingenium, alii corpus exercebant; l’arpinate avrebbe scritto a colpo sicuro: alii ingenium, alii corpus exercebant). Non si può coltivare impunemente il moralismo, se si è patito, nella propria carne, il demone della corruzione.

 

In un frammento del primo libro delle Historiae, Sallustio ipotizza l’esistenza di un difetto fondante, tipico dell’umanità tutta, di un vitium humani ingenii. Elemento assai prossimo al nostro peccato originale. Ne doveva sapere qualcosa. Anzi, molto.

Cesare Maccari, Cicerone denuncia Catilina, 1880 circa, affresco situato a Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica Italiana

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