La normalità di Primo Levi

Giuseppe Varchetta

L’uomo con la lattina in mano è il più noto scrittore italiano. Il suo nome lo conoscono tutti gli studenti delle nostre scuole. Di lui si parla di continuo soprattutto in corrispondenza del 27 gennaio, giorno che è dedicato alla memoria dell’enorme crimine perpetuato contro l’umanità, il primo di un’ininterrotta serie, avvenuto oltre settanta anni fa nel più colto paese dell’Europa: la Germania. Lui c’era quel 27 gennaio del 1945, quando cessò. Era là a Monowitz, il campo di lavoro dove faceva, già da qualche mese, parte del Kommando Chimico nel laboratorio della Buna, la fabbrica di gomma sintetica, sui cui margini sorgeva il suo Lager. La foto scattata da uno psicologo dell’organizzazione, Giuseppe Varchetta, lo ritrae molti anni dopo, nel settembre del 1979 a Milano.

 

Si trova al Festival dell’Unità a discutere di “Romanzo e lavoro” insieme a un altro scrittore. Ha pubblicato da poco un libro su quel tema, che contiene una delle più belle frasi pronunciate nel Novecento nella nostra lingua: “l’amare il proprio lavoro (…) costituisce la miglior approssimazione concreta alla felicità sulla terra”. Si sta girando verso un interlocutore che gli parla. Tiene in mano la birra con la destra e un bicchiere di plastica con l’altra. Niente di più normale di così: un signore con i capelli bianchi e il pizzetto d’alpino. Uno qualunque, uno come noi. Questa è la grande qualità di questo scrittore, rivelatosi con un libro inizialmente letto da poche persone, perlopiù a Torino, dove risiedeva, e dove ha vissuto gran parte della sua vita facendo il chimico. Sono le persone comuni come lui, persone che in apparenza non hanno nulla di straordinario, come mostra questa fotografia, a salvarci. Uomini e donne la cui intelligenza e sensibilità a volte diventa una poesia, un racconto, un romanzo. La normalità di Primo Levi è la sua forza, anche se sappiamo che non lo era. Ci piace però continuare a crederlo. Per lui, per noi.

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