Latella: Aminta, la ferita

Qui racconterò la potenza della metafora teatrale e il suo fragile ritrarsi, però con anima di metallo resistente, di fronte ai cataclismi della realtà. Parlerò dell’Aminta, favola boschereccia del 1573, scritta dal più sonoro dei poeti antichi, Torquato Tasso, quello dalla sensibilità più malinconica, problematica, incrinato annuncio della coscienza infelice. 

Aminta è stata messa in scena nelle Marche terremotate da Antonio Latella, regista, direttore artistico della Biennale Teatro di Venezia. Il suo nome basterebbe ad assicurare una rivisitazione radicale e un qualche ribaltamento verso l’età contemporanea. Eppure, invece, quello che spicca, con forza invincibile, è la parola antica, musicale, organizzata in endecasillabi e settenari, lo stordente effetto incantatorio e risvegliante di versi orditi intorno al nucleo duro del testo, la ferita d’amore, immedicabile, sanguinante anche quando appare rimarginata. Una ferita simile ad altre che infligge la vita, come quelle che corrusche regole possono causare alla libertà dell’arte, o come quelle incise dal dovere nella carne viva del piacere. 

 

Tutto questo sta nel testo cinquecentesco, celato da una grazia incrinata dal dolore, una lacerazione ricomposta in forma smagliante, cantante, e perciò ancora più bruciante, incavata perché continuamente rimossa. Nella regia vista al teatro Lauro Rossi di Macerata, in prima assoluta l’8 novembre, non c’è Arcadia, non c’è quasi movimento, se non piccole esibizioni che rivelano abissi, che mettono in cortocircuito le scene, i personaggi, i desideri, nell’attento rimontaggio drammaturgico di Linda Dalisi. Nove personaggi più un coro sono interpretati con alcune significative sovrapposizioni da quattro attori quasi immobili, severi, in nero o con colori terrosi, nella scarna luce diffusa di Simone De Angelis dove ogni tanto un volto o un particolare risalta grazie a un faro che gira su un binario circolare, rendendo il luogo delle rivelazioni d’amore un’isola, incantata forse – come la “delizia estense” del Belvedere sul Po dove forse si rappresentò l’opera per la prima volta davanti alla corte – ma anche una sorta di prigione.

 

Camerino.


Ma prima di narrare la storia del pastore Aminta innamorato di Silvia, che non lo ricambia, persa nei riti adolescenziali della caccia, e dei mediatori che cercano di assecondare la naturale passione d’amore, la più vecchia e saggia Dafne, Tirsi, pastore, controfigura del Tasso, e i vari nunzi, che raccontano i fatti avvenuti lontano dal prato dei pastori, prima di inoltrarci nelle accelerazioni drammatiche della storia e di assistere alla trasformazione del dolce timido Aminta in satiro, con belle invenzione di regia, e di assistere alla doppia finta morte finale dei protagonisti, con conclusiva riconciliazione e trionfo dell’amore, prima bisogna parlare dell’occasione produttiva di questo spettacolo. 

Esso è targato stabilemobile, la compagnia di Latella, e Amat, Associazione marchigiana attività teatrali, diretta da Gilberto Santini, uno che ha lo sguardo attento ai fenomeni innovativi della scena (ricordiamo che propiziò alcuni spettacoli di Emma Dante e dei Motus, agli inizi delle rispettive carriere). 

Questa Aminta è stata preparata in residenza nel teatro di un paesino dell’entroterra maceratese, Esanatoglia, dalle parti di Matelica. Ed è stato presentato in prima nazionale l’8 novembre a Macerata per il progetto di MiBAC e Regione Marche “Lo spettacolo dal vivo per la rinascita dal sisma”. Riprendere a vivere dopo la ferita profonda del terremoto, che vediamo ancora non sanata (qui sta la metafora cui si accennava all’inizio). Macerata non porta segni visibili del cataclisma. 

 

Qualche settimana prima ero stato a Camerino per il premio di drammaturgia intitolato a Ugo Betti, ed ero stato portato in visita nella zona rossa, il centro storico della città dove nelle precedenti edizioni della manifestazione si teneva la premiazione. Questa volta eravamo per il convegno e la cerimonia nel campus universitario, non distante dalle casette di legno per gli sfollati e dagli spazi provvisori dove sono riprese le attività commerciali, con un’ombra di normalità rappresentata, il sabato pomeriggio, da adolescenti sciamanti tra paninoteche allestite in tendoni. Là nel centro era frastornante il silenzio, l’assenza di vita, le case ingabbiate in impalcature o in strutture di contenimento. Erano ancora visibili i colpi mortali inferti a edifici (e a esseri umani), come l’angolo di una casa squarciata e alcune travi del tetto ancora pendenti. Con incisioni profonde o apparentemente superficiali nelle facciate, con finestre aperte e non richiudibili perché si era spostato l’assetto dei muri, delle soglie, degli architravi. E quel silenzio innaturale, immoto, lancinante.

 

Camerino.


Rinascere attraverso la cultura. Latella in qualche intervista ha anche detto che tornare ai classici, alla lingua del Tasso, vuol dire ripensare l’odierno nostro modo di comunicare, sottrarsi all’orgia di parola insignificante che ci avvolge e travolge. Andare alle radici. In questo caso vi si avvicina con un poeta che introduce la modernità nella nostra letteratura, con la sua coscienza del conflitto tra desiderio e realtà, con i suoi slanci contro i muri dell’impossibile, con la sua malinconia. Aminta ama Silvia che non lo ama, e non servono mediazioni, atti dimostrativi d’amore per raddolcire la fiera fanciulla, che ha (giustamente, a giudicare da quello che ancora ci succede intorno) paura dell’uomo e dell’iniziazione alla vita adulta del sesso. Non serve nulla, l’amore, il soccorso, il sacrificio. Silvia, in fondo, è una che vuole procrastinare la fine del desiderio totale, senza soggetto. In questa incrinata favola ci sono personaggi più anziani, intorno, a consigliare: Tirsi, che ha ben cinque lustri più quattro anni, 29, come il Tasso quando scrisse l’opera; la più matura Dafne (35-40?). E c’è la furia sensuale del satiro, che lega Silvia a un albero, nuda, la avvolge con i suoi stessi lunghi capelli e con rami flessibili e sta per stuprarla. E ci sono i lupi, che Silvia caccia, ferisce, insegue nella selva, ma si sa che nel bosco la situazione può rovesciarsi, tutto può accadere. Silvia scompare, viene trovato un suo velo macchiato di sangue e si vedono i lupi allontanarsi. Silvia è morta? Aminta si uccide. Ma in questo mondo di pastori che si esprimono con la sprezzatura dei cortigiani le cose non sono mai univoche. Il colpo di scena che squarci le apparenze troppo definitive è sempre possibile, come nella vita, e il lieto fine, dietro le mascherate che lo hanno dilazionato, è sempre pronto a introdurre una (temporanea?) consolazione.

 

Aminta, ph Brunella Giolivo, da sx. Michelangelo Dalisi, Matilde Vigna.


È un rito, lo spettacolo. Un parlare incalzante per versi, dando principalmente con le voci la profondità del movimento. Michelangelo Dalisi è Tirsi, ossia il Tasso, e poi il coro, altri personaggi e Venere. Una figura asciutta, spigolosa, ascetica, con un dire apparentemente distaccato che diventa azione, partecipazione sapienziale colma d’esperienza. Gli altri tre interpreti provengono da quella meravigliosa esperienza di Latella ed Ert che è stata Santa Estasi, un viaggio con attori usciti dalle scuole, sul ciglio di incerte carriere, portati a maturazione facendoli misurare con le sproposizioni della tragedia greca. Emanuele Turetta è Aminta, pronto a trasformarsi in satiro, nel corto circuito di Linda Dalisi e Latella, a denudarsi, alla fine del primo atto, per mostrare cosa si nasconde sotto le timide, disperate parole di Aminta. L’amore è rapina, e con questo bisogna sempre fare i conti. Ed è messa in scena, rappresentazione di sé, come ci dicono Il lamento della ninfa monteverdiano del primo atto e soprattutto le altre scelte musicali di Franco Visioli nel secondo, Rid of me di P.J. Harvey e Vitamin C dei Can, cantate da Dafne e Silvia, da Giuliana Bianca Vigogna e da Matilde Vigna alla chitarra elettrica, che continua a strappare accordi quando racconta i lupi che sbranano Silvia. È lei stessa, Silvia, Matilde Vigna con chioma biondo platino, punk civilizzata ma non troppo, a rievocare la scena della sua morte presunta, trasformandosi nella messaggera Nerina. Sdoppiamenti? Finzioni? 

 

E sarà Aminta, presentandosi come Nunzio, a compitare luttuosi versi sul suicidio di Aminta, buttatosi in un dirupo alla notizia dello sbranamento dell’amata. Un burrone che riproduce i denti dei lupi che hanno ridotto a sole ossa, secondo quanto si crede, il tenero biondo corpo di Silvia. Metafore, dilazioni intessute sulla ferita d’amore, indossate con violento dire contemporaneo, ritualizzato dal metro, reso incalzante dall’accompagnamento rock. 

Gira intorno agli attori il faro. Evidenzia dettagli dei loro corpi, dei loro volti compunti, come a cercare di squarciare i veli con cui copriamo un sentimento, l’amore, che sa di natura e di abisso. 

Il piccolo feroce dio Amore e sua madre Venere incorniciano l’opera, nel prologo e nell’esodo: lui travestitosi per entrare nell’umile mondo dei pastori, lei che lo cerca, il figlio dall’aspetto bambino, docile, sanguinario, capace di colpire nei cuori e di scatenare incendi. Per tenerlo – inutilmente – a bada. Come Tasso tiene a bada la libertà del divertimento con regole classiciste, e allude a invidiosi che cercavano di imporgli consigli, di allontanarlo dai principi, di far vincere il dovere, anche in quella nuova età dell’oro dove il motto è: s’ei piace, ei lice. Insidiate, le parole di libertà, continuamente da un mostro dai mille occhi e dalle mille teste: l’onore. 

 

Aminta, ph. Brunella Giolivo.


Latella e i suoi perfetti giovani attori – più Dalisi che, meno giovane, è adatto a creare quello scarto generazionale che rende l’opera un piccolo moderno trattato di iniziazione – agendo la storia fanno riflettere a fondo sull’amore come ferita, come metafora, dando all’opera un’asciuttezza che la rende vicina a noi con tutta la sua distanza di Eden tormentato in versi. Come ha scritto qualcuno in un commento su Facebook è rock e cinquecento, è mood berlinese dei costumi di Graziella Pepe nella scena minimale ed espressivissima di Giuseppe Stellato e evocazione del manierismo, di un mondo perso tra i modelli e l’abisso di un futuro indecifrabile, che ripete i propri riti, indossa e dissolve i propri stereotipi, le proprie maschere, in cerca di vita, che scopriremo forse già irreggimentata. 

Una nota ancora per gli attori. È bello vedere una compagnia così partecipe del progetto e interpreti che sanno con maestria di sottrazione essere in continua metamorfosi vocale e fisica, pur mantenendosi apparentemente sobriamente quasi fermi. Francesco Manetti firma i movimenti, una sottotrama di piccoli spostamenti, scarti di sguardi, di posizioni di spalle o di scorrimenti di lato nel cerchio magico dell’isola. Un concento perfetto, in cui spiccano la distanza partecipata di Dalisi e la cupa partecipazione di Matilde Vigna a quel personaggio ritroso e ritratto che è Silvia, colta nel tentativo inane di opposizione al fosco movimento di un ingranaggio chiamato destino comune, nelle metamorfosi suggerite da regia e drammaturgia con quel gioco di amore rifiutato, di proprie morti annunciate per sottrarsi, di precipizio continuamente trattenuto verso un lieto fine forse improbabile.

 

Aminta, dopo il debutto marchigiano, si può vedere fino al 18 novembre al teatro Nuovo di Napoli, poi in tournée dal 10 gennaio a Lugano, Casalmaggiore, Trento, Milano (teatro dell’Arte, 17-20 gennaio), Roma (teatro India, 22-27 gennaio), Ravenna, Urbino, Ascoli Piceno.

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