Virgilio e lo sguardo migrante di Enea

Un mio amico, cultore non professionale del latino, mi ha confessato un giorno che lui le Egloghe di Virgilio, sì, le Bucoliche insomma, la ben nota opera prima virgiliana, le aveva lette anche varie volte di seguito, ma senza mai riuscire a ricordarsi né la trama né lo svolgimento preciso di quegli esili dialoghi.

 

Teneva a mente solo che si trattava di personaggi evanescenti, puri nomi interscambiabili: pastori poco plausibili e ancor meno probabili contadini che si muovevano in un paesaggio immaginario.

Si era sempre chiesto, quel mio amico, perché mai proprio l'Arcadia, brulla contrada greca, fosse stata scelta da Virgilio per diventare una terra dell'anima, un paesaggio spirituale.

 

Comunque nemmeno lui, il mio amico difficile, riusciva a sottrarsi al fascino di versi come questi: "e già dai casolari lontani il fumo si leva/ più scure si addensano le ombre, dai monti" (et iam summa procul villarum culmina fumant/maioresque cadunt altis de montibus umbrae) che custodiscono intatto il mistero della sera.

 

O questi altri, sul "dono del canto" modulato sul "sibilo del vento che nasce, sul rumore del mare che batte sugli scogli, sulla voce dei fiumi che scivolano tra le petraie delle valli" (quae tibi, quae tali reddam pro carmine dona? nam neque me tantum venientis sibilus austri,/nec percussa iuvant fluctu tam litora, nec quae/saxosas inter decurrunt flumina valles). E che dire della mirabile concisione del "t'ho vista e sono morto" (ut vidi, ut perii), perfetta descrizione del colpo di fulmine?

 

Quanto alle Georgiche, manuale del perfetto agricoltore, allevatore, apicoltore eccetera – a lui, al mio amico rimanevano nella memoria brandelli dell'Elogio dell'Italia, madre di messi, dai laghi increspati, come il Lario o il Benàco, più un mare che un lago (fremitu adsurgens Benace marino) e frammenti delle due digressioni che, incapsulata l'una nell'altra, chiudono l'opera: la storia di Aristeo, inventore delle api, che contiene al suo interno la storia di Orfeo, inventore del canto, capace di commuovere anche le ombre dei morti (At cantu commotae Erebi de sedibus imis/umbrae ibant tenues...).

 

L'Eneide, il mio amico, non l'aveva mai letta. Nemmeno un verso. Allora gliene ho parlato un po' io, molto in breve. Dopo tutto gli amici a qualcosa servono.

 

Quando Mecenate chiese a Virgilio un poema celebrativo, in onore di Augusto, Virgilio acconsentì, a modo suo.

L'eroe del poema è un profugo, un fuggiasco, uno straniero, uno che arriva da fuori, da molto lontano. Uno che ha perso tutto. Per lui l'Italia è davvero l'ultima spiaggia, e la vede profilarsi, bassa, dal mare (humilemque videmus Italiam).

 

E chissà per quanti profughi, oggi, stranieri e fuggiaschi, sballottati dalle onde su fragili bagnarole, appare ancora così, l'Italia: un linea di coste basse, dal mare. Nel loro sguardo rivive lo sguardo di Enea e dei suoi compagni.

Certo Enea è guidato dal destino, dalle profezie degli dei. Ma le fraintende. Tant'è vero che s'era persino sbagliato. Apollo gli aveva ingiunto di cercare l'antica madre (antiquam requirite matrem) e lui mica aveva capito ch'era l'Italia. E s'era fermato a Creta.  È un eroe strano, confuso, riluttante, perplesso. Tentato dalle donne. Didone è a un passo dal fargli perdere la rotta giusta, la strada, la direzione assegnata.

 

Quando il dio Vulcano fabbrica per lui uno splendido scudo con istoriate le immagini della futura grandezza di Roma, con le gesta più coraggiose e incredibili, lui, Enea, non capisce di che si tratti. È come un bambino che guarda le figure, senza poter leggere. Miratur rerumque ignarus imagine gaudet. Da un lato è ovvia questa sua reazione, perché si tratta di eventi di là da venire; dall'altro però è indicativa di un carattere: gode delle immagini ignaro dei fatti che rappresentano. È l'emblema di un eroe a sua insaputa. E anche, incidentalmente, una grande lezione di estetica: il piacere della contemplazione pura.

 

Virgilio non diede l'ultima mano al suo poema. Di qui alcune lampanti contraddizioni tra un canto e l'altro. Palinuro, il timoniere della nave di Enea, ucciso dal dio del Sonno – o dai selvaggi della costa? Elena, povera vittima ignara – o complice dei Greci nell'ultima, fatale notte di Troia? E se avesse fatto apposta, Virgilio, a lasciare queste versioni contrastanti nel poema?


Forse, qualche millennio prima di Pirandello, o di Borges, si era reso conto che le contraddizioni della vita non sono sanabili, tanto meno dalla filologia.

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