Gabriela Carrizo

Dentro il lavoro di Peeping Tom

 

Scenari intimi, concentrazioni sulle dinamiche che presiedono i rapporti interpersonali, un vertiginoso iperrealismo che si sgretola in uno spiccato gusto per l’onirico e il surreale, i lavori di Peeping Tom da qualche anno stanno battendo i palcoscenici di mezzo mondo con una forma di teatro-danza capace di porre in dialogo diverse discipline – dalla dimensione quasi circense alla prospettiva cinematografica – in un equilibrio fra le arti di difficile catalogazione. È la stessa Gabriela Carrizo (coreografa d’origine argentina e co-fondatrice del gruppo con Franck Chartier) a segnare i fondamenti di questa prospettiva, direttamente dal laboratorio che sta tenendo in questi giorni per la Biennale Teatro in quell’isola nell’isola che è la Fondazione Cini di San Giorgio: «We are not here to make theatre or dance or something like this: we are here to show our ideas», non siamo qui per fare danza o teatro o qualcosa del genere, ma per mostrare le nostre idee – poco importa che poi esse siano afferibili alla prosa o alla recitazione, che pertengano al fare coreutico o al mondo del cinema.

 

Una scena di uno spettacolo di Peeping Tom. Foto di Herman Sorgeloos

 

L’insofferenza per i limiti e per le categorie è il segno distintivo del lavoro di questo ensemble di base fiamminga, che torna anche nell’incontro con il pubblico della Carrizo, condotto da Andrea Porcheddu: «Non sono brava a dare definizioni, a catalogare cosa sia classico o contemporaneo, cosa sia danza o teatro. Mi è sempre piaciuto lavorare sui confini, mescolare i limiti – credo che questo sia il segno del nostro tempo, in cui a esempio la rigidità della geografia è messa in crisi dalle potenzialità di uno strumento come internet. Zygmunt Bauman parla di “modernità liquida”, mi sento molto influenzata da idee come questa». Ma fra il melting pot di stili e linguaggi, fra l’ampiezza di rimandi e riferimenti che caratterizzano l’estetica di Peeping Tom, un fil rouge possibile si può forse individuare, al di là di forme e contenuti, proprio nella dimensione creativa sviluppata dall’ensemble. Certo può sembrare un paradosso provare a intercettare nei pochi giorni di laboratorio le modalità di un processo che, di consueto, si dipana in percorsi ideativi e realizzativi dai tempi lunghi e lunghissimi. Invece, il lavoro veneziano di Carrizo, al suo primo giorno di workshop, si presenta come un nitido distillato di alcuni principi-chiave dei meccanismi con cui lavora la compagnia belga.

 

Un'immagine del laboratorio alla Fondazione Cini

 

Prima parola d’ordine: lavoro individuale e lavoro d’insieme. Il primo step di ogni creazione consiste nell’individuazione di un tema o di una condizione, sul quale ogni performer deve lavorare individualmente per poi mostrare, periodicamente, il proprio materiale agli altri. Così avviene al laboratorio della Biennale, in cui ogni allievo lavora da solo e poi si confronta col resto del gruppo, prima su indicazioni estremamente basilari (tentare lo sbilanciamento del movimento), poi via via più connotate, come tentare di produrre un’azione “al contrario”, che cominci dalla propria conclusione. È un processo che lievita con lentezza nella luce abbacinante del gioco di riflessi d’acqua che racchiudono lo spazio di lavoro, all’interno del quale ognuno ragiona di per sé sul “compito”, poi mostra gli esiti agli altri. L’opportunità preziosa, in questo caso, è stare a guardare la varietà e la specificità che ogni artista utilizza per pensare e creare, per cercare: c’è chi esplora le possibilità conoscitive del corpo e del movimento e chi pensa a occhi chiusi; chi si lascia scivolare, tramite la scrittura, sulle superfici morbide delle pagine di un quaderno e chi invece provoca il ragionamento attraverso la relazione con gli altri. Affondi in profondità nella propria persona, nelle proprie logiche e nei materiali più personali, accompagnati da un continuo confronto e incontro fra tutte le individualità che compongono il gruppo. Né collettivo né solitario, né processuale né concentrato unicamente sul prodotto, il dispositivo creativo di Peeping Tom si muove fra allenamento dello sguardo d’assieme e autorialità tout court.

Seconda chiave: scavo e sviluppo. «È come essere degli archeologi: abbiamo trovato qualcosa, ma poi serve molto tempo per capire a cosa può servire». Gabriela Carrizo chiede ai propri allievi di lavorare su un materiale preciso, concentrandosi sull’approfondimento di quell’azione “alla rovescia” che hanno presentato. Il compito è modellarla secondo lo scorrimento temporale: intervenire di freeze e di rallenti, provare accelerazioni o dilatazioni, per sperimentare come un gesto può repentinamente cambiare di segno, come la sorpresa sia sempre dietro l’angolo e il realismo più lucido possa convertirsi in inquietanti dimensioni oniriche – tratti saldamente presenti nei lavori con cui Peeping Tom ha trasformato i profili del teatro-danza fiammingo. Conferma Carrizo, nell’incontro pubblico di mercoledì pomeriggio: «L’elemento più interessante per noi è la transizione: come un’azione cambia di segno, si trasforma e può aprire a mondi diversi». Ed ecco che qui potrebbe già affacciarsi un terzo nodo fondante del percorso dell’ensemble, ovvero quello del discorso legato ai rapporti che Peeping Tom intrattiene con la dimensione di derivazione cinematografica: con la narrazione, la linearità e il montaggio. Ma questa è un’altra storia. E potremmo seguirla, forse, nei prossimi giorni di lavoro al laboratorio della Biennale di Venezia.

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