Qualche idea di regia

Variazioni Ronconi su "Questa sera si recita a soggetto"

A dispetto dell’impolveramento a cui sembrano destinati tanti padri nobili del modernismo italiano – quanto più canonizzati, tanto più evitati quando non addirittura snobbati – si potrebbe dire che Questa sera si recita a soggetto (e con esso tutta la trilogia del teatro nel teatro) di Pirandello sia un testo di grande attualità. Innanzitutto perché, ai suoi tempi, lo fu: un intervento davvero “a caldo” su un tema cocente come l’avvento della regia e la resistenza opposta dalle compagnie d’attore. Ma anche perché, a volte con un po’ di sorpresa, il Pirandello meta-teatrale si scopre ripreso e riutilizzato dalle frange più insospettabili dell’avanguardia e del Nuovo Teatro. I sei personaggi, allestito da Pitoëff, fu recensito da un entusiasta Artaud, che ne fece un terreno di analisi vibrante quasi alla pari di quell’esperienza della performatività balinese che continua a scuotere animi e studiosi dalla lontana Expo parigina del ’31. Questa sera, poi, fu uno dei primi spettacoli del Living Theatre e, a quanto pare, a Julian Beck rimase appiccicato un simpatico nomignolo, in omaggio al dr. Hinkfuss, regista protagonista dell’opera: Pirandello – nelle parole di Judith Malina – è uno dei riferimenti-chiave del gruppo, «alla ricerca di un modo di recitare che non sia solo finzione». Appartenne alla grande stagione del teatro politico di Piscator, e poi a quella a noi più prossima e più postmoderna di Castri, modello di rottura e d’avanguardia, utilizzato là come strumento per l’attivazione del pubblico, altrove come occasione di riflessione sul senso stesso del teatro.

 

Oggi, dopo qualche primo incontro sul crinale degli anni Novanta, pare essere diventato terreno elettivo di sperimentazione per Luca Ronconi che in tempi recenti, assieme agli spettacoli, dedica sempre più tempo e attenzione alla dimensione pedagogico-formativa.

 

Foto di Luigi Laselva

 

Questa sera si recita a soggetto è, forse, più dei Sei personaggi o di Ciascuno a suo modo, il testo più “teatrale” della celebre trilogia auto-riflessiva di Pirandello. Spogliato in parte dell’inquadramento psicologista e della concentrazione sul processo creativo, sembra vertere con più decisione sulla sostanza – in senso anche artigianale – della dimensione spettacolare: in particolare sulla regia, quel dispositivo generato dall’entusiasmo di una preziosa stagione d’amateurs nord e centro-europei e a forza importato in un’Italia legata alla tradizione delle compagnie di giro. Come diceva Artaud (sui Sei personaggi, ma l’indicazione si estende con facilità anche a quest’opera), «si pone in questo modo tutto il problema del teatro». È lo stesso Ronconi a segnalarlo, in una breve presentazione che introduce alla serata: nell’opera – già dal titolo – sono presenti i due estremi del fare teatrale, improvvisazione e analisi, “recitazione” e lavoro “a soggetto”, ossia i mondi della personalità dell’attore e del regista. E difatti il testo si muove, con certe punte di preveggenza, fra tutti gli slanci e i fallimenti, fra le urgenze e i fraintendimenti che segnarono poi l’agitata storia della regia italiana. I personaggi di Questa sera si recita a soggetto, inizialmente, si ribellano a Hinkfuss, che impone loro di improvvisare, senza il supporto del testo. Qui è l’attore moderno, che ha studiato il mestiere a scuola e non a bottega, che è stato formato sulla mite riproposizione del testo e non alla personale appropriazione del personaggio. È l’attore nuovo, mezzo espressivo – assieme agli altri a disposizione – della nuova star del palcoscenico, mediatore e accentratore di tutte le competenze in gioco nella creazione di uno spettacolo. Poi, quegli stessi attori si abituano progressivamente alla libertà legata alla valorizzazione della propria personalità; e, una volta tornati al lavoro registico, ne contestano i tentativi di inquadramento e normalizzazione. Qua, invece, si può leggere l’indomabile reticenza delle compagnie all’antica italiana rispetto all’imposizione della modernità registica. Il livello ulteriore si trova sulla linea strettamente e sottilmente autoriale: l’opera parla di improvvisazione e libertà, ma in realtà non c’è proprio spazio per esperienze del genere, visto che tutto – recitazione “a soggetto” inclusa – è già scritto, previsto e determinato proprio dall’autore stesso.

 

Questa sera si recita a soggetto, nelle quattro versioni presentate venerdì sera all’ex cotonificio di Santa Marta, oggi sede universitaria, come esito del laboratorio di Ronconi, diventa quindi un’occasione per esplorare le possibilità del lavoro registico, nella prospettiva di quattro giovani che si stanno affacciando al mestiere. Un altro spunto arriva dall’incontro, avvenuto in questi giorni in redazione, con Fausto Paravidino, che parlava dei malintesi che nascono dall’avvicendamento fra regia “forte” – che tenta di imporre, al di là del testo, una propria linea interpretativa – e “debole”, che si inserisce invece nella tradizione più originaria della professione, quella del rispetto del testo e dell’analisi della prospettiva dell’autore. Una prospettiva che segna, fin dalle sue origini, la grande avventura registica, ed è anch’essa saldamente già presente nel testo pirandelliano: in Questa sera, la commedia da inscenare è Leonora, addio!, da una novella di Pirandello stesso.

 

 

Nelle aule del laboratorio, eccezionalmente aperte in notturna, si incontrano approcci – espressi negli esperimenti e esiti più vari – che si muovono con disinvoltura fra l’uno e l’altro versante, mirando forse a una mediazione interna fra impronta interpretativa e scavo del testo, fra fedeltà e tradimento – come del resto insegna, proprio dai suoi spettacoli più riusciti, il maestro Ronconi. L’allestimento di Rocco Schira – con Luciano Falletta, Marcella Favilla, Laura Garofali, Elena Strada – è una puntuale e asciutta riproposta del testo pirandelliano, che si esprime in uno spazio dal design minimale, cintato da un perimetro di neon. Quello di Claudio Autelli, che ha lavorato con Giulia Briata, Jacopo Fracasso, Fabrizio Nevola, Sara Lazzaro, Alberto Onofrietti, Luigi Maria Rausa, si confronta così direttamente col dispositivo “a soggetto” da cogliere addirittura l’interattività di uno spettatore particolarmente zelante che, durante la ribellione degli attori alla direzione registica, si alza dalla sedia e tenta di parteciparvi.

 

Il tema del doppio è sviluppato in vari sensi dal tentativo registico di Luca Micheletti: due platee che si confrontano, due coppie di protagonisti (Paolo Camilli, Stella Piccioni, Giulia Rupi, Antonio Veneziano) che si fronteggiano.

 

Licia Lanera ha diretto Paola Giglio, Christian Mariotti La Rosa, Fabrizio Rocchi, Alessandro Sanmartin, Alice Torriani; il loro allestimento introduce con essenzialità il pensiero pirandelliano sulla dialettica fra attore e personaggio e ne re-innesca la pluralità linguistica, mentre porta a emergere la lucidità della parola da un vitale lavorìo corporeo che si approssima ai limiti della body art – cifra distintiva del percorso della regista barese, assieme a un rimescolamento fra tradizione e rinnovamento che ben si presta a quest’occasione pirandelliana.

 

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